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Signifying Rappers: Rap and Race in the Urban Present

The author of Infinite Jest and his co-writer discuss rap and popular culture, power, money, racial politics, and language in the first book to seriously consider rap and its position as a vital force in American culture. "Brilliantly written . . . (with) great wit, insight, and in-your-face energy."--Review of Contemporary Fiction.

140 pages, Paperback

First published January 1, 1990

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About the author

Mark Costello

17 books23 followers

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52 (3%)
Displaying 1 - 17 of 17 reviews
Profile Image for Luca Masera.
324 reviews78 followers
June 12, 2021
Il rap spiegato ai bianchi è un saggio scritto nell'89 da due giovani studenti di Harvard, esempi tipici della middle class americana, che sul finire degli anni ’80 decidono di dedicare una bellissima lettera d'amore a un genere musicale che da lì a poco sarebbe esploso come fenomeno di massa, non solo da un punto di vista musicale ma anche e soprattutto culturale.

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Davide Foster Wallace e Mark Costello si sforzano di spiegare “a un mondo di bianchi” i presupposti del rap intelaiando una serie di riflessioni che vanno da Martin Luter King a MTV, passando per i Public Enemy e i Beasty Boys. Lo fanno con una lucidità e una raffinatezza di pensiero che non può non lasciare interdetti anche chi il rap non lo ama.

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Considerato un Wallace minore (per fortuna da un punto di vista musicale Costello ne sapeva molto di più), sicuramente non è una enciclopedia del rap ma piuttosto una lettura stimolante (a tratti anche complessa grazie ai voli pindarici di DFW) per chi vuole capire come - ad esempio - i Run DMC nel video Walk This Way insieme agli Aerosmith abbiano rotto ogni barriera razziale facendo di una musica “prodotta da neri per altri neri” un fenomeno trasversale adatto a ogni contesto.
Profile Image for Diletta.
Author 11 books260 followers
May 30, 2017
Dalla sensibilità di chi ascolta a tutti che usano il termine postmoderno fino allo stomaco dell'America.
Profile Image for Edoardo Giungi.
47 reviews3 followers
March 26, 2024
Alla solita magia di periodi ed alla consueta raffica di domande e riflessioni, una più brillante dell’altra, tutte dipendenti e concatenate fra loro, a cui Wallace ci ha abituati si sostituisce in questo libro uno sferragliare paranoide e rancoroso che purtroppo è indice della depressione montante del geniale scrittore con bandana. Peggior libro di Wallace che abbia mai letto nonostante i presenti ma troppo flebili lampi di genio. Il baratro della malattia si aprirà a breve inghiottendo l’anima dannata e sensibile del barrilete cosmico della letteratura.
Profile Image for Yuri Pietro Tacconi.
71 reviews2 followers
September 2, 2021
(3,5/5)

Vecchio, e si sente, ma pesa solo quando parla Costello. In DFW ci ho visto riflessioni più ampie, quasi antropologiche, che non è male rivisitare 30 anni dopo.
Profile Image for Comparsa.
119 reviews1 follower
October 30, 2025
Prendete carta e penna e date il bacio della buonanotte ai vostri bambini e dite loro che è da parte del rap. Ah, no, scusate, ho sbagliato sceneggiatura. Prendete carta e penna e scarabocchiate indistinte forme dei vostri peggiori incubi da WASP. Per noi italiani è un po’ dura, ma per dei bianchi americani (statunitensi, per essere precisi) non deve essere stata propriamente una gita scolastica. Gli autori provano a spiegarcelo (il rap), provano ad analizzarlo, provano persino una iperdotta e superdettagliata esegesi del fenomeno rap, hip-hop e derivati. Ci sono riusciti? Forse, magari in parte. Anche perché cercare di decifrare un movimento indecifrabile e che, oltretutto, non ha neanche confini così delineati (nel 1989, oggi è tracimato oltre ogni limite) credo sia compito non arduo, ma impossibile. La lettura è piacevole, DFW è alla prima pubblicazione (o una delle primissime), ma la sua scrittura ha tutti i crismi e peculiarità che caratterizzeranno il suo stile e Costello è oltremodo piacevole.



«Questa è dunque la nostra opinione di «osservatori a distanza»: non solo il rap serio è vera poesia, ma, considerando la vastità del suo pubblico, la sua rilevanza all’interno del Grande Mercato Americano, il suo potere di stimolare e legittimare le iniziative artistiche di una giovane cultura urbana demotivata e poco scolarizzata che siamo stati tristemente incoraggiati a considerare inservibile, è molto probabilmente il fenomeno più importante nel panorama della poesia americana contemporanea».


«Rimane il fatto che, se attualmente la poesia «importante» fosse giudicata tale sulla base dei criteri che definiscono l’importanza dell’arte in una democrazia basata sull’Offerta di Mercato (cioè la popolarità, l’effetto, la disponibilità da parte degli appassionati a separarsi dal proprio denaro), riviste posate come Poetry e American ­Poetry Review pubblicherebbero su ogni numero svariate foto di autori con tagli a spazzola e orecchini multipli; e le più seriose letture pubbliche avrebbero sempre una fazione di giovani teppisti seduti nelle ultime file, pronti ad «ascoltare con maleducazione» Wilbur, Levertov e Ashbery, proprio come facevano, ad es., Rimbaud e Pound con i loro contemporanei... con grande gioia e rinvigorimento della poesia di un’intera epoca…».


Da questo lato dell’oceano (a dirla tutta, da questo lato della scrivania) il rap è perfettamente plausibile, come lo è la fascinazione che lo contraddistingue e che lo ha lasciato attecchire un po’ ovunque nel mondo trasformandosi in rap bianco, sudcoreano, giapponese, cinese, arabo e via scratchando. La musica contemporanea, classica compresa, i suoni occidentali, giusto per cerchiare quanti più stili possibili, caratteristici dei bianchi non hanno più molto da dire, le possibilità inventive si sono esaurite da un pezzo e la deriva consumistica ipervelocizzata hanno rappresentato un formidabile catalizzatore di rivalsa sociale. Il rap (e i suoi derivati) non è che una vendetta dal basso verso il Sistema. Raccoglie, tritura, sminuzza la sua patina dorata di finzione televisiva, pubblicitaria e culturale e la vomita in veleno, rabbia e vendetta nera in ogni forma possibile di violenza, misoginia, presunzione e sfoggio di ricchezza e potenzialità sessuali per finire fagocitato nello stesso Sistema contro cui è nato e diventandone parte, come è inevitabile che sia. In fondo appare come una cartina di tornasole, o una semplice valvola di sfogo, per un’attualità che non ha più spazio per il sé, ma solo per la produttività e la redditività.



«L’avidità è bella. Il potere è bello. Il potere è libertà. Il potere è determinato dalla credibilità delle tue minacce. Il potere è quantitativo, e misurabile in base alla considerazione che gli altri hanno di te. Il potere è possedere un’immagine di forza e risolutezza sufficiente a costringere altri a crederti e a rispettarti. L’esercizio del potere – le spese smisurate, la violenza, l’egoismo, il disprezzo della verità e dei sentimenti, questi sono mezzi accettabili per raggiungere i fini di cui una nazione o una persona potente ha bisogno, e che si merita. Ciò di cui gli individui hanno veramente bisogno e che si meritano più di ogni altra cosa è il denaro per comprarsi gli oggetti che determinano la loro «classe», alias «reputazione», alias libertà, alias potere, alias grado di credibilità e rispetto che gli concederà un’unica immensa colonna marciante di persone che Pensano Tutte Allo Stesso Modo».


«Per riassumere il Presente, dunque: per esistere, devi essere in grado di comprare; per essere credibile, devi comprare effettivamente; ma per essere cazzuto, fico, rispettato – per non essere semplicemente l’oggetto di statistiche, astrazioni e campagne pubblicitarie, ma tu stesso l’oggetto del grande, enorme Sguardo ontologizzante di un Amante, di un Nemico, di una Comunità, di una Nazione – per guadagnare una Reputazione, devi avere, comprare e ostentare».


A tratti assume l’aspetto di un manifesto di cultura woke: i bianchi sono cattivi e i loro modi sono cattivi e le loro manifestazioni sono cattive e tutto-ciò-che-toccano-e-fanno-è-cattivo. Rivalsa classicamente ammmeriganeggiante con tanto di chiosa finale armata di canzoncina di gruppo (rap) da volemosi ttanto bbene e accendini che fanno la ola (non si usano più, ma qua siamo degli inguaribili nostalgici). Zampilla il sospetto che il testo voglia esibirsi in una sorta di nemesi statunitense nei confronti della vincente musica proveniente oltreoceano, specie da quella fucina musicale che è stata la Gran Bretagna ricca di spunti, innovazioni e gruppi musicali che per un discreto periodo ha monopolizzato le tappe di un disperato Billboard. Specie DFW ne ha un po’ per tutti, a iniziare dal punk fino a scendere nei dettagli e sbeffeggiare mostri sacri che vanno dai Led Zeppelin fino agli U2, relegandoli a fenomeni collaterali privi di qualsivoglia inventiva e ignobili predatori di vero R&B condito di blues (il che può essere vagamente corretto, ma, remando indietro nel tempo, non si finisce più a cercare il primogenito vagito musicale che ha dato il là al pentagramma).



Nei capitoli DFW si riconosce la conoscenza e la capacità analitica dell’autore che scandaglia a fondo il fenomeno rap dal punto di vista linguistico esaltandone le capacità lessicali del tutto innovative. Vi si legge la volontà di scovarci un movimento che sovverte l’asfittico mondo della poesia classica smantellata con una sintassi e una capacità nelle innovazioni prosodiche (che neanche sapevo che potesse significare). Nel contempo esplode in modo cruento l’evidenza consumistica e votata al dio denaro che avvolge e giustifica ogni mezzo.



Al di là della sviscerata ammirazione dei due autori nei confronti del movimento musicale c’è un insegnamento di fondo che scaturisce dalla lettura: che le innovazioni, i cambiamenti, le novità, non fioriscono nel benessere e nell’agiatezza sfrontata, ma nelle tensioni urbane, dalle difficoltà, dal generale malessere. Non ricordo a chi sia attribuita la frase (riferita al passato): «In Svizzera non ci sono gravi fatti di sangue, la popolazione è mediamente felice e il benessere è abbastanza distribuito. Ma non è mai successo niente. A Firenze non passa giorno senza un morto ammazzato, ma vi hanno inventato il Rinascimento», o, per venire un po’ più vicino ai tempi nostri, il caro Faber che recitava: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».





NdC: avrei dovuto soffermarmi sull’interpretazione spiccatamente wallaciana del fenomeno rap: ribellione e rivalsa più lessicale che musicale e formale. Espressione tribale e basso-urbana di una forma rivoluzionaria di poesia accostata a mostri sacri a livello dei Rimbaud o Majakovskij. Un movimento tellurico talmente potente da scardinare i feticci musicali esistenti e inquinare ogni sorta di interpretazione musicale successiva. Ma anche l’inevitabile inquinamento dell’osmosi consumistica che, fagocitando creato e creatori, ne ha modificato intenzioni, volontà, progetti e intenzioni.

Una parentesi interessante, ma superbamente complessa che non sono sicuro di riuscire a scalfire in toto e che, quindi, lascio a voi interpretare e digerire, come l’inevitabile complessità della forma d’arte e della sua riconoscibilità e conferma, specie nelle proprie forme embrionali. Oh yeah!
Profile Image for Marcovaldo.
16 reviews
March 19, 2021
“No more fuckin Rock ‘n’ Roll!”



La scorsa settimana non stavo bene in Italia, precisamente vicino alla città di ***. Frattanto che stavo male, sono andato a sbattere nelle parole di Mark Costello e David Foster Wallace, ossia nel loro saggio Il rap spiegato ai bianchi, pubblicato da una casa editrice che si chiama Minimum Fax.
Il libro su cui sono incappato riposava in una piccola libreria privata, e forse non aveva per niente voglia di finire tra le mie mani; purtuttavia ci è finito, cosicché, sfogliandolo, sono venuto a conoscenza del fatto che i due autori si chiedono per quale motivo, cioè per quale assurda circostanza, condividono una sfrenata passione per quel certo tipo di musica, o meglio “anti-musica”, chiamata rap: una musica nera fatta da e per gente nera, una musica del ghetto fatta da e per gente del ghetto. Cosa c’entrano, in effetti, i due autori, i quali si autodefiniscono yuppie “consumatissimi consumatori”, con questo tipo di musica cazzuta e nera chiamata rap?
Questo libro, scritto nel 1989, prova a spiegarlo. “Il rap spiegato ai bianchi” è una virtuosa analisi sulla scena rap americana degli anni ’80.
I due autori, affetti da una rara perspicacia, notano che il rap è campionamento, è elettronica, è tecnologia, è scratchare fino al parossismo, è erezione, è parola rappata, è rima, è vera poesia, è arte, ed è soprattutto ghetto, ossia esclusione sociale, disuguaglianza economica, povertà. Si rappa per uscire dal ghetto, si rappa per fare soldi soldi soldi, si rappa per consumare consumare consumare, si rappa per Esistere: qui e ora (la musica rap “non conosce il tempo futuro” ma solo il tempo presente).

I rappers non ci pensano nemmeno a ribellarsi al sistema capitalistico che li ha rinchiusi nel ghetto, al contrario lo venerano e lo pretendono. La scena rap rifiuta certi temi come la riconciliazione, la pace, la fede, la spiritualità, la speranza, cari alla tradizione musicale americana, e non solo. La scena rap disprezza “l’ipocrisia speranzoide” dei bianchi. L’ipocrisia, per esempio, dell’etica del lavoro; l’ipocrisia di cambiare il sistema che governa il mondo; l’ipocrisia di aver bisogno dell’Altro per essere felici, come ce la menano le love songs. Nella musica rap vi è una non troppo velata rivendicazione a consumare, i rappers reclamano il diritto al consumo. Per farcela il rapper ha solo bisogno di un foglio di carta e di un campionamento e di una comunità e di se stesso: una autoreferenzialità della madonna dove l’Io non è più il più lurido di tutti i pronomi.

Il firmamento di questa musica sta sia nella parola rappata che nel campionamento: il solo fatto di pensare di prendere in prestito delle basi musicali di altri senza autorizzazione e rapparci sopra, a me sembra un atto d’incredibile vivacità: il toccasana dei toccasana, direbbe il Gaddus. Con il campionamento l’opera d’arte altrui non è solo fruibile passivamente ma pure attivamente.

Consideriamo per un attimo quanto segue: Schoolly D, nella sua canzone che si chiama Signifying rapper, nella quale narra di un regolamento di conti, ha campionato un pezzo dei Led Zeppelin e loro invece di ringraziarlo lo hanno chiamato in giudizio per tutelare la loro motherfucker proprietà intellettuale.
Eppure, se non era per Schoolly D chi se li inculava più i Led Zeppelin?

Campionare fa rima con riutilizzare e non con rubare, campionare fa rima con avanguardia e non con plagiare.

Se putacaso leggerete questo libro, vi imbatterete nella crew dei De La Soul e non avrete il tempo di cagarvi sotto, perché muoverete il culo al ritmo della loro musica e sarete accolti nella casa del signore senza nessun preavviso, poiché, se la memoria non mi falla, Cristo ha detto più o meno così: “Battitori di tempo io vi riconosco.”
Quanto a me, sono stato una favola tra queste pagine.
Profile Image for Tyrone_Slothrop (ex-MB).
892 reviews119 followers
November 2, 2022
Ermeneutica musicale

(Purtroppo) Questo era l'ultimo libro di DFW che mi mancava: ero poco interessato al tema e sapevo che si trattava di un'opera a quattro mani molto giovanile.
In effetti questo testo è interessante più che altro per motivi bibliografici - come molta della "saggistica" intorno alle mode musicali è invecchiato molto e male, colmo com'è di riferimenti alla cultura pop USA degli anni '80-'90 ormai persi nella storia (o nell'archeologia) (soprattutto nelle parti scritte da Mark Costello): dal senatore Gary Hart alla sitcom "Strega per Amore" in salsa rap (però una certa dote profetica bisogna riconoscerla, se nel 1990 Will Smith divenne la star di una vera sitcom).
Più approfondite, originale ed interessanti le riflessioni di DFW (al netto di una prosa ancora un pò involuta e meno brillante delle sue opere migliori): il riconoscimento che le avanguardie musicali ostiche e stimolanti sono sempre state nere (ed, ovviamente, così è stato per il rap/hip-hop fagocitato dalla mega-industria musicale massificatoria con molte star bianche che scimmiottano i neri); e la lungimiranza di capire che i (dis)valori dei rapper quali soldi, potere, machismo non sono altro che la realizzazione dei mantra turboliberisti del reaganismo e che l'unica "rottura" è la distruzione dell'armamentario ipocrita e puritano di pubblico "buon gusto" lessicale. Ed in effetti, forse meglio i rapper milionari con catene d'oro, limousine, donne soprammobili ed armi in pugno che gli yuppies ivy-league vestiti da Armani, ben educati e ben sposati che, quanto a violenza e sopraffazione, non sono secondi a nessuno.

Il testo è un pò disomogeneo, diviso come è in capitoli scritti da Mark e David, con stile ed afflato abbastanza diversi, al punto da lasciare un poco interdetti sul messaggio fondamentale del libro: a parte l'interesse un pò "da nerd" dei due bianchi ed alcune originali ipotesi di interpretazione del fenomeno, in fondo non resta molto altro.
Profile Image for Il Pech.
413 reviews27 followers
May 31, 2023
Rap come specchio della società usa repubblicano-capitalista in cui devi non solo comprare ma anche ostentare.

Una delle migliori menti della sua generazione, uno che mangia dizionari a colazione e che padroneggia Wittgenstein, Deridda, statistica matematica avanzata e logica modale, uno che ha già pubblicato una raccolta, la ragazza dai capelli strani, in cui ha dimostrato di poter scrivere qualunque cosa, ora è alla quarta birra, che con la fenelzina gli fa un effetto strano, e Mark lo guarda con occhi arrossati e gli chiede: Scriviamo un saggio sul rap? Facciamolo, dice lui.

Se Mark gioca pulito e scrive in modo divertente, buffo e spigliato, David, al solito, analizza in modo talmente profondo, acuto e impegnato che inizialmente la difficoltà è capire se Il Nostro stia spiegando il rap ai bianchi o parodiando uno che spiega il rap ai bianchi.

Il parecchio tempo speso a prendersela coi critici che si rifiutano di parlare di rap perché non lo considerano nemmeno musica fa propendere per la seconda ipotesi.

Poi la cosa risulta evidente in certi passaggi:
•"la canzone stessa diventa il vero referente profondo nei testi dal significato pluristratificato" riferito a un canzone da ritardati.
•"acrobazie ritmiche, sintattiche e variazioni metriche" in riferimento a un pezzo che non è nemmeno rappato, è recitato e quindi privo di extra beat, di alcuna modifica del flow o qualche accento strano o invertito.

Il top è quando scomoda TS.Eliot arrivando a definire "il rap soft la canzone d'amore postmoderna" scrivendo di un tizio che si scrive una canzone d'amore da solo trascendendo il superato, temporaneo, amore per l'altro, perché tutto si riduce a soddisfare il sé.

Nonostante questa sia la più inutile delle pubblicazioni firmate Dfw, si legge comunque volentieri.

"Arte d'avanguardia: Platone campionato mentre se ne sta seduto sulla tazza del cesso."

Ti amo sempre, David.
Profile Image for Federica.
44 reviews14 followers
March 6, 2021
Le scritture di Wallace e Costello si alternano, si fanno l'occhiolino e danno perfettamente l'idea di come sia vivere in quell'appartamento di Boston nell'89 riportandoti a un falso ricordo, quello di ascoltare veramente con i due i NWA, Ice-T, Schoolly D, KRS-One, i Public Enemy, ecc.

Come negli altri libri di DFW la genialità non manca, con spunti interessanti e aneddoti assurdi condivisi anche da Mark Costello, che scrive similmente al coinquilino con le tanto amate note a piè di pagina più spassose del libro stesso.
Tuttavia si soffre tanto il non detto, la parte mancante.

Nel primo capitolo scritto da Wallace viene posta la domanda fondamentale: “Con che faccia due yuppie bianchi cercano di scrivere un saggio sul rap?”
La risposta viene esplicitata nel capitolo 3, sempre a opera di Wallace, che spiega perfettamente come la penso anch’io.
Chiunque può scrivere saggi sugli argomenti che più si vuole trattare, ma, e forse è qui che invecchia male il saggio, mi sembra quasi assurdo che per tutto il saggio D e M dicano di aver frequentato molti ambienti dove poi è nato il rap che tanto amano per poi non veder coinvolto nessun artista o persona appartenente alla sottocultura che ha fondato il rap vero e proprio. Due pagine dopo essersi posto la domanda, Wallace riporta una definizione del genere di una rivista dell’ambiente musicale: “il rap è la più innovativa e pura forma di espressione dei neri dal jazz delle origini a oggi”.
Eppure non si vede mai un’intervista, una conversazione, un’opinione su un tema ad opera di una POC.
Un gran peccato, visto anche il titolo (in originale "Rap and Race in the Urban present") che rimanda alla questione etnica.
Profile Image for Marco Palagi.
Author 5 books5 followers
November 17, 2020
Partiamo dalla premessa che leggere David Foster Wallace è sempre affascinante e stimolante. Il libro si apre con una lunga introduzione del collega Mark Costello col quale nel 1989 Wallace ha scritto questo saggio sul rap. In questo testo ci viene fornita una visione della vita dei due mentre erano intenti nella stesura del libro.
L’altra premessa è che conosco la storia della musica rap, da dove nasce, cosa rappresenta culturalmente e socialmente, gli artisti che la interpretano tanto quanto conosco a memoria tutte le canzoni di Pappalardo.
“Il rap spiegato ai bianchi” racchiude molte osservazioni sul genere offerte con una maestria linguistica (Wallace) che ti farebbe apprezzare l’ascolto anche della musica gregoriana sacra antica medioevale mistica mentre stai correndo per le strade del paese per tenere fede alla tua promessa di fare attività fisica almeno una volta a settimana. Costello, invece, interviene con piglio meno aulico, quasi da reportage, sui campionamenti e sulla necessità e lo scopo del rap e dell’hip-pop. Un lavoro ibrido che cerca (e riesce) di fare una critica musicale e un’analisi culturale degli anni post Reagan, ma che non nasconde la passione di questi due roommate per il genere che ha reso famosi Public Enemy, Ice-T, LL Cool J, Ice Cube e molti altri.
Profile Image for Gina Carlini.
130 reviews2 followers
July 5, 2020
Questo saggio scritto a quattro mani dagli allora studenti David Foster Wallace e Mark Costello vuole raccontare ad un pubblico bianco, middleclass della fine degli anni ‘80 il rap. I due bostoniani compiono un’analisi sociologica sul rap, su una musica derivativa dal funk anni ‘70 e non solo, che usa per la prima volta i campionamenti, dove la violenza verbale all’epoca svolgeva un suo ruolo specifico. I due autori ci aiutano a ricordare tutto questo e molto altro come il passaggio del rap da movimento di protesta a musica mainstream come la conosciamo oggi e già in quel momento di fine anni ‘80 aveva perso la sua singolarità. Gli scrittori descrivono benissimo gli elementi pavloviani della musica indispensabili per “vendere” le canzoni ed oltre a questo ho trovato molto interessante le loro disquisizioni sui leader neri del passato da Martin Luther King, Malcolm X e Jesse Jackson.

Profile Image for Andrea Rossi.
32 reviews1 follower
January 12, 2018
una sorpresa, è la prima lettura di un'opera di Wallace, mi riprometto di leggere Infinte Jest, una scrittura che entusiasma anche se nutrito seri dubbi visto il tema. uno studio ricerca sulla genesi del rap condotto da bianchi e per i bianchi che fornisce una chiave per l'approccio alla musica rap, che non ho mai amato, differente dai soliti pregiudizi.
Profile Image for Claudia Palmas.
20 reviews
July 26, 2018
Tre stelline perché è un saggio ormai datato. Piuttosto frammentario e a tratti ripetitivo (soprattutto sulla questione dei campionamenti) ma ben inquadrato - con spunti attuali - dal punto di vista sociologico.
16 reviews
April 28, 2025
Questo libro dice delle cose che sono molto attuali ma è stato scritto alla fine degli anni 80. I casi sono due:
1) I due autori sono degli indovini.
2)Il mondo si è fermato.
In ogni modo il rap è diventato parte integrante del capitalismo.
Profile Image for Matte.
13 reviews
February 28, 2025
Partito da dio, poi rimane troppo fisso e ripetitivo su alcuni concetti. Peccato, dall'inizio sembrava un gran saggio.
57 reviews
July 31, 2024
Un appassionante saggio sociologico sul mondo del rap americano alla fine degi anni 80, eppure più attuale che mai. David Foster Wallace e Mark Costello sviscerano e analizzano la scena rap americana con un taglio ironico e pungente. Vengono esaltati i motivi del grande successo del genere, ciò che lo rende così dannatamente affascinante, la genialità delle rime e dei campionamenti, l'attegiamento irriverente dei suoi interpreti, lo spirito ribelle; il suo carattere nichilista e senza tempo che ne fanno il vero genere musicale post-moderno. Allo stesso tempo vengono messe in luce le contraddizioni e le ipocrisie che permettono al rap di assumere ed esprimere i valori dello stesso sistema che emargina la comunità nera degli Stati Uniti. Un libro da leggere per chiunque voglia approfondire alcune delle sfaccettature del genere più popolare del nostro tempo.
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