Cave ha la grande capacità di evocare immagini piuttosto precise e vivide davanti agli occhi del lettore, il quale così riesce a immergersi e parzialmente vivere gli ambienti da lui raccontati, dagli abissi delle miniere alle algide vette dei monti, nonostante siano, molto verosimilmente, assai lontani dalla sua esperienza. Questo però non è solo un libro sull’alpinismo e sull’arrampicata scritto da una persona capace di scrivere, ma ambisce anche a fornire uno spaccato sociale e a problematizzare quanto narrato, dagli scioperi dei minatori e dal loro ambiente povero e molto pericoloso (a cui comunque si attaccano coi denti), al carattere e alle modalità di interazione degli alpinisti (cosa li spinge a quell’attività così pericolosa, in modo molto diverso dai minatori che devono guadagnarsi il pane), passando per il rapporto uomo-natura, che spesso si risolve in uno sguardo introspettivo su sé stessi. Cave unisce il passato di minatore all’esperienza di grande alpinista e alla sensibilità dello studioso o appassionato di letteratura, in un’opera stilisticamente e narrativamente di qualità, che non ambisce a indagare chissà quali dilemmi o eventi esistenziali, ma fornisce un ritratto molto sfumato e profondo in primis di sé stesso, dell’ambiente in cui si muove, in secondo luogo di cosa significhi fare alpinismo, di cosa rappresenti, anche con le sue ombre, soprattutto in relazione alle responsabilità sociale verso gli altri, verso le persone a cui si è affettivamente legati.