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Why Read the Classics?
From the internationally acclaimed author of some of this century's most breathtakingly original novels comes this posthumous collection of thirty-six literary essays that will make any fortunate reader view the old classics in a dazzling new light.
Learn why Lara, not Zhivago, is the center of Pasternak's masterpiece, Dr. Zhivago, and why Cyrano de Bergerac is the forerunner of modern-day science-fiction writers. Learn how many odysseys The Odyssey contains, and why Hemingway's Nick Adams stories are a pinnacle of twentieth-century literature. From Ovid to Pavese, Xenophon to Dickens, Galileo to Gadda, Calvino covers the classics he has loved most with essays that are fresh, accessible and wise. Why Read the Classics? firmly establishes Calvino among the rare likes of Nabokov, Borges, and Lawrence--writers whose criticism is as vibrant and unique as their groundbreaking fiction.
Learn why Lara, not Zhivago, is the center of Pasternak's masterpiece, Dr. Zhivago, and why Cyrano de Bergerac is the forerunner of modern-day science-fiction writers. Learn how many odysseys The Odyssey contains, and why Hemingway's Nick Adams stories are a pinnacle of twentieth-century literature. From Ovid to Pavese, Xenophon to Dickens, Galileo to Gadda, Calvino covers the classics he has loved most with essays that are fresh, accessible and wise. Why Read the Classics? firmly establishes Calvino among the rare likes of Nabokov, Borges, and Lawrence--writers whose criticism is as vibrant and unique as their groundbreaking fiction.
288 pages, Paperback
First published June 1, 1991
About the author
Italo Calvino
573 books9,554 followersItalo Calvino was born in Cuba and grew up in Italy. He was a journalist and writer of short stories and novels. His best known works include the Our Ancestors trilogy (1952-1959), the Cosmicomics collection of short stories (1965), and the novels Invisible Cities (1972) and If On a Winter's Night a Traveler (1979).
His style is not easy to classify; much of his writing has an air reminiscent to that of fantastical fairy tales (Our Ancestors, Cosmicomics), although sometimes his writing is more "realistic" and in the scenic mode of observation (Difficult Loves, for example). Some of his writing has been called postmodern, reflecting on literature and the act of reading, while some has been labeled magical realist, others fables, others simply "modern". He wrote: "My working method has more often than not involved the subtraction of weight. I have tried to remove weight, sometimes from people, sometimes from heavenly bodies, sometimes from cities; above all I have tried to remove weight from the structure of stories and from language."
His style is not easy to classify; much of his writing has an air reminiscent to that of fantastical fairy tales (Our Ancestors, Cosmicomics), although sometimes his writing is more "realistic" and in the scenic mode of observation (Difficult Loves, for example). Some of his writing has been called postmodern, reflecting on literature and the act of reading, while some has been labeled magical realist, others fables, others simply "modern". He wrote: "My working method has more often than not involved the subtraction of weight. I have tried to remove weight, sometimes from people, sometimes from heavenly bodies, sometimes from cities; above all I have tried to remove weight from the structure of stories and from language."
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Displaying 1 - 30 of 52 reviews
September 1, 2021
Per me Perché leggere i classici di Italo Calvino è un libro a metà.
⠀
Da un lato c’è il testo che dà il titolo al libro e che ho amato alla follia.
Dall’altro ci sono tutta una serie di articoli su vari autori e testi che non sono riuscita ad apprezzare più di tanto (a parte qualche eccezione).
⠀
Da un lato c’è Calvino che ha una scrittura che ti trascina, dove ogni parola sa di passione e amore. E la sua conoscenza, mamma mia, cosa non è il suo sapere!
Dall’altro ci sono io, che a parlare così di libri manco nelle prossime duecento vite.
⠀
E a questo punto a chi vuoi dare la colpa? Alla conoscenza di Calvino? O alla mia ignoranza? Eh.
Quindi sì, diciamo che è uno di quei libri a cui posso dire: “Sono io, non sei tu”.
⠀
Ci sono autori e/o titoli che non conoscevo, o che magari conosco di nome, per fama, importanza, ma che non ho mai letto e affrontato e questo penso abbia influito sulla mia capacità di apprezzare la raccolta di saggi scritti dall’autore.
⠀
Penso che il saggio iniziale possa raggiungere un numero più vasto di lettori, di sicuro rimane ancora attuale, e forse lo rimarrà sempre.
I rimanenti articoli forse sono più apprezzabili da un gruppo più ristretto di lettori, ma prendete questa frase con le pinze e soprattutto non vedeteci un senso diverso da quello che intendo (perché no, non sto dicendo che esistono lettori di serie A e lettori di serie B).
⠀
A prescindere, io un uomo come Italo Calvino lo avrei voluto incontrare, conoscere, parlarci assieme, anzi no, avrei fatto parlare solo lui, io sarei rimasta - commossa - in un angolo della stanza ad ascoltarlo per ore.
⠀
[…] non si leggono i classici per dovere o rispetto, ma solo per amore.
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Da un lato c’è il testo che dà il titolo al libro e che ho amato alla follia.
Dall’altro ci sono tutta una serie di articoli su vari autori e testi che non sono riuscita ad apprezzare più di tanto (a parte qualche eccezione).
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Da un lato c’è Calvino che ha una scrittura che ti trascina, dove ogni parola sa di passione e amore. E la sua conoscenza, mamma mia, cosa non è il suo sapere!
Dall’altro ci sono io, che a parlare così di libri manco nelle prossime duecento vite.
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E a questo punto a chi vuoi dare la colpa? Alla conoscenza di Calvino? O alla mia ignoranza? Eh.
Quindi sì, diciamo che è uno di quei libri a cui posso dire: “Sono io, non sei tu”.
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Ci sono autori e/o titoli che non conoscevo, o che magari conosco di nome, per fama, importanza, ma che non ho mai letto e affrontato e questo penso abbia influito sulla mia capacità di apprezzare la raccolta di saggi scritti dall’autore.
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Penso che il saggio iniziale possa raggiungere un numero più vasto di lettori, di sicuro rimane ancora attuale, e forse lo rimarrà sempre.
I rimanenti articoli forse sono più apprezzabili da un gruppo più ristretto di lettori, ma prendete questa frase con le pinze e soprattutto non vedeteci un senso diverso da quello che intendo (perché no, non sto dicendo che esistono lettori di serie A e lettori di serie B).
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A prescindere, io un uomo come Italo Calvino lo avrei voluto incontrare, conoscere, parlarci assieme, anzi no, avrei fatto parlare solo lui, io sarei rimasta - commossa - in un angolo della stanza ad ascoltarlo per ore.
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[…] non si leggono i classici per dovere o rispetto, ma solo per amore.
July 15, 2019
Avrei voluto incontrare Calvino solo per abbracciarlo e chiedergli come fa.
September 16, 2017
Questa é una raccolta di saggi scritti da Calvino, in tempi diversi, sul tema dei classici.
Il saggio iniziale, omonimo alla raccolta, é breve e di straordinaria attualitá. Consigliabile a un pubblico vastissimo di lettori.
Il resto della raccolta propone riflessioni e chiavi di lettura per alcuni dei titoli piú ostici della letteratura e sono consigliabili a un pubblico ben piú ristretto di lettori che vogliano avere Calvino sulla spalla mentre affrontano i fantasmi della letteratura "classica".
La prosa di Calvino é piacevole in ogni caso.
Il saggio iniziale, omonimo alla raccolta, é breve e di straordinaria attualitá. Consigliabile a un pubblico vastissimo di lettori.
Il resto della raccolta propone riflessioni e chiavi di lettura per alcuni dei titoli piú ostici della letteratura e sono consigliabili a un pubblico ben piú ristretto di lettori che vogliano avere Calvino sulla spalla mentre affrontano i fantasmi della letteratura "classica".
La prosa di Calvino é piacevole in ogni caso.
March 9, 2024
Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire
September 29, 2017
Le cinque stelle sono obbligatorie per questa raccolta di saggi dedicati ai classici, ad alcuni classici tra i più amati da Italo Calvino.
Nonostante la difficoltà incontrata nell'affrontare la lettura di alcuni di essi, ad esempio i saggi su Raymond Queneau di cui conosco solo "Esercizi di stile" e quello su Pasternak e la rivoluzione russa vista attraverso il suo "Dottor Zivago", a Calvino do il merito di avermi fatto venire la voglia prepotente di leggere "Candido" di Voltaire e "La Certosa di Parma" di Stendhal e di farmi riflettere su quanto di non immediatamente evidente c'è in tante opere che leggiamo.
Nonostante la difficoltà incontrata nell'affrontare la lettura di alcuni di essi, ad esempio i saggi su Raymond Queneau di cui conosco solo "Esercizi di stile" e quello su Pasternak e la rivoluzione russa vista attraverso il suo "Dottor Zivago", a Calvino do il merito di avermi fatto venire la voglia prepotente di leggere "Candido" di Voltaire e "La Certosa di Parma" di Stendhal e di farmi riflettere su quanto di non immediatamente evidente c'è in tante opere che leggiamo.
June 5, 2021
Uno dei libri più belli che abbia mai letto!
Una delle ragioni che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.
I classici ti aprono voragini interiori sempre nuove e ad ogni età tu lo rilegga avrai sempre nuovi interrogativi e nuove prospettive da vagliare.
“Un classico è un libro che viene prima degli altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia”.
Calvino, gran maestro ci porta in un viaggio maestoso composto da nomi immortali della letteratura e ci fa attraversare il grande viaggio della concretezza della sua importanza.
10 e lode!
Una delle ragioni che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.
I classici ti aprono voragini interiori sempre nuove e ad ogni età tu lo rilegga avrai sempre nuovi interrogativi e nuove prospettive da vagliare.
“Un classico è un libro che viene prima degli altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia”.
Calvino, gran maestro ci porta in un viaggio maestoso composto da nomi immortali della letteratura e ci fa attraversare il grande viaggio della concretezza della sua importanza.
10 e lode!
July 18, 2023
Voto: 8+
Quando ho iniziato a leggere questo libro non sapevo come fosse strutturato e, dato che mi aspettavo qualcosa di un po' diverso, vi dico quello che avrei voluto sapere io prima di cominciarlo: "Perché leggere i classici" è una raccolta postuma (quindi non fatta dall'autore) di brevi saggi di Calvino su vari e importanti scrittori della letteratura mondiale, dall'epoca classica a quella contemporanea. Nonostante questi scritti siano brillanti, interessanti e affascinanti, chi più chi meno, il tutto è penalizzato dal fatto che i saggi siano stati composti per delle occasioni in particolare e non per essere pubblicati tutti insieme. Ne risente quindi la comprensione in alcuni punti e soprattutto il fatto che siano presenti moltissimi spoiler sulle opere commentate, che possono essere sgradevoli quando non si è letto quel libro in particolare.
Calvino resta comunque Calvino e, anche se alcuni saggi sono meno incisivi di altri, è stato un grande piacere scoprire il suo pensiero su tanti autori. Il titolo dell'opera è anche quello del primo saggio presente, che è meraviglioso e merita di essere letto a tutti i costi.
Quando ho iniziato a leggere questo libro non sapevo come fosse strutturato e, dato che mi aspettavo qualcosa di un po' diverso, vi dico quello che avrei voluto sapere io prima di cominciarlo: "Perché leggere i classici" è una raccolta postuma (quindi non fatta dall'autore) di brevi saggi di Calvino su vari e importanti scrittori della letteratura mondiale, dall'epoca classica a quella contemporanea. Nonostante questi scritti siano brillanti, interessanti e affascinanti, chi più chi meno, il tutto è penalizzato dal fatto che i saggi siano stati composti per delle occasioni in particolare e non per essere pubblicati tutti insieme. Ne risente quindi la comprensione in alcuni punti e soprattutto il fatto che siano presenti moltissimi spoiler sulle opere commentate, che possono essere sgradevoli quando non si è letto quel libro in particolare.
Calvino resta comunque Calvino e, anche se alcuni saggi sono meno incisivi di altri, è stato un grande piacere scoprire il suo pensiero su tanti autori. Il titolo dell'opera è anche quello del primo saggio presente, che è meraviglioso e merita di essere letto a tutti i costi.
October 16, 2017
Un classico è un'opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso. (Calvino).
Calvino è, come me, un lettore onnivoro, e il leggere questa raccolta di articoli che ha scritto durante la sua vita è stato arricchente e interessante. Proprio l'anno scorso ho letto un libro simile a questo ma riguardante George Orwell, Letteratura palestra di libertà. Saggi su libri, librerie, scrittori e sigarette. Inutile fare l'elenco degli autori che lui recensisce, ma sono stato contento di scoprire, tra quelli che ci presenta, che lui amava Stevenson e i libri di avventura.
Calvino è, come me, un lettore onnivoro, e il leggere questa raccolta di articoli che ha scritto durante la sua vita è stato arricchente e interessante. Proprio l'anno scorso ho letto un libro simile a questo ma riguardante George Orwell, Letteratura palestra di libertà. Saggi su libri, librerie, scrittori e sigarette. Inutile fare l'elenco degli autori che lui recensisce, ma sono stato contento di scoprire, tra quelli che ci presenta, che lui amava Stevenson e i libri di avventura.
October 1, 2017
È inutile: Calvino è sempre Calvino!
April 24, 2024
Il libro sui libri più bello che abbia mai letto.
July 31, 2026
Non so che commenti fare, perché non c’è una trama e si parla solo di libri che per la maggior parte non ho nemmeno letto, nonostante le mie lauree in letteratura.
Mi viene da chiedermi quindi… “e allora che classici sono?”
Si tratta più di un’analisi dei grandi maestri (secondo Calvino, non “universali” ed “oggettivi”, così come le opere prese in esame) e non di una risposta al “perché leggere i classici?”.
Per dire, so benissimo che Ovidio è un maestro ma SPIEGAMI PERCHÉ LEGGERLO, INVOGLIAMI, NON FARMELO ODIARE SANTA PACE
Nonostante tutto, comunque alcuni capitoli li ho apprezzati, per esempio quello su Galileo, ma non perché mi raccontassero qualcosa che non so o perché mi cambiassero punto di vista su qualcos’altro, semplicemente perché sono capitoli che non mi hanno fatta totalmente annoiare, come invece è successo per quasi tutto il resto…
Viceversa, in altri capitoli, per esempio quello su Cyrano, per la prima volta mi è stato raccontato qualcosa che davvero non sapevo e quindi sono riuscita a sopportarne anche un’analisi oggettiva senza alcun tipo di aggiunta soggettiva.
Ho vagamente tollerato anche tutta la parte illuminista francese (ma solo per interesse personale), e da lì in avanti l’ho percepito un pelo meno noioso, anche se continuo comunque a non capire il senso di tutta l’opera.
Mi viene da chiedermi quindi… “e allora che classici sono?”
Si tratta più di un’analisi dei grandi maestri (secondo Calvino, non “universali” ed “oggettivi”, così come le opere prese in esame) e non di una risposta al “perché leggere i classici?”.
Per dire, so benissimo che Ovidio è un maestro ma SPIEGAMI PERCHÉ LEGGERLO, INVOGLIAMI, NON FARMELO ODIARE SANTA PACE
Nonostante tutto, comunque alcuni capitoli li ho apprezzati, per esempio quello su Galileo, ma non perché mi raccontassero qualcosa che non so o perché mi cambiassero punto di vista su qualcos’altro, semplicemente perché sono capitoli che non mi hanno fatta totalmente annoiare, come invece è successo per quasi tutto il resto…
Viceversa, in altri capitoli, per esempio quello su Cyrano, per la prima volta mi è stato raccontato qualcosa che davvero non sapevo e quindi sono riuscita a sopportarne anche un’analisi oggettiva senza alcun tipo di aggiunta soggettiva.
Ho vagamente tollerato anche tutta la parte illuminista francese (ma solo per interesse personale), e da lì in avanti l’ho percepito un pelo meno noioso, anche se continuo comunque a non capire il senso di tutta l’opera.
July 16, 2012
Italo Calvino è un grande intellettuale. Ma è soprattutto un grandissimo bastardo.
No, dico: mi tuffo in Perché leggere i classici perché m'ispira, chissà di cosa troverò in questa raccolta di saggi...
... e tu, caro Italo, mi parli di Omero, di Plinio il Vecchio, di Senofonte, di Miguel de Cervantes, Ludovico Ariosto, Nezami, Robert Louis Stevenson, Lev Tolstoj, Joseph Conrad, nonché dei vari Stendhal, Dickens, Balzac, Pasternak, Twain etc. con tale passione!!! Come faccio io a non rimpinguare la mia già pingue wishlist?
Come faccio io, scoprendo dei classici che mi descrivi come delle perle, a rimanere insensibile?
Caro Italo, ti rinnovo tutta la mia stima. Ma sei un bastardo!!!
In senso affettuoso, ovvio.
Detto ciò... se vi accingete ad affrontare questo libro, non fatevi trarre in inganno dal titolo. "Perché leggere i classici" è il titolo del saggio (interessantissimo, peraltro) che apre la raccolta, ma senza pretendere di esserne il filo conduttore; perché è pur vero che Calvino parla di classici, nella raccolta, ma ne analizza particolari aspetti senza mai spiegare (se non implicitamente... vedi le prime righe del commento!) perché leggerli.
E poi, un lettore non ha bisogno che qualcuno gli fornisca dei motivi per leggere un libro. È il libro che glieli fornisce da solo. Calvino, parlandoci di queste meravigliose e famigerate storie, narrate dagli autori di tutti i tempi, non è che un mezzo per avvicinarci ad esse.
January 9, 2013
Un libro da leggere più e più volte, in diversi momenti della propria vita e della propria formazione, per poter apprezzare al meglio gli autori e le opere che Calvino analizza in questo libro, mettendoci tutto l'amore che ha per la letteratura. Bellissimo.
February 7, 2017
Un libro di non facile lettura ma affascinante, riflessioni ovviamente intelligenti da parte di un grande della letteratura italiana su altri grandi di ogni letteratura (inglese, francese, russa, americana e italiana).
September 10, 2026
📜 «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire» scrisse Italo Calvino in 𝑃𝑒𝑟𝑐ℎé 𝑙𝑒𝑔𝑔𝑒𝑟𝑒 𝑖 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑖𝑐𝑖. Il contesto storico muta ma le anime di ieri e di oggi sono affini, e conversano fra loro attraverso i secoli. I classici trattano temi senza tempo che risuonano ancora oggi perché parlano al cuore di chi legge, perché hanno le risposte a quelle domande che non si ha il coraggio di porre ad alta voce.
📖 Il romanzo, inteso nell’accezione di classico della letteratura, è uno strumento di conoscenza che consente di comprendere le dinamiche politiche, sociali ed economiche della società nonostante spazio e tempo siano diversi da quelli di oggi. Sparire fra le pagine aiuta a creare un momento di distanza dalla realtà. Eppure chi legge i classici, oggi, si sente come l’albatros di Charles Baudelaire. L’albatros può dominare il cielo ma non la terra e, una volta catturato dai marinai, è deriso per la sua goffaggine nei movimenti. Sentirsi fuori posto, però, non significa essere sbagliati: bisogna solo trovare il proprio posto nel mondo, in cui potersi sentire compresi, liberi. I classici non sono alla ricerca di consensi: «Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso» perché ha alle spalle un passato solido.
-Come Ariel.
📖 Il romanzo, inteso nell’accezione di classico della letteratura, è uno strumento di conoscenza che consente di comprendere le dinamiche politiche, sociali ed economiche della società nonostante spazio e tempo siano diversi da quelli di oggi. Sparire fra le pagine aiuta a creare un momento di distanza dalla realtà. Eppure chi legge i classici, oggi, si sente come l’albatros di Charles Baudelaire. L’albatros può dominare il cielo ma non la terra e, una volta catturato dai marinai, è deriso per la sua goffaggine nei movimenti. Sentirsi fuori posto, però, non significa essere sbagliati: bisogna solo trovare il proprio posto nel mondo, in cui potersi sentire compresi, liberi. I classici non sono alla ricerca di consensi: «Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso» perché ha alle spalle un passato solido.
-Come Ariel.
August 18, 2023
Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli. (Italo Calvino)
November 19, 2025
Diseguale, ma sempre sul pezzissimo
August 9, 2023
E' sempre una meraviglia leggere/spulciare le note di un lettore onnivoro che è stato un romanziere, un fine intellettuale e un giornalista. Quando Calvino parla di letteratura si può solo rimanere estasiati. Ho un sacco da rileggere (e da leggere per la prima volta, lo ammetto!).
November 18, 2022
L'aspettativa che ho avuto per questo libro, probabilmente mi ha proibito di gustarmelo pienamente. Perchè? Innanzitutto perchè dall'introduzione (tra l'altro apprezzata) mi aspettavo degli scritti più empatici con il classico recensito, invece ho trovato che Calvino analizza freddamente le opere descritte, quasi fosse un docente scolastico che tiene una lezione ai propri alunni. A tratti sembra quasi che si rivolga ad un pubblico che ha già letto il testo in questione, con il quale apre un dibattito per analizzare chirurgicamente ogni aspetto del libro (e non mancano spoiler del testo stesso - perchè non venitemi a dire che su un classico non è possibile fare spoiler, sfido chiunque ad averli letti tutti!); in realtà, avrei preferito un saggio che mi invogliasse a leggere un classico piuttosto che un altro, ma per me non è stato così.
August 29, 2017
Il "tuo" classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.
Se avessi scoperto Calvino alle superiori, in modo particolare questo libro, avrei digerito meglio molti classici greci e latini, oltre a qualche autore più vicino alla nostra contemporaneità. Calvino riesce magistralmente a condurre il lettore attraverso tutte le epoche e tutti gli stili, passando per tematiche e realtà così diverse, ma più simili di quel che si pensa, senza stancare mai. La parte dedicata a Živago mi è piaciuta tantissimo e mi ha spinta a volerlo leggere quanto prima. Ottimo libro da leggere d'un fiato per fare un tuffo nella Letteratura oppure da assaporare a piccoli sorsi - ops!, capitoli. Consigliatissimo.
Se avessi scoperto Calvino alle superiori, in modo particolare questo libro, avrei digerito meglio molti classici greci e latini, oltre a qualche autore più vicino alla nostra contemporaneità. Calvino riesce magistralmente a condurre il lettore attraverso tutte le epoche e tutti gli stili, passando per tematiche e realtà così diverse, ma più simili di quel che si pensa, senza stancare mai. La parte dedicata a Živago mi è piaciuta tantissimo e mi ha spinta a volerlo leggere quanto prima. Ottimo libro da leggere d'un fiato per fare un tuffo nella Letteratura oppure da assaporare a piccoli sorsi - ops!, capitoli. Consigliatissimo.
July 14, 2012
Calvino, Italo (1991). Perché leggere i classici. Milano: Mondadori. 2010. ISBN 9788852015915. Pagine 332. 2,99 €
Ho letto questa raccolta postuma di saggi di Italo Calvino (o meglio, l’ho “riletta”, perché i classici si rileggono sempre, non si leggono mai una prima volta) perché Maria Popova ne ha parlato lo scorso 6 luglio 2012 in un post intitolato Italo Calvino’s 14 Definitions of What Makes a Classic.
Il testo che dà il titolo alla raccolta (che fu pubblicata dopo la morte dell’autore dalla moglie) merita da solo la piccola spesa (l’ebook costa meno di 3 euro, ma anche l’edizione Oscar in brossura costa 9,50 e amazon.it la offre a 8,62).
Ricordavo di avere letto questo testo di Calvino, anche se penso di poter escludere di averlo fatto in occasione della sua pubblicazione originaria (sotto il titolo «Italiani, vi esorto ai classici» su L’Espresso del 28 giugno 1981), dal momento che all’epoca non acquistavo né ero un lettore assiduo del pur glorioso settimanale.
Seguirò l’esempio di Maria Popova e metterò soltanto le 14 regole proposte da Calvino, ma vi dico subito che i commenti e le notazioni che seguono ciascuno dei punti sono assolutamente da leggere. Conto di farvi venire voglia di correre a leggere.
I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo…» e mai «Sto leggendo…»
Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.
I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.
D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.
D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.
Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.
I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).
Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.
I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.
Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani.
Il «tuo» classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.
Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.
È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.
È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità incompatibile fa da padrona. [625-715]
Mi rendo conto, nel riportare questi 14 punti, che ho ceduto anch’io all’insopportabile (perché inflazionata, o meglio inFazionata) mania degli elenchi. Pazienza. Vi risparmio però la lista dei miei dieci classici preferiti.
* * *
Il resto del volume è una raccolta di saggi, articoli occasionali, prefazioni a volumi tenuti insieme da un riferimento non proprio stringente ai “classici”. Certamente, vi si trovano rispecchiate molte preferenze di Calvino. Ma, come spesso accade in questi casi, non tutte le cose sono dello stesso livello, né dello stesso interesse.
Con le sue curiosità e le sue divagazioni, Italo Calvino sarebbe stato un blogger eccelso. Anche soltanto per questo varrebbe comunque la pena di leggere il libro e io, da parte mia, vi metto di seguito un florilegio di citazioni. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:
«Dati biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quel che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non Le dirò mai la verità, di questo può star sicura» [lettera a Germana Pescio Bottino, 9 giugno 1964] [48]
«Credo giusto avere una coscienza estremista della gravità della situazione, e che proprio questa gravità richieda spirito analitico, senso della realtà, responsabilità delle conseguenze di ogni azione parola pensiero, doti insomma non estremiste per definizione» [430: Risposta a un'inchiesta di Nuovi argomenti sull'estremismo, nel 1973]
[Sempre nel 1973] Viene ultimata la costruzione della casa nella pineta di Roccamare, presso Castiglione della Pescaia, dove Calvino trascorrerà d’ora in poi tutte le estati. Fra gli amici più assidui Carlo Fruttero e Pietro Citati. [432: chi sa chi si nasconde sotto il mio pseudonimo sa anche perché riporto questo dato biografico di Calvino]
Nell’inconscio collettivo, il principe travestito da povero è la prova che ogni povero è in realtà un principe che ha subìto un’usurpazione e che deve riconquistare il suo regno. [794: parlando dell'Odissea]
In Senofonte è già ben delineata con tutti i suoi limiti l’etica moderna della perfetta efficienza tecnica, dell’essere «all’altezza della situazione», del «far bene le cose che si fanno» indipendentemente dalla valutazione della propria azione in termini di morale universale. Continuo a chiamare moderna questa etica perché lo era quando ero giovane io, ed era questo il senso che si ricavava da tanti film americani, e anche dai romanzi di Hemingway, e io oscillavo tra l’adesione a questa morale tutta «tecnica» e «pragmatica» e la coscienza del vuoto che si apriva sotto. [920]
D’un solo aspetto della vita umana Plinio non si sente d’indicare primati o di tentare misurazioni e confronti: la felicità. Chi sia e chi non sia felice è indecidibile, in quanto dipende da criteri soggettivi e opinabili. («Felicitas cui praecipua fuerit homini, non est humani iudicii, cum prosperitatem ipsam alius alio modo et suopte ingenio quisque determinet», VII, 130). [1217]
Il falcon che sul nido i vanni inchina,
porta Raimondo, il conte di Devonia.
Il giallo e negro ha quel di Vigorina;
il can quel d’Erbia; un orso quel d’Osonia.
La croce che là vedi cristallina,
è del ricco prelato di Battonia.
Vedi nel bigio una spezzata sedia:
è del duca Ariman di Sormosedia.
[1637: è un'ottava dell'Orlando furioso sull'araldica in cui l'Ariosto traduce buffamente la toponomastica inglese. Meraviglioso «il ricco prelato di Battonia»: pare di vederlo, pallido e grassoccio come il mago Otelma]
«Vedevo immagini aeree che sembravano composte di minutissimi anelli come di una maglia di ferro (“lorica”) sebbene io non ne avessi allora mai viste, e che sorgevano dall’angolo destro ai piedi del letto, salivano lentamente tracciando un semicerchio e scendevano all’angolo sinistro dove sparivano […]» [1742: è una citazione da Gerolamo Cardano e fa pensare alla descrizione di un'aura che precede l'attacco di emicrania]
Di Cardano, Calvino cita anche la passione (anche scientifica) per il gioco d’azzardo, che fu per una parte della sua vita, un modo di sbarcare il lunario:
[…] la passione dominante per il gioco (dadi, carte, scacchi) […] [1763]
[…] un trattato sui giochi d’azzardo (De ludo aleae). Quest’ultima opera ha un’importanza anche come primo testo di teoria della probabilità: così viene studiato in un libro americano che, capitoli tecnici a parte, è molto ricco di notizie e godibile, e mi pare l’ultimo studio apparso su di lui a tutt’oggi (Oystein Ore, Cardano the gambling scholar, Princeton 1953). [1773]
La Luna ospita tra l’altro il Paradiso impropriamente detto terrestre, e Cyrano casca proprio sull’Albero della Vita impiastricciandosi la faccia con una delle famose mele. Quanto al serpente, dopo il peccato originale Dio lo relegò nel corpo dell’uomo: è l’intestino, serpente avvoltolato su se stesso, animale insaziabile che domina l’uomo e lo obbliga ai suoi voleri e lo strazia coi suoi denti invisibili.
Questa spiegazione è data dal profeta Elia a Cyrano che non sa trattenersi da una salace variazione sul tema: il serpente è anche quello che spunta dal ventre dell’uomo e si tende verso la donna per schizzarle il suo veleno, provocando un gonfiore che dura nove mesi. Ma Elia questi scherzi di Cyrano non li gradisce affatto, e a una impertinenza più grossa delle altre lo caccia dall’Eden. Il che dimostra che in questo libro tutto scherzoso, ci sono scherzi che vanno presi come verità e altri detti solo per scherzo, anche se non è facile distinguerli. [1931]
Questo saggio spirito spiega perché i Lunari non solo s’astengano dal mangiare carne, ma anche per gli ortaggi usino particolari riguardi: mangiano solo cavoli morti di morte naturale, perché decapitare un cavolo è per loro un assassinio. Nulla ci dice infatti che gli uomini, dopo il peccato d’Adamo, siano più cari a Dio dei cavoli, né che questi ultimi siano più dotati di sensibilità e di bellezza e fatti più a immagine e somiglianza di Dio. «Se dunque la nostra anima non è più il suo ritratto, non gli somigliamo di più per le mani, i piedi, la bocca, la fronte, le orecchie che il cavolo per le foglie, i fiori, il gambo, il torsolo e il cappuccio». E quanto all’intelligenza, pur ammettendo che i cavoli non abbiano un’anima immortale, forse partecipano d’un intelletto universale, e se delle loro conoscenze occulte non ci è mai trapelato nulla è forse solo perché noi non siamo all’altezza di ricevere i messaggi che ci mandano. [1941: sempre su Cyrano, che ci spiega che i seleniti sono vegani ante litteram]
«l’anima si sazia di tutto quello che è uniforme, anche della felicità perfetta» [2334: è una citazione di Stendhal]
Proprio perché l’esistenza è dominata dall’entropia, dalla dissoluzione in istanti e in impulsi come corpuscoli senza nesso né forma, egli vuole che l’individuo si realizzi secondo un principio di conservazione dell’energia, o meglio di riproduzione continua di cariche energetiche. Imperativo tanto più rigoroso quanto più egli è vicino a comprendere che l’entropia sarà comunque alla fine la trionfatrice, e dell’universo con tutte le sue galassie non resterà che un vorticare d’atomi nel vuoto. [2520: ancora su Stendhal]
Non è mai né comico né tragico, è curioso. [2755: Calvino cita Pavese che parla di Balzac]
«Quale onore, – disse la madre offrendo da baciare una guancia sensibile e affettuosa quanto la parte convessa d’un cucchiaio» [2849: è una citazione da Il nostro comune amico di Dickens]
Capire come Tolstoj costruisce la sua narrazione non è facile. Quel che tanti narratori tengono allo scoperto – schemi simmetrici, travi portanti, contrappesi, cerniere rotanti –, in lui resta nascosto. Nascosto non vuol dire che non ci sia: l’impressione che Tolstoj dà di portare pari pari sulla pagina scritta «la vita» (questa misteriosa entità per definire la quale siamo obbligati a partire dalla pagina scritta) non è che un risultato d’arte, cioè d’un artificio più sapiente e complesso di tanti altri. [2906: a completamento della metafora di Gauss e Renzo Piano]
I racconti che hanno per tema il denaro sono ben indicativi di questa duplice tendenza: rappresentazione d’un mondo che non ha altra immaginazione che economica, in cui il dollaro è l’unico deus ex machina operante, e insieme dimostrazione che il denaro è qualcosa di astratto, cifra d’un calcolo che esiste solo sulla carta, misura d’un valore in sé inafferrabile, convenzione linguistica che non rimanda ad alcuna realtà sensibile. In The Man That Corrupted Hadleyburg (1899), il miraggio d’un sacco di monete d’oro scatena la degradazione morale d’un’austera città di provincia; in The $ 30,000 Bequest (1904) un’eredità fantomatica viene spesa nell’immaginazione; in The £ 1,000,000 Bank-Note (1893), una banconota di taglio troppo grosso attira la ricchezza senza bisogno d’essere investita e neppure cambiata. Nella narrativa dell’Ottocento il denaro aveva avuto un posto importante: forza motrice della storia in Balzac, pietra di paragone dei sentimenti in Dickens; in Mark Twain il denaro è gioco di specchi, vertigine del vuoto. [2996: un utile complemento/collegamento a The End of Money di David Wolman]
Contro alle più diffuse analisi negative dello stalinismo, che partono pressappoco tutte da posizioni trozkiste o bukariniane, cioè parlano di degenerazione del sistema, Pasternak parte dal mondo mistico-umanitario della cultura russa pre-rivoluzionaria, per giungere a una condanna non solo del marxismo e della violenza rivoluzionaria, ma della politica come principale banco di prova dei valori dell’umanità contemporanea. [3424: la la recensione del Dottor Zivago, che pure ha delle intuizioni molto profonde, mi pare troppo condizionata dalla prudenza dovuta all'appartenenza comunista del Calvino dell'epoca]
Il romanzo di Roma, scritto da un non romano. Gadda infatti era milanese e s’identificava profondamente con la borghesia della sua città natale, i cui valori (concretezza pratica, efficienza tecnica, principî morali) sentiva travolti dal prevalere d’un’altra Italia, arruffona e chiassosa e senza scrupoli. Ma anche se i suoi racconti e il suo romanzo più autobiografico (La cognizione del dolore) hanno le radici nella società e nella parlata dialettale di Milano, il libro che lo mise in contatto col grande pubblico è questo romanzo scritto in gran parte in dialetto romanesco, in cui Roma è vista e compresa con una partecipazione quasi fisiologica anche ai suoi aspetti infernali, da sabba stregonesco. [3657]
[…] la Prima guerra mondiale combattuta e sofferta come ufficiale scrupoloso, con l’indignazione che non era mai venuta meno in lui per il male che può essere provocato dall’improvvisazione, dall’incompetenza, dal velleitarismo. Nel Pasticciaccio, la cui azione è supposta svolgersi nel 1927, agli inizi della dittatura di Mussolini, Gadda non si limita a una facile caricatura del fascismo: analizza capillarmente quali effetti provoca sull’amministrazione quotidiana della giustizia il mancato rispetto della divisione dei tre poteri teorizzata da Montesquieu (e il richiamo all’autore dell’Esprit des lois viene fatto esplicitamente). [3676]
[…] Forse un mattino andando in un’aria di vetro, una delle poesie che ha continuato a ruotare più sovente sul mio giradischi mentale […] [3761]
«… riflettei che ogni cosa, a ognuno, accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell’aria, sulla terra e sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me…» [4257: è una citazione di Borges, Il giardino dei sentieri che si biforcano
«Nel tempo reale, nella storia, ogni volta che un uomo si trova di fronte diverse alternative, opta per una ed elimina e perde le altre; non così nell’ambiguo tempo dell’arte, che assomiglia a quello della speranza e dell’oblio.» [4276: ancora Borges]
«Ma la logica è anche un’arte, e l’assiomatizzazione un gioco. L’ideale che si sono costruiti gli scienziati nel corso di tutto questo inizio di secolo è stato una presentazione della scienza non come conoscenza ma come regola e metodo. Si dànno delle nozioni (indefinibili), degli assiomi e delle istruzioni per l’uso, insomma un sistema di convenzioni. Ma questo non è forse un gioco che non ha nulla di diverso dagli scacchi o dal bridge? Prima di procedere nell’esame di questo aspetto della scienza, ci dobbiamo fermare su questo punto: la scienza è una conoscenza, serve a conoscere? E dato che si tratta (sin questo articolo) di matematica, che cosa si conosce in matematica? Precisamente: niente. E non c’è niente da conoscere. Non conosciamo il punto, il numero, il gruppo, l’insieme, la funzione più di quanto conosciamo l’elettrone, la vita, il comportamento umano. Non conosciamo il mondo delle funzioni e delle equazioni differenziali più di quanto “conosciamo” la Realtà Concreta Terrestre e Quotidiana. Tutto ciò che conosciamo è un metodo accettato (consentito) come vero dalla comunità degli scienziati, metodo che ha anche il vantaggio di connettersi alle tecniche di fabbricazione. Ma questo metodo è anche un gioco, più esattamente quello che si chiama un jeu d’esprit. Perciò l’intera scienza, nella sua forma compiuta, si presenta e come tecnica e come gioco. Cioè né più né meno di come si presenta l’altra attività umana: l’Arte». [4430: è una lunga citazione di Queneau]
I versi essendo 14, si avranno virtualmente 1014 sonetti, ossia centomila miliardi. [4547, ma anche 4309: per due volte, parlando di Cent mille milliards de poèmes di Queneau trovo questo curioso errore, 1014 invece di 1014. Nell'edizione Oscar che sono riuscito a consultare su Google Books a p. 294 è scritto correttamente 1014 ma a p. 277 erroneamente 1014]
Ho letto questa raccolta postuma di saggi di Italo Calvino (o meglio, l’ho “riletta”, perché i classici si rileggono sempre, non si leggono mai una prima volta) perché Maria Popova ne ha parlato lo scorso 6 luglio 2012 in un post intitolato Italo Calvino’s 14 Definitions of What Makes a Classic.
Il testo che dà il titolo alla raccolta (che fu pubblicata dopo la morte dell’autore dalla moglie) merita da solo la piccola spesa (l’ebook costa meno di 3 euro, ma anche l’edizione Oscar in brossura costa 9,50 e amazon.it la offre a 8,62).
Ricordavo di avere letto questo testo di Calvino, anche se penso di poter escludere di averlo fatto in occasione della sua pubblicazione originaria (sotto il titolo «Italiani, vi esorto ai classici» su L’Espresso del 28 giugno 1981), dal momento che all’epoca non acquistavo né ero un lettore assiduo del pur glorioso settimanale.
Seguirò l’esempio di Maria Popova e metterò soltanto le 14 regole proposte da Calvino, ma vi dico subito che i commenti e le notazioni che seguono ciascuno dei punti sono assolutamente da leggere. Conto di farvi venire voglia di correre a leggere.
I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo…» e mai «Sto leggendo…»
Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.
I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.
D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.
D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.
Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.
I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).
Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.
I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.
Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani.
Il «tuo» classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.
Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.
È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.
È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità incompatibile fa da padrona. [625-715]
Mi rendo conto, nel riportare questi 14 punti, che ho ceduto anch’io all’insopportabile (perché inflazionata, o meglio inFazionata) mania degli elenchi. Pazienza. Vi risparmio però la lista dei miei dieci classici preferiti.
* * *
Il resto del volume è una raccolta di saggi, articoli occasionali, prefazioni a volumi tenuti insieme da un riferimento non proprio stringente ai “classici”. Certamente, vi si trovano rispecchiate molte preferenze di Calvino. Ma, come spesso accade in questi casi, non tutte le cose sono dello stesso livello, né dello stesso interesse.
Con le sue curiosità e le sue divagazioni, Italo Calvino sarebbe stato un blogger eccelso. Anche soltanto per questo varrebbe comunque la pena di leggere il libro e io, da parte mia, vi metto di seguito un florilegio di citazioni. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:
«Dati biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quel che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non Le dirò mai la verità, di questo può star sicura» [lettera a Germana Pescio Bottino, 9 giugno 1964] [48]
«Credo giusto avere una coscienza estremista della gravità della situazione, e che proprio questa gravità richieda spirito analitico, senso della realtà, responsabilità delle conseguenze di ogni azione parola pensiero, doti insomma non estremiste per definizione» [430: Risposta a un'inchiesta di Nuovi argomenti sull'estremismo, nel 1973]
[Sempre nel 1973] Viene ultimata la costruzione della casa nella pineta di Roccamare, presso Castiglione della Pescaia, dove Calvino trascorrerà d’ora in poi tutte le estati. Fra gli amici più assidui Carlo Fruttero e Pietro Citati. [432: chi sa chi si nasconde sotto il mio pseudonimo sa anche perché riporto questo dato biografico di Calvino]
Nell’inconscio collettivo, il principe travestito da povero è la prova che ogni povero è in realtà un principe che ha subìto un’usurpazione e che deve riconquistare il suo regno. [794: parlando dell'Odissea]
In Senofonte è già ben delineata con tutti i suoi limiti l’etica moderna della perfetta efficienza tecnica, dell’essere «all’altezza della situazione», del «far bene le cose che si fanno» indipendentemente dalla valutazione della propria azione in termini di morale universale. Continuo a chiamare moderna questa etica perché lo era quando ero giovane io, ed era questo il senso che si ricavava da tanti film americani, e anche dai romanzi di Hemingway, e io oscillavo tra l’adesione a questa morale tutta «tecnica» e «pragmatica» e la coscienza del vuoto che si apriva sotto. [920]
D’un solo aspetto della vita umana Plinio non si sente d’indicare primati o di tentare misurazioni e confronti: la felicità. Chi sia e chi non sia felice è indecidibile, in quanto dipende da criteri soggettivi e opinabili. («Felicitas cui praecipua fuerit homini, non est humani iudicii, cum prosperitatem ipsam alius alio modo et suopte ingenio quisque determinet», VII, 130). [1217]
Il falcon che sul nido i vanni inchina,
porta Raimondo, il conte di Devonia.
Il giallo e negro ha quel di Vigorina;
il can quel d’Erbia; un orso quel d’Osonia.
La croce che là vedi cristallina,
è del ricco prelato di Battonia.
Vedi nel bigio una spezzata sedia:
è del duca Ariman di Sormosedia.
[1637: è un'ottava dell'Orlando furioso sull'araldica in cui l'Ariosto traduce buffamente la toponomastica inglese. Meraviglioso «il ricco prelato di Battonia»: pare di vederlo, pallido e grassoccio come il mago Otelma]
«Vedevo immagini aeree che sembravano composte di minutissimi anelli come di una maglia di ferro (“lorica”) sebbene io non ne avessi allora mai viste, e che sorgevano dall’angolo destro ai piedi del letto, salivano lentamente tracciando un semicerchio e scendevano all’angolo sinistro dove sparivano […]» [1742: è una citazione da Gerolamo Cardano e fa pensare alla descrizione di un'aura che precede l'attacco di emicrania]
Di Cardano, Calvino cita anche la passione (anche scientifica) per il gioco d’azzardo, che fu per una parte della sua vita, un modo di sbarcare il lunario:
[…] la passione dominante per il gioco (dadi, carte, scacchi) […] [1763]
[…] un trattato sui giochi d’azzardo (De ludo aleae). Quest’ultima opera ha un’importanza anche come primo testo di teoria della probabilità: così viene studiato in un libro americano che, capitoli tecnici a parte, è molto ricco di notizie e godibile, e mi pare l’ultimo studio apparso su di lui a tutt’oggi (Oystein Ore, Cardano the gambling scholar, Princeton 1953). [1773]
La Luna ospita tra l’altro il Paradiso impropriamente detto terrestre, e Cyrano casca proprio sull’Albero della Vita impiastricciandosi la faccia con una delle famose mele. Quanto al serpente, dopo il peccato originale Dio lo relegò nel corpo dell’uomo: è l’intestino, serpente avvoltolato su se stesso, animale insaziabile che domina l’uomo e lo obbliga ai suoi voleri e lo strazia coi suoi denti invisibili.
Questa spiegazione è data dal profeta Elia a Cyrano che non sa trattenersi da una salace variazione sul tema: il serpente è anche quello che spunta dal ventre dell’uomo e si tende verso la donna per schizzarle il suo veleno, provocando un gonfiore che dura nove mesi. Ma Elia questi scherzi di Cyrano non li gradisce affatto, e a una impertinenza più grossa delle altre lo caccia dall’Eden. Il che dimostra che in questo libro tutto scherzoso, ci sono scherzi che vanno presi come verità e altri detti solo per scherzo, anche se non è facile distinguerli. [1931]
Questo saggio spirito spiega perché i Lunari non solo s’astengano dal mangiare carne, ma anche per gli ortaggi usino particolari riguardi: mangiano solo cavoli morti di morte naturale, perché decapitare un cavolo è per loro un assassinio. Nulla ci dice infatti che gli uomini, dopo il peccato d’Adamo, siano più cari a Dio dei cavoli, né che questi ultimi siano più dotati di sensibilità e di bellezza e fatti più a immagine e somiglianza di Dio. «Se dunque la nostra anima non è più il suo ritratto, non gli somigliamo di più per le mani, i piedi, la bocca, la fronte, le orecchie che il cavolo per le foglie, i fiori, il gambo, il torsolo e il cappuccio». E quanto all’intelligenza, pur ammettendo che i cavoli non abbiano un’anima immortale, forse partecipano d’un intelletto universale, e se delle loro conoscenze occulte non ci è mai trapelato nulla è forse solo perché noi non siamo all’altezza di ricevere i messaggi che ci mandano. [1941: sempre su Cyrano, che ci spiega che i seleniti sono vegani ante litteram]
«l’anima si sazia di tutto quello che è uniforme, anche della felicità perfetta» [2334: è una citazione di Stendhal]
Proprio perché l’esistenza è dominata dall’entropia, dalla dissoluzione in istanti e in impulsi come corpuscoli senza nesso né forma, egli vuole che l’individuo si realizzi secondo un principio di conservazione dell’energia, o meglio di riproduzione continua di cariche energetiche. Imperativo tanto più rigoroso quanto più egli è vicino a comprendere che l’entropia sarà comunque alla fine la trionfatrice, e dell’universo con tutte le sue galassie non resterà che un vorticare d’atomi nel vuoto. [2520: ancora su Stendhal]
Non è mai né comico né tragico, è curioso. [2755: Calvino cita Pavese che parla di Balzac]
«Quale onore, – disse la madre offrendo da baciare una guancia sensibile e affettuosa quanto la parte convessa d’un cucchiaio» [2849: è una citazione da Il nostro comune amico di Dickens]
Capire come Tolstoj costruisce la sua narrazione non è facile. Quel che tanti narratori tengono allo scoperto – schemi simmetrici, travi portanti, contrappesi, cerniere rotanti –, in lui resta nascosto. Nascosto non vuol dire che non ci sia: l’impressione che Tolstoj dà di portare pari pari sulla pagina scritta «la vita» (questa misteriosa entità per definire la quale siamo obbligati a partire dalla pagina scritta) non è che un risultato d’arte, cioè d’un artificio più sapiente e complesso di tanti altri. [2906: a completamento della metafora di Gauss e Renzo Piano]
I racconti che hanno per tema il denaro sono ben indicativi di questa duplice tendenza: rappresentazione d’un mondo che non ha altra immaginazione che economica, in cui il dollaro è l’unico deus ex machina operante, e insieme dimostrazione che il denaro è qualcosa di astratto, cifra d’un calcolo che esiste solo sulla carta, misura d’un valore in sé inafferrabile, convenzione linguistica che non rimanda ad alcuna realtà sensibile. In The Man That Corrupted Hadleyburg (1899), il miraggio d’un sacco di monete d’oro scatena la degradazione morale d’un’austera città di provincia; in The $ 30,000 Bequest (1904) un’eredità fantomatica viene spesa nell’immaginazione; in The £ 1,000,000 Bank-Note (1893), una banconota di taglio troppo grosso attira la ricchezza senza bisogno d’essere investita e neppure cambiata. Nella narrativa dell’Ottocento il denaro aveva avuto un posto importante: forza motrice della storia in Balzac, pietra di paragone dei sentimenti in Dickens; in Mark Twain il denaro è gioco di specchi, vertigine del vuoto. [2996: un utile complemento/collegamento a The End of Money di David Wolman]
Contro alle più diffuse analisi negative dello stalinismo, che partono pressappoco tutte da posizioni trozkiste o bukariniane, cioè parlano di degenerazione del sistema, Pasternak parte dal mondo mistico-umanitario della cultura russa pre-rivoluzionaria, per giungere a una condanna non solo del marxismo e della violenza rivoluzionaria, ma della politica come principale banco di prova dei valori dell’umanità contemporanea. [3424: la la recensione del Dottor Zivago, che pure ha delle intuizioni molto profonde, mi pare troppo condizionata dalla prudenza dovuta all'appartenenza comunista del Calvino dell'epoca]
Il romanzo di Roma, scritto da un non romano. Gadda infatti era milanese e s’identificava profondamente con la borghesia della sua città natale, i cui valori (concretezza pratica, efficienza tecnica, principî morali) sentiva travolti dal prevalere d’un’altra Italia, arruffona e chiassosa e senza scrupoli. Ma anche se i suoi racconti e il suo romanzo più autobiografico (La cognizione del dolore) hanno le radici nella società e nella parlata dialettale di Milano, il libro che lo mise in contatto col grande pubblico è questo romanzo scritto in gran parte in dialetto romanesco, in cui Roma è vista e compresa con una partecipazione quasi fisiologica anche ai suoi aspetti infernali, da sabba stregonesco. [3657]
[…] la Prima guerra mondiale combattuta e sofferta come ufficiale scrupoloso, con l’indignazione che non era mai venuta meno in lui per il male che può essere provocato dall’improvvisazione, dall’incompetenza, dal velleitarismo. Nel Pasticciaccio, la cui azione è supposta svolgersi nel 1927, agli inizi della dittatura di Mussolini, Gadda non si limita a una facile caricatura del fascismo: analizza capillarmente quali effetti provoca sull’amministrazione quotidiana della giustizia il mancato rispetto della divisione dei tre poteri teorizzata da Montesquieu (e il richiamo all’autore dell’Esprit des lois viene fatto esplicitamente). [3676]
[…] Forse un mattino andando in un’aria di vetro, una delle poesie che ha continuato a ruotare più sovente sul mio giradischi mentale […] [3761]
«… riflettei che ogni cosa, a ognuno, accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell’aria, sulla terra e sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me…» [4257: è una citazione di Borges, Il giardino dei sentieri che si biforcano
«Nel tempo reale, nella storia, ogni volta che un uomo si trova di fronte diverse alternative, opta per una ed elimina e perde le altre; non così nell’ambiguo tempo dell’arte, che assomiglia a quello della speranza e dell’oblio.» [4276: ancora Borges]
«Ma la logica è anche un’arte, e l’assiomatizzazione un gioco. L’ideale che si sono costruiti gli scienziati nel corso di tutto questo inizio di secolo è stato una presentazione della scienza non come conoscenza ma come regola e metodo. Si dànno delle nozioni (indefinibili), degli assiomi e delle istruzioni per l’uso, insomma un sistema di convenzioni. Ma questo non è forse un gioco che non ha nulla di diverso dagli scacchi o dal bridge? Prima di procedere nell’esame di questo aspetto della scienza, ci dobbiamo fermare su questo punto: la scienza è una conoscenza, serve a conoscere? E dato che si tratta (sin questo articolo) di matematica, che cosa si conosce in matematica? Precisamente: niente. E non c’è niente da conoscere. Non conosciamo il punto, il numero, il gruppo, l’insieme, la funzione più di quanto conosciamo l’elettrone, la vita, il comportamento umano. Non conosciamo il mondo delle funzioni e delle equazioni differenziali più di quanto “conosciamo” la Realtà Concreta Terrestre e Quotidiana. Tutto ciò che conosciamo è un metodo accettato (consentito) come vero dalla comunità degli scienziati, metodo che ha anche il vantaggio di connettersi alle tecniche di fabbricazione. Ma questo metodo è anche un gioco, più esattamente quello che si chiama un jeu d’esprit. Perciò l’intera scienza, nella sua forma compiuta, si presenta e come tecnica e come gioco. Cioè né più né meno di come si presenta l’altra attività umana: l’Arte». [4430: è una lunga citazione di Queneau]
I versi essendo 14, si avranno virtualmente 1014 sonetti, ossia centomila miliardi. [4547, ma anche 4309: per due volte, parlando di Cent mille milliards de poèmes di Queneau trovo questo curioso errore, 1014 invece di 1014. Nell'edizione Oscar che sono riuscito a consultare su Google Books a p. 294 è scritto correttamente 1014 ma a p. 277 erroneamente 1014]
September 26, 2025
cercavo una cosa e ne ho trovato un’altra e quindi mi è toccato comprarlo.
pensavo di trovare un saggio che mi spiegasse oggettivamente cosa possa essere considerato “classico”. ho trovato, invece, un catalogo soggettivo di un lettore (italo calvino) che spiega perché alcune opere minori di autori classici siano da recuperare.
quindi lo userò come guida alla lettura, di libri che non avevo preso in considerazione e che mi allungheranno la vita…
pensavo di trovare un saggio che mi spiegasse oggettivamente cosa possa essere considerato “classico”. ho trovato, invece, un catalogo soggettivo di un lettore (italo calvino) che spiega perché alcune opere minori di autori classici siano da recuperare.
quindi lo userò come guida alla lettura, di libri che non avevo preso in considerazione e che mi allungheranno la vita…
June 20, 2022
Calvino sempre una meraviglia.
"Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire."
"(...) le Metamorfosi vogliono rappresentare l'insieme del raccontabile tramandato dalla letteratura con tutta la forza d'immagini e di significati che esso convoglia, senza decidere - secondo l'ambiguità propriamente mitica - tra le chiavi di lettura possibili. Solo accogliendo nel poema tutti i racconti e le intenzioni di racconto che scorrono in ogni direzione, che s'affollano e spingono per incanalarsi nell'ordinata distesa dei suoi esametri, l'autore delle Metamorfosi sarà sicuro di non servire un disegno parziale ma la molteplicità vivente che non esclude nessun dio noto o ignoto."
"L'ottava è la misura nella quale meglio riconosciamo ciò che Ariosto ha d'inconfondibile: nell'ottava Ariosto ci si rigira come vuole, ci sta di casa, il suo miracolo è fatto soprattutto di disinvoltura.
Per due ragioni soprattutto: una intrinseca dell'ottava, cioè d'una strofa che si presta a discorsi anche lunghi e ad alternare toni sublimi e lirici con toni prosastici e giocosi; e una intrinseca del modo di poetare d'Ariosto, che non è tenuto a limiti di nessun genere (...)."
"(...) soprattutto [Cyrano] è uno scrittore fino in fondo, che non vuole tanto illustrare una teoria o difendere una tesi quanto mettere in moto una giostra d'invenzioni che equivalgano sul piano dell'immaginazione e del linguaggio a quel che la nuova filosofia e la nuova scienza stanno mettendo in moto sul piano del pensiero."
"Nella poetica di Diderot non tanto contava l'originalità quanto il fatto che i libri si rispondono, si combattono, si completano a vicenda: è nell'insieme del contesto culturale che ogni operazione dello scrittore prende senso." (120)
"C'era un uomo che voleva calcolare tutto. Piaceri, dolori, virtù, vizi, verità, errori: per ogni aspetto del sentire e dell'agire umani quest'uomo era convinto di poter stabilire una formula algebrica e un sistema di quantificazione numerica. Combatteva il disordine dell'esistenza e l'indeterminatezza del pensiero con l'arma dell'"esattezza geometrica", cioè d'uno stile intellettuale tutto contrapposizioni nette e conseguenze logiche irrefutabili. Il desiderio del piacere e il timore della forza erano per lui le sole certezze da cui partire per addentrarsi nella conoscenza del mondo umano (...)."
"Far diventare romanzo una città: rappresentare i quartieri e le vie come personaggi dotati ognuno d'un carattere in opposizione con gli altri; evocare figure umane e situazioni come una vegetazione spontanea che germina dal selciato di queste o quelle vie, o come elementi di così drammatico contrasto con esse da provocare cataclismi a catena; far sì che in ogni mutevole momento la vera protagonista sia la città vivente, la sua continuità biologica, il mostro-Parigi: questa l'impresa cui Balzac nel momento in cui comincia a scrivere Ferragus si sente chiamato. (...) Quel che ora appassionava Balzac era il poema topografico di Parigi, secondo l'intuizione che egli per primo ebbe della città come linguaggio, come ideologia, come condizionamento d'ogni pensiero e parola e gesto, (...), la città mostruosa come un gigantesco crostaceo di cui gli abitanti non sono che le articolazioni motorie."
"Giocoliere della scrittura, non secondo un'esigenza intellettuale ma secondo la sua vocazione d'entertainer d'un pubblico tutt'altro che raffinato (...) Mark Twain segue procedimenti che non sono poi tanto dissimili da quelli dell'autore d'avanguardia che fa letteratura con la letteratura: basta mettergli in mano un testo scritto qualsiasi e lui si mette a giocarci finché non salta fuori un racconto."
"Perché in quell'aria di cupio dissolvi che spesso aleggia nelle pagine conradiane, la fiducia nelle forze dell'uomo non viene mai meno. Pur lontano da qualsiasi rigore filosofico, Conrad intuì il momento cruciale del pensiero borghese in cui l'ottimismo razionalista perdeva le ultime illusioni e uno scatenarsi d'irrazionalismi e misticismi invadeva il campo."
"Io credo che non per nulla il nostro è il tempo del racconto, del romanzo breve, della testimonianza autobiografica: oggi una narrativa veramente moderna non può che portare la sua carica poetica sul momento (quel qualsiasi momento) in cui si vive, valorizzandolo come decisivo e infinitamente significante; deve perciò essere "al presente", darci un'azione che si svolga tutta sotto i nostri occhi, unitaria di tempo e d'azione come la tragedia greca."
"La barbarie insita nella nostra vita d'oggi è il grande tema della letteratura contemporanea, le cui narrazioni grondano del sangue di tutte le carneficine che il nostro mezzo secolo ha conosciuto, il cui stile cerca l'immediatezza del graffito delle caverne, la cui morale vuole ritrovare l'umanità attraverso il cinismo o la spietatezza o lo strazio. (...) Ma mentre in gran parte della letteratura contemporanea la violenza è accettata, (...) [Pasternak] registra la violenza con la stanca amarezza di chi ha dovuto lungamente assistere ad essa, di chi non può raccontare atrocità su atrocità, registrando ogni volta il proprio dissenso, la propria estraneità."
"Un'idea che si realizza poeticamente non può mai essere senza significato. Aver significato non vuole affatto dire corrispondere a verità. Vuol dire indicare un punto cruciale, un problema, un allarme." (220)
"Da giovane mi piaceva imparare poesie a memoria. Già molte se ne studiavano a scuola - e oggi vorrei che fossero state molte di più - che poi hanno continuato ad accompagnarmi per la vita, in una recitazione mentale quasi inconsapevole, che riaffiora a distanza d'anni. Finito il liceo, continuai per qualche anno a impararne per conto mio, dei poeti che allora non erano compresi nei programmi scolastici. (...) una delle poesie che ha continuato a ruotare più sovente sul mio giradischi mentale, e che mi si ripresenta senza alcuna vibrazione nostalgica, ogni volta come una poesia che leggo per la prima volta."
"Tra le ragioni per cui una poesia s'impone alla memoria (prima chiedendo d'essere mandare a mente, poi facendosi ricordare) le peculiarità metriche hanno una parte decisiva. In Montale m'ha sempre attratto l'uso della rima: le parole piane che rimano con le sdrucciole, le rime imperfette, le rime in posizioni insolite (...). La sorpresa della rima non è solo fonetica: Montale è uno dei rari poeti che conoscono il segreto d'usare la rima per abbassare il tono, non per alzarlo, con effetti inconfondibili sul significato."
"Una poesia vive anche per il potere d'irradiare ipotesi divagazioni associazioni d'idee in territori lontani, o meglio di richiamare e agganciare a sé idee di varia provenienza, organizzandole in una mobile rete di riferimenti e rifrazioni, come attraverso un cristallo."
"In realtà, l'immagine che vediamo non è qualcosa che l'occhio registra né qualcosa che ha sede nell'occhio: è qualcosa che avviene interamente nel cervello, su stimoli trasmessi dai nervi ottici, ma che solo in una zona del cervello acquista una forma e un senso. È quella zona lo "schermo" in cui s'accampano le immagini, e se riesco, rivolgendomi, voltando me stesso dentro di me, a vedere al di là di quella zona del mio cervello, cioè a comprendere il mondo com'è quando la mia percezione non gli attribuisce colore e forma di alberi case colli, brancolerò in una oscurità senza dimensione né oggetti, attraversata da un pulviscolo di vibrazioni fredde e informi, ombre su un radar mal sintonizzato. (...) La nostra tradizione poetica ha abitualmente usato la parola "schermo" nel significato di "riparo-occultamento" o di "diaframma", e se volessimo azzardarci ad affermare che questa è la prima volta che un poeta italiano usa "schermo" nel senso di "superficie su cui si proiettano immagini", credo che il rischio d'errore non sarebbe molto alto. (...) L'illusione del mondo veniva tradizionalmente resa da poeti e drammaturghi con metafore teatrali; il nostro secolo sostituisce al mondo come teatro il mondo come cinematografo, vorticare d'immagini su una tela bianca."
"La vacuità del dialogo pausato e divagante, il cui antecedente più scoperto va visto nel "parlar d'altro" sull'orlo della disperazione dei personaggi di Čechov, si colora di tutta la problematica dell'irrazionalismo novecentesco. I piccoli borghesi di Čechov, sconfitti in tutto ma non nella coscienza della dignità umana, puntano i piedi sotto l'incombere del ciclone e conservano la speranza di un mondo migliore. Gli americani sradicati di Hemingway sono dentro il ciclone anima e corpo, e tutto quel che sanno opporgli è il cercare di sciare bene, di sparare bene ai leoni, d'impostare bene i rapporti tra uomo e donna, tra uomo e uomo, tecniche e virtù che ancora certo varranno in quel mondo migliore, in cui però essi non credono. Tra Čechov e Hemingway, c'è passata la Prima guerra mondiale."
"(Una traduzione di poeta con testo a fronte non può aspirare a funzione migliore di quella d'invitare il lettore a tentare altre versioni per conto suo.)"
"Ponge (...) è "antropomorfo" nel senso d'un'immedesimazione nelle cose, come se l'uomo uscisse da se stesso per provare com'è essere cosa. Questo comporta una battaglia col linguaggio, un continuo tirarlo e rimboccarlo come un lenzuolo qua troppo stretto e là troppo largo, il linguaggio che tende sempre a dire troppo poco o a dire troppo."
"(...) fa parte dei luoghi obbligati della critica su Borges osservare che ogni suo testo raddoppia o moltiplica il proprio spazio attraverso altri libri d'una biblioteca immaginaria o reale, letture classiche o erudite o semplicemente inventate. Ciò che più m'interessa qui annotare è che nasce con Borges una letteratura elevata al quadrato e nello stesso tempo una letteratura come estrazione della radice quadrata di se stessa."
"(...) per Borges la parola scritta che conta è quella che ha un forte impatto sull'immaginazione, come figura emblematica o concettuale, fatta per essere ricordata e riconosciuta in qualsiasi sua apparizione passata o futura."
"Le "virtù del Numero" sembrano imporgli la propria evidenza soprattutto quando esse riescono a trasparire attraverso la spessa corporeità della persona vivente, con la sua imprevedibilità d'umori, coi suoi fenomeni emessi a bocca storta, con la sua logica a zigzag, in quel tragico confronto delle dimensioni dell'individuo mortale con quelle dell'universo che si può esprimere solo con risolini o con sogghigni o con cachinni o con scoppi di riso convulso, e nel migliore dei casi con risate a gola spiegata, risate a crepapelle, risate omeriche..."
"Ogni romanzo di Pavese ruota intorno a un tema nascosto, a una cosa non detta che è la vera cosa che egli vuol dire e che si può dire solo tacendola."
"Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire."
"(...) le Metamorfosi vogliono rappresentare l'insieme del raccontabile tramandato dalla letteratura con tutta la forza d'immagini e di significati che esso convoglia, senza decidere - secondo l'ambiguità propriamente mitica - tra le chiavi di lettura possibili. Solo accogliendo nel poema tutti i racconti e le intenzioni di racconto che scorrono in ogni direzione, che s'affollano e spingono per incanalarsi nell'ordinata distesa dei suoi esametri, l'autore delle Metamorfosi sarà sicuro di non servire un disegno parziale ma la molteplicità vivente che non esclude nessun dio noto o ignoto."
"L'ottava è la misura nella quale meglio riconosciamo ciò che Ariosto ha d'inconfondibile: nell'ottava Ariosto ci si rigira come vuole, ci sta di casa, il suo miracolo è fatto soprattutto di disinvoltura.
Per due ragioni soprattutto: una intrinseca dell'ottava, cioè d'una strofa che si presta a discorsi anche lunghi e ad alternare toni sublimi e lirici con toni prosastici e giocosi; e una intrinseca del modo di poetare d'Ariosto, che non è tenuto a limiti di nessun genere (...)."
"(...) soprattutto [Cyrano] è uno scrittore fino in fondo, che non vuole tanto illustrare una teoria o difendere una tesi quanto mettere in moto una giostra d'invenzioni che equivalgano sul piano dell'immaginazione e del linguaggio a quel che la nuova filosofia e la nuova scienza stanno mettendo in moto sul piano del pensiero."
"Nella poetica di Diderot non tanto contava l'originalità quanto il fatto che i libri si rispondono, si combattono, si completano a vicenda: è nell'insieme del contesto culturale che ogni operazione dello scrittore prende senso." (120)
"C'era un uomo che voleva calcolare tutto. Piaceri, dolori, virtù, vizi, verità, errori: per ogni aspetto del sentire e dell'agire umani quest'uomo era convinto di poter stabilire una formula algebrica e un sistema di quantificazione numerica. Combatteva il disordine dell'esistenza e l'indeterminatezza del pensiero con l'arma dell'"esattezza geometrica", cioè d'uno stile intellettuale tutto contrapposizioni nette e conseguenze logiche irrefutabili. Il desiderio del piacere e il timore della forza erano per lui le sole certezze da cui partire per addentrarsi nella conoscenza del mondo umano (...)."
"Far diventare romanzo una città: rappresentare i quartieri e le vie come personaggi dotati ognuno d'un carattere in opposizione con gli altri; evocare figure umane e situazioni come una vegetazione spontanea che germina dal selciato di queste o quelle vie, o come elementi di così drammatico contrasto con esse da provocare cataclismi a catena; far sì che in ogni mutevole momento la vera protagonista sia la città vivente, la sua continuità biologica, il mostro-Parigi: questa l'impresa cui Balzac nel momento in cui comincia a scrivere Ferragus si sente chiamato. (...) Quel che ora appassionava Balzac era il poema topografico di Parigi, secondo l'intuizione che egli per primo ebbe della città come linguaggio, come ideologia, come condizionamento d'ogni pensiero e parola e gesto, (...), la città mostruosa come un gigantesco crostaceo di cui gli abitanti non sono che le articolazioni motorie."
"Giocoliere della scrittura, non secondo un'esigenza intellettuale ma secondo la sua vocazione d'entertainer d'un pubblico tutt'altro che raffinato (...) Mark Twain segue procedimenti che non sono poi tanto dissimili da quelli dell'autore d'avanguardia che fa letteratura con la letteratura: basta mettergli in mano un testo scritto qualsiasi e lui si mette a giocarci finché non salta fuori un racconto."
"Perché in quell'aria di cupio dissolvi che spesso aleggia nelle pagine conradiane, la fiducia nelle forze dell'uomo non viene mai meno. Pur lontano da qualsiasi rigore filosofico, Conrad intuì il momento cruciale del pensiero borghese in cui l'ottimismo razionalista perdeva le ultime illusioni e uno scatenarsi d'irrazionalismi e misticismi invadeva il campo."
"Io credo che non per nulla il nostro è il tempo del racconto, del romanzo breve, della testimonianza autobiografica: oggi una narrativa veramente moderna non può che portare la sua carica poetica sul momento (quel qualsiasi momento) in cui si vive, valorizzandolo come decisivo e infinitamente significante; deve perciò essere "al presente", darci un'azione che si svolga tutta sotto i nostri occhi, unitaria di tempo e d'azione come la tragedia greca."
"La barbarie insita nella nostra vita d'oggi è il grande tema della letteratura contemporanea, le cui narrazioni grondano del sangue di tutte le carneficine che il nostro mezzo secolo ha conosciuto, il cui stile cerca l'immediatezza del graffito delle caverne, la cui morale vuole ritrovare l'umanità attraverso il cinismo o la spietatezza o lo strazio. (...) Ma mentre in gran parte della letteratura contemporanea la violenza è accettata, (...) [Pasternak] registra la violenza con la stanca amarezza di chi ha dovuto lungamente assistere ad essa, di chi non può raccontare atrocità su atrocità, registrando ogni volta il proprio dissenso, la propria estraneità."
"Un'idea che si realizza poeticamente non può mai essere senza significato. Aver significato non vuole affatto dire corrispondere a verità. Vuol dire indicare un punto cruciale, un problema, un allarme." (220)
"Da giovane mi piaceva imparare poesie a memoria. Già molte se ne studiavano a scuola - e oggi vorrei che fossero state molte di più - che poi hanno continuato ad accompagnarmi per la vita, in una recitazione mentale quasi inconsapevole, che riaffiora a distanza d'anni. Finito il liceo, continuai per qualche anno a impararne per conto mio, dei poeti che allora non erano compresi nei programmi scolastici. (...) una delle poesie che ha continuato a ruotare più sovente sul mio giradischi mentale, e che mi si ripresenta senza alcuna vibrazione nostalgica, ogni volta come una poesia che leggo per la prima volta."
"Tra le ragioni per cui una poesia s'impone alla memoria (prima chiedendo d'essere mandare a mente, poi facendosi ricordare) le peculiarità metriche hanno una parte decisiva. In Montale m'ha sempre attratto l'uso della rima: le parole piane che rimano con le sdrucciole, le rime imperfette, le rime in posizioni insolite (...). La sorpresa della rima non è solo fonetica: Montale è uno dei rari poeti che conoscono il segreto d'usare la rima per abbassare il tono, non per alzarlo, con effetti inconfondibili sul significato."
"Una poesia vive anche per il potere d'irradiare ipotesi divagazioni associazioni d'idee in territori lontani, o meglio di richiamare e agganciare a sé idee di varia provenienza, organizzandole in una mobile rete di riferimenti e rifrazioni, come attraverso un cristallo."
"In realtà, l'immagine che vediamo non è qualcosa che l'occhio registra né qualcosa che ha sede nell'occhio: è qualcosa che avviene interamente nel cervello, su stimoli trasmessi dai nervi ottici, ma che solo in una zona del cervello acquista una forma e un senso. È quella zona lo "schermo" in cui s'accampano le immagini, e se riesco, rivolgendomi, voltando me stesso dentro di me, a vedere al di là di quella zona del mio cervello, cioè a comprendere il mondo com'è quando la mia percezione non gli attribuisce colore e forma di alberi case colli, brancolerò in una oscurità senza dimensione né oggetti, attraversata da un pulviscolo di vibrazioni fredde e informi, ombre su un radar mal sintonizzato. (...) La nostra tradizione poetica ha abitualmente usato la parola "schermo" nel significato di "riparo-occultamento" o di "diaframma", e se volessimo azzardarci ad affermare che questa è la prima volta che un poeta italiano usa "schermo" nel senso di "superficie su cui si proiettano immagini", credo che il rischio d'errore non sarebbe molto alto. (...) L'illusione del mondo veniva tradizionalmente resa da poeti e drammaturghi con metafore teatrali; il nostro secolo sostituisce al mondo come teatro il mondo come cinematografo, vorticare d'immagini su una tela bianca."
"La vacuità del dialogo pausato e divagante, il cui antecedente più scoperto va visto nel "parlar d'altro" sull'orlo della disperazione dei personaggi di Čechov, si colora di tutta la problematica dell'irrazionalismo novecentesco. I piccoli borghesi di Čechov, sconfitti in tutto ma non nella coscienza della dignità umana, puntano i piedi sotto l'incombere del ciclone e conservano la speranza di un mondo migliore. Gli americani sradicati di Hemingway sono dentro il ciclone anima e corpo, e tutto quel che sanno opporgli è il cercare di sciare bene, di sparare bene ai leoni, d'impostare bene i rapporti tra uomo e donna, tra uomo e uomo, tecniche e virtù che ancora certo varranno in quel mondo migliore, in cui però essi non credono. Tra Čechov e Hemingway, c'è passata la Prima guerra mondiale."
"(Una traduzione di poeta con testo a fronte non può aspirare a funzione migliore di quella d'invitare il lettore a tentare altre versioni per conto suo.)"
"Ponge (...) è "antropomorfo" nel senso d'un'immedesimazione nelle cose, come se l'uomo uscisse da se stesso per provare com'è essere cosa. Questo comporta una battaglia col linguaggio, un continuo tirarlo e rimboccarlo come un lenzuolo qua troppo stretto e là troppo largo, il linguaggio che tende sempre a dire troppo poco o a dire troppo."
"(...) fa parte dei luoghi obbligati della critica su Borges osservare che ogni suo testo raddoppia o moltiplica il proprio spazio attraverso altri libri d'una biblioteca immaginaria o reale, letture classiche o erudite o semplicemente inventate. Ciò che più m'interessa qui annotare è che nasce con Borges una letteratura elevata al quadrato e nello stesso tempo una letteratura come estrazione della radice quadrata di se stessa."
"(...) per Borges la parola scritta che conta è quella che ha un forte impatto sull'immaginazione, come figura emblematica o concettuale, fatta per essere ricordata e riconosciuta in qualsiasi sua apparizione passata o futura."
"Le "virtù del Numero" sembrano imporgli la propria evidenza soprattutto quando esse riescono a trasparire attraverso la spessa corporeità della persona vivente, con la sua imprevedibilità d'umori, coi suoi fenomeni emessi a bocca storta, con la sua logica a zigzag, in quel tragico confronto delle dimensioni dell'individuo mortale con quelle dell'universo che si può esprimere solo con risolini o con sogghigni o con cachinni o con scoppi di riso convulso, e nel migliore dei casi con risate a gola spiegata, risate a crepapelle, risate omeriche..."
"Ogni romanzo di Pavese ruota intorno a un tema nascosto, a una cosa non detta che è la vera cosa che egli vuol dire e che si può dire solo tacendola."
May 3, 2018
A parte l'articolo iniziale (Italiani, vi esorto ai classici) che ognuno dovrebbe leggere, il resto dei saggi non penso siano per tutti.
Questo libro è un po' un miscuglio di introduzioni e di articoli, che a parer mio, non sono stati ben organizzati. (All'ordine alfabetico per autori avrei preferito una separazione tra saggi e introduzioni)
Il già citato articolo iniziale poteva essere una sorta d'introduzione a tutto il libro, che è una raccolta di saggi su autori classici prediletti da Calvino.
È quindi molto interessante per chi studia Calvino, in quanto rappresenta una sua autobiografia letteraria, ma potrebbe non esserlo altrettanto per chi vuole approcciarsi ai classici; poiché la scelta di Calvino potrebbe non corrispondere ai gusti di ogni lettore.
Lo consiglio a chi è interessato alla scrittura di Calvino e non a chi cerca risposta alla domanda del titolo, che un po' disorienta sul tipo di libro.
Questo libro è un po' un miscuglio di introduzioni e di articoli, che a parer mio, non sono stati ben organizzati. (All'ordine alfabetico per autori avrei preferito una separazione tra saggi e introduzioni)
Il già citato articolo iniziale poteva essere una sorta d'introduzione a tutto il libro, che è una raccolta di saggi su autori classici prediletti da Calvino.
È quindi molto interessante per chi studia Calvino, in quanto rappresenta una sua autobiografia letteraria, ma potrebbe non esserlo altrettanto per chi vuole approcciarsi ai classici; poiché la scelta di Calvino potrebbe non corrispondere ai gusti di ogni lettore.
Lo consiglio a chi è interessato alla scrittura di Calvino e non a chi cerca risposta alla domanda del titolo, che un po' disorienta sul tipo di libro.
March 29, 2019
Un libro in cui emerge tutta la passione del Calvino lettore, quando siamo abituati a considerarlo, almeno a scuola, soprattutto uno scrittore.
Lettura piuttosto impegnativa, soprattutto per quei libri, presenti nella trattazione, che "non si sono letti" o di cui si conosce solo la trama. Il pregio, comunque, è che si tratta di una lettura che, di saggio in saggio, invoglia a leggere e a colmare le lacune.
Oltre a questo, poi, ho scoperto il piacere di conoscere meglio un autore come Calvino: letture giovanili, prime impressioni e anneddoti sono ingredienti non secondari di questa miscellanea di saggi in cui il filo rosso è il più soggettivo possibile: quali sono "I Classici" per Italo Calvino?
E - domanda che mi è venuta da farmi - quali sarebbero i miei?
Lettura piuttosto impegnativa, soprattutto per quei libri, presenti nella trattazione, che "non si sono letti" o di cui si conosce solo la trama. Il pregio, comunque, è che si tratta di una lettura che, di saggio in saggio, invoglia a leggere e a colmare le lacune.
Oltre a questo, poi, ho scoperto il piacere di conoscere meglio un autore come Calvino: letture giovanili, prime impressioni e anneddoti sono ingredienti non secondari di questa miscellanea di saggi in cui il filo rosso è il più soggettivo possibile: quali sono "I Classici" per Italo Calvino?
E - domanda che mi è venuta da farmi - quali sarebbero i miei?
January 31, 2021
Troppo. Troppo enciclopedico. Troppi nomi. Troppi titoli. Troppi dettagli. Troppe tematiche non legate tra loro.
Si legge facilmente e anche velocemente, stile approvatissimo ma sono riuscita ad apprezzarlo solo in parte, probabilmente a causa mia che non conoscevo tanti autori o titoli di cui parlava. Mi aspettavo qualcosa che fosse più ad ampio respiro e invece Calvino ci propone analisi di micro tematiche, spesso di titoli minori.
Molto interessante il saggio che dà il titolo alla raccolta (breve e significativo) e i saggi sui russi e sulle opere greche e latine. Degli altri, purtroppo, mi resterà poco.
Si legge facilmente e anche velocemente, stile approvatissimo ma sono riuscita ad apprezzarlo solo in parte, probabilmente a causa mia che non conoscevo tanti autori o titoli di cui parlava. Mi aspettavo qualcosa che fosse più ad ampio respiro e invece Calvino ci propone analisi di micro tematiche, spesso di titoli minori.
Molto interessante il saggio che dà il titolo alla raccolta (breve e significativo) e i saggi sui russi e sulle opere greche e latine. Degli altri, purtroppo, mi resterà poco.
July 27, 2021
Un viaggio tra i classici e ripercorri i classici in maniera diversa, più adulta. Calvino ti trascina, con la seduzione della scoperta e attraverso lo sguardo di occhi più nitidi, per nuovi mondi o mondi che già avevi visitato, offrendoti scorci di paesaggi mai visti.
August 15, 2021
Nessuno insegna come leggere i classici come Calvino - cosmopolita anche nei gusti e conoscenze letterarie. Ho imparato moltissimo da questo libro e, a modo suo, è adesso un mio classico.
April 10, 2024
Oltre alla mia passione per le opere di Italo Calvino, mi sono avvicinato alla lettura di quest'opera per la curiosità che mi ispirava il titolo.
Le motivazioni principali e la bellezza del pensiero dell'autore sulla base della domanda “perché leggere i classici?” si esauriscono nelle prime pagine introduttive a quello che sarà il resto del libro: una serie di analisi, recensioni, estratti di conferenze di Calvino su varie opere che hanno costellato e rappresentato le epoche della letteratura italiana e internazionale, assurgendo a classici.
Ho molto apprezzato le note introduttive che, a mio parere, erano molto più pertinenti con il titolo di questo libro e con le mie aspettative dei contenuti.
Generalmente rifuggo tutte le opere “enciclopediche” in cui autori che apprezzo - ed è peggio quando non li apprezzo - svolgono una lista di libri che li hanno formati letterariamente e umanamente.
Riflettendo meglio, nel caso di Calvino questa lista di opere che viene dissezionata, sviscerata a fondo per esplorarne i contenuti e le peculiarità è apparsa molto utile non tanto per conoscere i gusti e gli interessi dell’autore, ma soprattutto per rispondere in modo più analitico, motivato e deciso alla domanda del “perché leggere i classici”, confermando empiricamente la risposta che Calvino aveva dato nell’introduzione all'opera.
Quello che Calvino - e i curatori di questa raccolta-saggio - ha permesso, è il rendere concreto e fare percepire il dialogo che travalica le generazioni e i secoli e che mette in relazione gli autori di epoche passate con i lettori di ogni epoca.
L’analisi puntuale dei caratteri salienti delle opere prese in esame permette una immersione in tematiche che accomunano e legano, come un filo che attraversa il tempo, l’umanità di ogni paese e coordinata temporale.
Ciò che rende classico un classico è questa capacità di far riverberare le parole, le esperienze, le filosofie di autori che ancora oggi possono aiutare i contemporanei a mettersi alla ricerca di risposte o a porsi domande che non erano state prese in considerazione, utili a iniziare nuove ricerche, a scavare in se stessi e a interpretare il mondo e leggerlo da altri punti di vista.
L’esegesi delle opere analizzate permette anche di avere a portata di mano una sintesi efficace dei contenuti di questi testi, rendendo questa raccolta un interessante compendio di letteratura.
Questa sua natura di raccolta quasi “enciclopedica” rende questo libro molto denso, che si presta a riletture anche selettive di uno o più autori, per assaporarne la ricerca certosina, il linguaggio tecnico e la critica che necessita di una lettura lenta e particolarmente attenta per cogliere la ricchezza di dettagli che il Calvino saggista traccia nei suoi commenti.
A mio modo di vedere, questa raccolta di testi testimonia la coerenza di Calvino con quanto trasmesso nella sua opera postuma Lezioni americane: è evidente la leggerezza (che non è superficialità), la necessità della sintesi e della velocità di comunicazione con i lettori, oltre alla precisione nell’utilizzo della terminologia più appropriata.
Eppure, riprendendo una parola in particolare che ho scritto nei paragrafi precedenti, è evidente una certa “densità” in questi suoi scritti saggistici. Ogni capitolo che investiga un autore e la sua opera è uno scrigno di riflessioni e spunti che si irradiano da ogni pagina, che investono il lettore con tutta la consistenza della cultura e della visione critica molto attenta che Calvino offre di autori e opere.
L’immagine che la lettura di questo saggio mi fa venire in mente, è quella di un banchetto in cui il lettore, accompagnato dal padrone di casa Italo Calvino, viene introdotto alla conoscenza di illustri ospiti che gli vengono presentati in modo chiaro, ma instillando un sentimento di curiosità “insoddisfatta”, di sete di scoperta nel volere approfondire la conoscenza degli ospiti (gli autori di ogni tempo e latitudine), dialogando con essi e iniziando conversazioni con le loro opere in modo autonomo, ispirato dalle capacità di Calvino di descriverne sapientemente le potenzialità, la profondità e la ricchezza di valori, contenuti, pensieri.
Le motivazioni principali e la bellezza del pensiero dell'autore sulla base della domanda “perché leggere i classici?” si esauriscono nelle prime pagine introduttive a quello che sarà il resto del libro: una serie di analisi, recensioni, estratti di conferenze di Calvino su varie opere che hanno costellato e rappresentato le epoche della letteratura italiana e internazionale, assurgendo a classici.
Ho molto apprezzato le note introduttive che, a mio parere, erano molto più pertinenti con il titolo di questo libro e con le mie aspettative dei contenuti.
Generalmente rifuggo tutte le opere “enciclopediche” in cui autori che apprezzo - ed è peggio quando non li apprezzo - svolgono una lista di libri che li hanno formati letterariamente e umanamente.
Riflettendo meglio, nel caso di Calvino questa lista di opere che viene dissezionata, sviscerata a fondo per esplorarne i contenuti e le peculiarità è apparsa molto utile non tanto per conoscere i gusti e gli interessi dell’autore, ma soprattutto per rispondere in modo più analitico, motivato e deciso alla domanda del “perché leggere i classici”, confermando empiricamente la risposta che Calvino aveva dato nell’introduzione all'opera.
Quello che Calvino - e i curatori di questa raccolta-saggio - ha permesso, è il rendere concreto e fare percepire il dialogo che travalica le generazioni e i secoli e che mette in relazione gli autori di epoche passate con i lettori di ogni epoca.
L’analisi puntuale dei caratteri salienti delle opere prese in esame permette una immersione in tematiche che accomunano e legano, come un filo che attraversa il tempo, l’umanità di ogni paese e coordinata temporale.
Ciò che rende classico un classico è questa capacità di far riverberare le parole, le esperienze, le filosofie di autori che ancora oggi possono aiutare i contemporanei a mettersi alla ricerca di risposte o a porsi domande che non erano state prese in considerazione, utili a iniziare nuove ricerche, a scavare in se stessi e a interpretare il mondo e leggerlo da altri punti di vista.
L’esegesi delle opere analizzate permette anche di avere a portata di mano una sintesi efficace dei contenuti di questi testi, rendendo questa raccolta un interessante compendio di letteratura.
Questa sua natura di raccolta quasi “enciclopedica” rende questo libro molto denso, che si presta a riletture anche selettive di uno o più autori, per assaporarne la ricerca certosina, il linguaggio tecnico e la critica che necessita di una lettura lenta e particolarmente attenta per cogliere la ricchezza di dettagli che il Calvino saggista traccia nei suoi commenti.
A mio modo di vedere, questa raccolta di testi testimonia la coerenza di Calvino con quanto trasmesso nella sua opera postuma Lezioni americane: è evidente la leggerezza (che non è superficialità), la necessità della sintesi e della velocità di comunicazione con i lettori, oltre alla precisione nell’utilizzo della terminologia più appropriata.
Eppure, riprendendo una parola in particolare che ho scritto nei paragrafi precedenti, è evidente una certa “densità” in questi suoi scritti saggistici. Ogni capitolo che investiga un autore e la sua opera è uno scrigno di riflessioni e spunti che si irradiano da ogni pagina, che investono il lettore con tutta la consistenza della cultura e della visione critica molto attenta che Calvino offre di autori e opere.
L’immagine che la lettura di questo saggio mi fa venire in mente, è quella di un banchetto in cui il lettore, accompagnato dal padrone di casa Italo Calvino, viene introdotto alla conoscenza di illustri ospiti che gli vengono presentati in modo chiaro, ma instillando un sentimento di curiosità “insoddisfatta”, di sete di scoperta nel volere approfondire la conoscenza degli ospiti (gli autori di ogni tempo e latitudine), dialogando con essi e iniziando conversazioni con le loro opere in modo autonomo, ispirato dalle capacità di Calvino di descriverne sapientemente le potenzialità, la profondità e la ricchezza di valori, contenuti, pensieri.
April 1, 2024
Nel giro di una manciata di giorni ero diventata la meta di autori ormai sepolti dal tempo, perlopiù autori scomparsi almeno cento anni fa, da Italo Calvino a Irene Nemirovsky, che grazie ad un’unica grande passione che ci accomunano, misero le mani sull’unica risorsa dell’anima, la mia e la loro, e nei momenti più difficili e turbolenti, da quello in cui ci si dibatte fra le fronte dell’ennesimo scontro bellico al contrabbando di parole o testi che non dovevano essere pubblicati, quanto restare segretamente nascosti. Uomini e donne che nella Storia sono e saranno ricordati, figure recise dal tempo che nel mio percorso di lettrice hanno avuto una certa importanza, soprattutto nell’accrescere quelle informazioni utili per il mio bagaglio culturale, mediante cui i loro testi, reliquie segrete e e sacre che custodisco come gemme preziose, seppelliscono qualunque intento negativo, esacerbano ogni maldicenza, annientano qualunque cosa nefasta nessun altro lettore vorrebbe ascoltare.
Dovunque io mi guardi la letteratura classica svolge un ruolo predominante: la letteratura deriva esattamente da essa. Un invito a visitare il passato? A discostare il velo opprimente del non visto o non detto? No, quanto un tuffo nel passato pur di scovare le origini. La letteratura a cui faccio cenno non conferisce esattamente un’idea di principio, ma personalmente rappresenta il risultato di opere derivate da altre nonché unico investimento nel settore letterario classico. Forse di letteratura classica non tutti saranno entusiasti di ascoltare o leggere l’ennesimo commento, ma di letteratura classica, di questo genere di testi mi piace cibarmi, e quando mi imbatto in autori che riescono a comprendere, come giusto che sia, dopo anni e anni di letture di svariato genere, la vita acquisisce una nuova prospettiva. Ogni cosa diviene più luminoso, scintillante di una luce visibile solo ai miei occhi, non facendolo però nel peggiore dei modi, con l’uomo che come un cane assetato aspetta di essere saziato.
Su questo tipo di strade mi perdo e la mia anima si congiunge a quella di altri autori. Questa raccolta di saggi non toglie niente né aggiunge ad altri testi letti e vissuti in passato, scritti da altri autori, ma con tema principale la scrittura, i libri, i testi classici, come fonte d'inesauribile sapienza, specchi in cui è possibile rifletterci. La pace che ne deriva, - quale pace? Quella che coincide col momento di congiunzione all’autore - ricrea una personalissima bolla in cui ci si nasconde o protegge: quella dei curiosoni ma timidi che non vogliono mostrare le loro conoscenze in merito; quella dei più intraprendenti che desiderano farsi conoscere. Ripetendo così, come un processo a ritroso e infinito situazioni che hanno a che fare col passato, e che personalmente sfrutto per comprendere il presente. Affinché l'anima non sia più corrotta dall’incredibile scrisciare del mondo, marcisca nel bel mezzo di lotte o eventi naturali cui non ho ne avrò mai potere, possa salvarmi nel bel mezzo di un mare di false aspettative e ingiustizie. Abbandonandomi al suono altisonante di testi che, se per molti altri non sono che semplici risme di carta, rappresentano per me la vita. La mia.
Dovunque io mi guardi la letteratura classica svolge un ruolo predominante: la letteratura deriva esattamente da essa. Un invito a visitare il passato? A discostare il velo opprimente del non visto o non detto? No, quanto un tuffo nel passato pur di scovare le origini. La letteratura a cui faccio cenno non conferisce esattamente un’idea di principio, ma personalmente rappresenta il risultato di opere derivate da altre nonché unico investimento nel settore letterario classico. Forse di letteratura classica non tutti saranno entusiasti di ascoltare o leggere l’ennesimo commento, ma di letteratura classica, di questo genere di testi mi piace cibarmi, e quando mi imbatto in autori che riescono a comprendere, come giusto che sia, dopo anni e anni di letture di svariato genere, la vita acquisisce una nuova prospettiva. Ogni cosa diviene più luminoso, scintillante di una luce visibile solo ai miei occhi, non facendolo però nel peggiore dei modi, con l’uomo che come un cane assetato aspetta di essere saziato.
Su questo tipo di strade mi perdo e la mia anima si congiunge a quella di altri autori. Questa raccolta di saggi non toglie niente né aggiunge ad altri testi letti e vissuti in passato, scritti da altri autori, ma con tema principale la scrittura, i libri, i testi classici, come fonte d'inesauribile sapienza, specchi in cui è possibile rifletterci. La pace che ne deriva, - quale pace? Quella che coincide col momento di congiunzione all’autore - ricrea una personalissima bolla in cui ci si nasconde o protegge: quella dei curiosoni ma timidi che non vogliono mostrare le loro conoscenze in merito; quella dei più intraprendenti che desiderano farsi conoscere. Ripetendo così, come un processo a ritroso e infinito situazioni che hanno a che fare col passato, e che personalmente sfrutto per comprendere il presente. Affinché l'anima non sia più corrotta dall’incredibile scrisciare del mondo, marcisca nel bel mezzo di lotte o eventi naturali cui non ho ne avrò mai potere, possa salvarmi nel bel mezzo di un mare di false aspettative e ingiustizie. Abbandonandomi al suono altisonante di testi che, se per molti altri non sono che semplici risme di carta, rappresentano per me la vita. La mia.
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