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À la recherche du temps perdu #7
Time Regained
The final volume of In Search of Lost Time chronicles the years of World War I, when, as M. de Charlus reflects on a moonlit walk, Paris threatens to become another Pompeii. Years later, after the war's end, Proust's narrator returns to Paris, where Mme. Verdurin has become the Princesse de Guermantes. He reflects on time, reality, jealousy, artistic creation, and the raw material for literature-his past life. This volume also includes the indispensable Guide to Proust, an index to all six volumes of the novel.
784 pages, Paperback
First published January 1, 1927
About the author
Marcel Proust
2,378 books7,879 followersMarcel Proust was a French novelist, best known for his 3000 page masterpiece À la recherche du temps perdu (Remembrance of Things Past or In Search of Lost Time), a pseudo-autobiographical novel told mostly in a stream-of-consciousness style.
Born in the first year of the Third Republic, the young Marcel, like his narrator, was a delicate child from a bourgeois family. He was active in Parisian high society during the 80s and 90s, welcomed in the most fashionable and exclusive salons of his day. However, his position there was also one of an outsider, due to his Jewishness and homosexuality. Towards the end of 1890s Proust began to withdraw more and more from society, and although he was never entirely reclusive, as is sometimes made out, he lapsed more completely into his lifelong tendency to sleep during the day and work at night. He was also plagued with severe asthma, which had troubled him intermittently since childhood, and a terror of his own death, especially in case it should come before his novel had been completed. The first volume, after some difficulty finding a publisher, came out in 1913, and Proust continued to work with an almost inhuman dedication on his masterpiece right up until his death in 1922, at the age of 51.
Today he is widely recognized as one of the greatest authors of the 20th Century, and À la recherche du temps perdu as one of the most dazzling and significant works of literature to be written in modern times.
Born in the first year of the Third Republic, the young Marcel, like his narrator, was a delicate child from a bourgeois family. He was active in Parisian high society during the 80s and 90s, welcomed in the most fashionable and exclusive salons of his day. However, his position there was also one of an outsider, due to his Jewishness and homosexuality. Towards the end of 1890s Proust began to withdraw more and more from society, and although he was never entirely reclusive, as is sometimes made out, he lapsed more completely into his lifelong tendency to sleep during the day and work at night. He was also plagued with severe asthma, which had troubled him intermittently since childhood, and a terror of his own death, especially in case it should come before his novel had been completed. The first volume, after some difficulty finding a publisher, came out in 1913, and Proust continued to work with an almost inhuman dedication on his masterpiece right up until his death in 1922, at the age of 51.
Today he is widely recognized as one of the greatest authors of the 20th Century, and À la recherche du temps perdu as one of the most dazzling and significant works of literature to be written in modern times.
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November 24, 2012
PER MOLTO TEMPO, SONO ANDATO A LETTO PRESTO

Un sogno lungo un giorno
Sono sette e un solo sogno.
Sette meraviglie e una sola.
Questa, in particolare, è anche manuale di vita, di analisi, ricerca, conoscenza.
E felicità.


Un sogno lungo un giorno
Sono sette e un solo sogno.
Sette meraviglie e una sola.
Questa, in particolare, è anche manuale di vita, di analisi, ricerca, conoscenza.
E felicità.

Read
February 17, 2019Ma uno cosa fa di preciso della propria vita dopo aver finito la Recherche? Chiedo per un amico.
May 19, 2020
È uno sguardo stanco e quasi disincantato quello che Proust rivolge alla propria vita trascorsa e a quanto l'ha contraddistinta. Uno sguardo ancora curioso e indagatore, acuto e riflessivo, che, giunto a una certa età, contemplando le istantanee dell'esistenza condotta, rinviene solo nel ricordo, in quel vano tentativo di riappropriarsi del Tempo trascorso, l'unica opportunità per goder della vita rimasta.
January 3, 2025
È stato un lungo viaggio durato un anno e mezzo, un romanzo intervallato da tante altre letture di ogni genere.
Un viaggio che lascia un segno indelebile in chi lo intraprende, alla ricerca del Tempo perduto, alla ricerca di se stessi e dei nostri svariati Io.
Ma basta che un rumore, un odore, già sentito o respirato un'altra volta, lo siano di nuovo, a un tempo nel presente e nel passato, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, ed ecco che l'essenza permanente e abitualmente nascosta delle cose è liberata, e il nostro vero io che (da molto tempo, a volte) sembrava morto, ma non lo era del tutto, si sveglia, si anima ricevendo il nutrimento celeste che gli viene offerto. Un istante affrancato dall'ordine del tempo ha ricreato in noi, per sentirlo, l'uomo affrancato dall'ordine del tempo. Ed è comprensibile che questi creda nella propria gioia, anche se non sembra logicamente possibile che il semplice sapore d'una madeleine contenga le ragioni di tale gioia, è comprensibile che la parola "morte" non abbia più senso per lui; situato al di fuori del tempo, cosa mai potrebbe temere dal futuro?
Spesso gli uomini vogliono amare e non ci riescono, cercano il proprio male e non lo trovano, e se così posso osare di esprimermi, sono costretti a rimanere liberi.
E io che fin dall'infanzia ero vissuto alla giornata, ma con un'impressione definitiva di me stesso e degli altri, mi accorsi allora per la prima volta, dalle metamorfosi verificatesi in tutte quelle persone, del tempo che era passato per loro, il che mi sconvolse con la rivelazione che esso era passato anche per me. Di per sé indifferente, la loro vecchiaia mi rattristava avvertendomi dell'approssimarsi della mia.
Ma per tornare a me, io pensavo al mio libro più modestamente, e sarebbe anzi inesatto dire pensando a chi l'avrebbe letto, ai miei lettori. Infatti non sarebbero stati, secondo me, lettori miei, ma lettori di se stessi, non essendo il mio libro che una sorta di quelle lenti d'ingrandimento come ne offriva a un cliente l'ottico di Combray; li avrei muniti, grazie al mio libro, del mezzo per leggere in se stessi.
Un viaggio che lascia un segno indelebile in chi lo intraprende, alla ricerca del Tempo perduto, alla ricerca di se stessi e dei nostri svariati Io.
Ma basta che un rumore, un odore, già sentito o respirato un'altra volta, lo siano di nuovo, a un tempo nel presente e nel passato, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, ed ecco che l'essenza permanente e abitualmente nascosta delle cose è liberata, e il nostro vero io che (da molto tempo, a volte) sembrava morto, ma non lo era del tutto, si sveglia, si anima ricevendo il nutrimento celeste che gli viene offerto. Un istante affrancato dall'ordine del tempo ha ricreato in noi, per sentirlo, l'uomo affrancato dall'ordine del tempo. Ed è comprensibile che questi creda nella propria gioia, anche se non sembra logicamente possibile che il semplice sapore d'una madeleine contenga le ragioni di tale gioia, è comprensibile che la parola "morte" non abbia più senso per lui; situato al di fuori del tempo, cosa mai potrebbe temere dal futuro?
Spesso gli uomini vogliono amare e non ci riescono, cercano il proprio male e non lo trovano, e se così posso osare di esprimermi, sono costretti a rimanere liberi.
E io che fin dall'infanzia ero vissuto alla giornata, ma con un'impressione definitiva di me stesso e degli altri, mi accorsi allora per la prima volta, dalle metamorfosi verificatesi in tutte quelle persone, del tempo che era passato per loro, il che mi sconvolse con la rivelazione che esso era passato anche per me. Di per sé indifferente, la loro vecchiaia mi rattristava avvertendomi dell'approssimarsi della mia.
Ma per tornare a me, io pensavo al mio libro più modestamente, e sarebbe anzi inesatto dire pensando a chi l'avrebbe letto, ai miei lettori. Infatti non sarebbero stati, secondo me, lettori miei, ma lettori di se stessi, non essendo il mio libro che una sorta di quelle lenti d'ingrandimento come ne offriva a un cliente l'ottico di Combray; li avrei muniti, grazie al mio libro, del mezzo per leggere in se stessi.
January 19, 2023
Proust #7
(Al netto di qualche - perdonabile - lungaggine da latte alle ginocchia) È una successione di leitmotiv indimenticabili, una delle prose più irraggiungibili, ricca nei dettagli e nelle atmosfere, pura percezione, frasi infinite di estasi extratemporale, riflessioni sull’opera d’arte, contemplazione dell’essenza delle cose, minacce cosmiche, stravaganze, illuminazioni.
Il passato che cola nel presente, mette insieme i pezzi, dà un senso a tutto.
Imbarazzante.
FIN.
[94/100]
Recap:
1. Dalla parte di Swann ★★★★★ [90/100]
2. All’ombra delle fanciulle in fiore ★★★★★ [92/100]
3. La parte di Guermantes ★★★★ [78/100]
4. Sodoma e Gomorra ★★★★ [79/100]
5. La prigioniera ★★★★★ [85/100]
6. Albertine Scomparsa ★★★★★ [93/100]
7. Il tempo ritrovato ★★★★★ [94/100]
Frasario minimo/
∞ Ormai non pensavo più a lei. Era una pista di ricordi, una linea che non prendevo più.
∞ Tutto è questione di cronologia.
∞ Gli parlai della bellezza degli aerei che salivano nella notte.
∞ Ciascuno di noi rischia ogni sera d’essere nella cronaca nera del giorno dopo.
∞ Ricominciai a pensare alla stanchezza e alla noia con cui il giorno prima, in quella che era considerata una delle più belle campagne di Francia, avevo tentato di trascrivere la linea che separava sugli alberi l’ombra dalla luce.
∞ I veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduti.
∞ Se il luogo attuale non avesse ripreso sollecitamente il sopravvento, io credo che avrei perso conoscenza.
∞ Non era più in un senso zoologico, ma in un senso sociale e morale che si poteva dire: è un’altra persona.
∞ Partiamo dall’idea che le persone siano rimaste le stesse, e le troviamo vecchie.
∞ Il fatto è, concluse, che è una troia.
∞ Presto fui in grado di mostrare qualche abbozzo. Nessuno ci capì niente.
(Al netto di qualche - perdonabile - lungaggine da latte alle ginocchia) È una successione di leitmotiv indimenticabili, una delle prose più irraggiungibili, ricca nei dettagli e nelle atmosfere, pura percezione, frasi infinite di estasi extratemporale, riflessioni sull’opera d’arte, contemplazione dell’essenza delle cose, minacce cosmiche, stravaganze, illuminazioni.
Il passato che cola nel presente, mette insieme i pezzi, dà un senso a tutto.
Imbarazzante.
FIN.
[94/100]
Recap:
1. Dalla parte di Swann ★★★★★ [90/100]
2. All’ombra delle fanciulle in fiore ★★★★★ [92/100]
3. La parte di Guermantes ★★★★ [78/100]
4. Sodoma e Gomorra ★★★★ [79/100]
5. La prigioniera ★★★★★ [85/100]
6. Albertine Scomparsa ★★★★★ [93/100]
7. Il tempo ritrovato ★★★★★ [94/100]
Frasario minimo/
∞ Ormai non pensavo più a lei. Era una pista di ricordi, una linea che non prendevo più.
∞ Tutto è questione di cronologia.
∞ Gli parlai della bellezza degli aerei che salivano nella notte.
∞ Ciascuno di noi rischia ogni sera d’essere nella cronaca nera del giorno dopo.
∞ Ricominciai a pensare alla stanchezza e alla noia con cui il giorno prima, in quella che era considerata una delle più belle campagne di Francia, avevo tentato di trascrivere la linea che separava sugli alberi l’ombra dalla luce.
∞ I veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduti.
∞ Se il luogo attuale non avesse ripreso sollecitamente il sopravvento, io credo che avrei perso conoscenza.
∞ Non era più in un senso zoologico, ma in un senso sociale e morale che si poteva dire: è un’altra persona.
∞ Partiamo dall’idea che le persone siano rimaste le stesse, e le troviamo vecchie.
∞ Il fatto è, concluse, che è una troia.
∞ Presto fui in grado di mostrare qualche abbozzo. Nessuno ci capì niente.
September 29, 2024
"La vera vita, la vita finalmente riscoperta e illuminata, la sola vita, dunque, pienamente vissuta, è la letteratura".
Semplicemente straordinario.
Semplicemente straordinario.
September 10, 2018
Questa è l'acqua
La conclusione di questa unica impresa letteraria è meravigliosa, il vero apice di tutta l'avventura proustiana - come in ogni vera epica si ritorna al punto di partenza, a quella madeleine e a quell'attesa della madre che è la vera chiave del libro, della letteratura, del mondo, di tutto.
Come nella celeberrima prolusione di DFW ai laureandi del Kenyon College nel 2005, le ultime pagine della Recherche ci mostrano come l'obiettivo fosse quello di mostrarci qualcosa di esterno, ma di invitarci a guardare dentro di noi - a come le impressioni, le percezioni, le sensazioni costruiscano noi stessi, a come il Tempo sia deformato e stiracchiato, a come "solo la percezione grossolana ed erronea mette tutto nell'oggetto, mentre tutto è nella mente" .
Trovo che la Recherche sia la vera pietra miliare, il vero passaggio dall'Ottocento al Novecento per la letteratura, per l'arte, per il pensiero, per l'uomo stesso. Mi immagino la Recherche e l'Ulisse di Joyce come le due colonne d'Ercole che hanno portato la letteratura dal mare tranquillo della narrativa ottocentesco all'oceano infinito e magnifico del Novecento.
E anche la scrittura, lo stile ascendono a grandi vette quando narrano gli abissi di abiezione del barone di Charlus creando un'atmosfera a metà tra Visconti e Celine; quando rappresenta l'ultimo evento sociale come un ballo di persone mascherati da anziani in un vertiginoso squilibrio temporale; quando esemplifica l'idea di letteratura come tentativo di cogliere le ineffabili sensazioni individuali e di interpretare le impressioni come segni di leggi e di idee.
Rimane anche sottesa una terribile tristezza, in cui le morti e gli eventi più deflagranti sono riportati con l'indifferenza degli ambienti mondani, come il matrimonio di Madame Verdurin con il principe di Guermantes o le falsità diffuse su Swann (notevole come l'alter ego del narratore sia quello che subisce la peggiore damnatio memoriae .
La chiusa metaforica e totale di questo libro si presta a così tante letture che viene quasi voglia di rileggere tutta l'opera per apprezzare come tutti i fili di Proust siano ricollegati nella figura della figlia di Gilbert e Robert: simbolo unitario delle due parti (Meseglise e Guermantes), ricordo dolce e frustrante delle "fanciulle in fiore", portatrice suo malgrado dei segni fisici di Swann, metafora vivente del Tempo passato e del Tempo presente (e anche di quello futuro), "stella" crocevia nella foresta immensa del romanzo - tutto ciò fa salire il tipico finale da feuilleton ottocentesco ad altri livelli, assumendo un valore filosofico e esistenziale pienamente Novecentesco e (anzi) ancora totalmente contemporaneo.
La conclusione di questa unica impresa letteraria è meravigliosa, il vero apice di tutta l'avventura proustiana - come in ogni vera epica si ritorna al punto di partenza, a quella madeleine e a quell'attesa della madre che è la vera chiave del libro, della letteratura, del mondo, di tutto.
Come nella celeberrima prolusione di DFW ai laureandi del Kenyon College nel 2005, le ultime pagine della Recherche ci mostrano come l'obiettivo fosse quello di mostrarci qualcosa di esterno, ma di invitarci a guardare dentro di noi - a come le impressioni, le percezioni, le sensazioni costruiscano noi stessi, a come il Tempo sia deformato e stiracchiato, a come "solo la percezione grossolana ed erronea mette tutto nell'oggetto, mentre tutto è nella mente" .
Trovo che la Recherche sia la vera pietra miliare, il vero passaggio dall'Ottocento al Novecento per la letteratura, per l'arte, per il pensiero, per l'uomo stesso. Mi immagino la Recherche e l'Ulisse di Joyce come le due colonne d'Ercole che hanno portato la letteratura dal mare tranquillo della narrativa ottocentesco all'oceano infinito e magnifico del Novecento.
E anche la scrittura, lo stile ascendono a grandi vette quando narrano gli abissi di abiezione del barone di Charlus creando un'atmosfera a metà tra Visconti e Celine; quando rappresenta l'ultimo evento sociale come un ballo di persone mascherati da anziani in un vertiginoso squilibrio temporale; quando esemplifica l'idea di letteratura come tentativo di cogliere le ineffabili sensazioni individuali e di interpretare le impressioni come segni di leggi e di idee.
Rimane anche sottesa una terribile tristezza, in cui le morti e gli eventi più deflagranti sono riportati con l'indifferenza degli ambienti mondani, come il matrimonio di Madame Verdurin con il principe di Guermantes o le falsità diffuse su Swann (notevole come l'alter ego del narratore sia quello che subisce la peggiore damnatio memoriae .
La chiusa metaforica e totale di questo libro si presta a così tante letture che viene quasi voglia di rileggere tutta l'opera per apprezzare come tutti i fili di Proust siano ricollegati nella figura della figlia di Gilbert e Robert: simbolo unitario delle due parti (Meseglise e Guermantes), ricordo dolce e frustrante delle "fanciulle in fiore", portatrice suo malgrado dei segni fisici di Swann, metafora vivente del Tempo passato e del Tempo presente (e anche di quello futuro), "stella" crocevia nella foresta immensa del romanzo - tutto ciò fa salire il tipico finale da feuilleton ottocentesco ad altri livelli, assumendo un valore filosofico e esistenziale pienamente Novecentesco e (anzi) ancora totalmente contemporaneo.
May 7, 2024
Ultimo libro della ricerca. Fine di un gran lavoro, stupendo, la capillare narrazione di tutto quello che ci rende umani. Grazie Proust.
October 12, 2022
Il tempo "perduto" per leggerti è stato considerevole, quasi tre mesi. Tuttavia non è riuscito comunque a eguagliare il "tempo ritrovato" fra le ultime pagine, quelle che una volta chiuso il libro ti fanno capire che la vera vita inizia da ora, che tutto ha un senso, che avevi ragione tu Proust, che il narratore o l'autore della Recherche non avranno dei loro lettori, ma ciascuno di essi ritroverà il suo Tempo guardandosi dentro proprio perché sarà il lettore di se stesso.
Questo è il più grande segreto della letteratura, e perché no, della vita.
Questo è il più grande segreto della letteratura, e perché no, della vita.
January 22, 2013
Non chiederei ai miei lettori di lodarmi o di biasimarmi, ma solo di dirmi se è veramente così, se le parole che essi leggono dentro di sé sono proprio quelle che io ho scritto.
Il tempo ritrovato è l’ultimo capitolo del romanzo La ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. L’autore aveva ideato il finale sin dal principio anche se la morte è sopraggiunta troppo presto. In questa ultima puntata il narratore ci fa incontrare per l’ultima volta tutti i personaggi della Ricerca poiché la seconda parte del libro è ambientata nella villa Guermantes. Sono cambiate molte cose, è sopraggiunta la maturità e il narratore riflette sul passato e sull’importanza dei ricordi, latori di momenti che permangono nella nostra mente e che si insinuano inaspettatamente nel presente. Ogni ricordo è una spirale nel passato e ci permette di ritrovare il “tempo perduto”, che non è più. I ricordi fermano il tempo in uno iato extratemporale: attraverso essi si sfugge il presente e si è incuranti verso le vicissitudini dell’avvenire.
Scriveva Louis Philippe in Bubu de Montparnasse:
«Uno che cammina porta con sé tutte le cose della sua vita e le rimescola nella testa. La nostra carne conserva tutti i ricordi e li mischiamo con i nostri desideri. Solchiamo il presente con questo bagaglio, andiamo avanti e in ogni istante siamo interi».
E’ stato triste lasciare Proust, si esperisce il concetto di fine ogni volta che si conclude un romanzo, ma in questo caso si dice addio ad un amico che per mesi ti ha raccontato la sua storia che è poi la tua.
Il tempo ritrovato è l’ultimo capitolo del romanzo La ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. L’autore aveva ideato il finale sin dal principio anche se la morte è sopraggiunta troppo presto. In questa ultima puntata il narratore ci fa incontrare per l’ultima volta tutti i personaggi della Ricerca poiché la seconda parte del libro è ambientata nella villa Guermantes. Sono cambiate molte cose, è sopraggiunta la maturità e il narratore riflette sul passato e sull’importanza dei ricordi, latori di momenti che permangono nella nostra mente e che si insinuano inaspettatamente nel presente. Ogni ricordo è una spirale nel passato e ci permette di ritrovare il “tempo perduto”, che non è più. I ricordi fermano il tempo in uno iato extratemporale: attraverso essi si sfugge il presente e si è incuranti verso le vicissitudini dell’avvenire.
Scriveva Louis Philippe in Bubu de Montparnasse:
«Uno che cammina porta con sé tutte le cose della sua vita e le rimescola nella testa. La nostra carne conserva tutti i ricordi e li mischiamo con i nostri desideri. Solchiamo il presente con questo bagaglio, andiamo avanti e in ogni istante siamo interi».
E’ stato triste lasciare Proust, si esperisce il concetto di fine ogni volta che si conclude un romanzo, ma in questo caso si dice addio ad un amico che per mesi ti ha raccontato la sua storia che è poi la tua.
May 1, 2013
Eccoci qua, letti tutti e sette i volumi posso ammettere anche un certo rimpianto, anche se all'inizio non é stato facile perché è necessario trovare il proprio modo di leggere Proust, di farsi piacere queste infinite serate nei salotti a discutere del niente e a commentare le toilette delle signore di dubbia genealogia. I suoi discorsi non sempre sono stati interessanti, ma alcune sue osservazioni non possono che essere indimenticabili. Alla fine ero preoccupata quanto lui che non riuscisse a portare a termine la sua opera, anche se é andata per uno visto che é morto prima di riuscire a rivedere gli ultimi tre volumi. I discorsi sul tempo poi mi hanno anche un pochino affranta, saranno i quaranta che cominciano a farsi sentire. Posso dire quindi di essere contenta di averla letta e che sicuramente ne valeva la pena, ci sono cose che Proust mi ha lasciato che piano piano sedimenteranno dentro di me.
February 24, 2018
Si può piangere per una prosa, si può piangere per le parole; semplici parole ma che, accostate tra loro da un immenso autore, diventano Vita.
"L'armonia epica del ricordo e dell'introspezione. Coerente fino alla pazzia e terribilmente aberrante."
(Semicitazione di Erich Auerbach)
Il tempo ritrovato (Alla ricerca del tempo perduto #7)
Marcel Proust
Traduzione: Giorgio Caproni
Editore: Einaudi
Voto: Oltre!
"L'armonia epica del ricordo e dell'introspezione. Coerente fino alla pazzia e terribilmente aberrante."
(Semicitazione di Erich Auerbach)
Il tempo ritrovato (Alla ricerca del tempo perduto #7)
Marcel Proust
Traduzione: Giorgio Caproni
Editore: Einaudi
Voto: Oltre!
January 26, 2020
Dio, com'è bello.
August 29, 2019
Arrivata alla fine di questo lungo libro, tutta la serie è divisa in sette parti ma di fatto è un unico testo, E' difficile parlarne in poche righe, dentro ci sono pensieri ed elucubrazioni che mi è impossibile descrivere anche solo lontanamente.
Quindi semplicemente ne consiglio la lettura:
per la forma, perché è scritto benissimo;
per i contenuti, perché ci sono mille meravigliosi pensieri e riflessioni;
per la storia, perché a parte qualche lunga e forse ostica disgressione, la storia scorre bene, è appassionante e interessante.
“Basta che un rumore, un odore, già uditi o respirati un tempo, lo siano di nuovo, nel passato e insieme nel presente, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, perché subito l'essenza permanente, e solitamente nascosta, delle cose sia liberata, e il nostro vero io che, talvolta da molto tempo, sembrava morto, anche se non lo era ancora del tutto, si svegli, si animi ricevendo il celeste nutrimento che gli è così recato. Un istante affrancato dall'ordine del tempo ha ricreato in noi, perché lo si avverta, l'uomo affrancato dall'ordine del tempo.”
Quindi semplicemente ne consiglio la lettura:
per la forma, perché è scritto benissimo;
per i contenuti, perché ci sono mille meravigliosi pensieri e riflessioni;
per la storia, perché a parte qualche lunga e forse ostica disgressione, la storia scorre bene, è appassionante e interessante.
“Basta che un rumore, un odore, già uditi o respirati un tempo, lo siano di nuovo, nel passato e insieme nel presente, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, perché subito l'essenza permanente, e solitamente nascosta, delle cose sia liberata, e il nostro vero io che, talvolta da molto tempo, sembrava morto, anche se non lo era ancora del tutto, si svegli, si animi ricevendo il celeste nutrimento che gli è così recato. Un istante affrancato dall'ordine del tempo ha ricreato in noi, perché lo si avverta, l'uomo affrancato dall'ordine del tempo.”
June 24, 2024
Cinque stelle cumulative per sette mesi e nove giorni di lettura matta e incredibile. Ciao Proust, ci rivediamo tra vent’anni almeno 👋🏻
September 30, 2014
E così si conclude la lettura del monumentale "Alla ricerca del tempo perduto" di Proust. Sono contenta di averlo letto. Quando lo comprai, tanti anni fa, alla rateale Einaudi, non sapevo se lo avrei letto un giorno. Volevo comprarlo, volevo leggerlo, ma da quel giorno poi sono passati circa 25 anni. Così doveva essere. Ed era arrivato il moneto di leggerlo. Che bellezza. Non dico nient'altro. In classifica tra i primi dieci. Senza passare dal via. Bravo Marcel. Sorrido.
July 27, 2023
Non ci posso credere, ho finito la recherche.
December 18, 2019
«[...] la vita che noi viviamo nelle tenebre, e ricondurla alla sua verità, essa che viene falsata di continuo, per attuarla finalmente in un libro! Come sarebbe felice chi potesse scriverlo, un tale libro, - pensavo, quale impresa gli si presenterebbe davanti! [...] uno scrittore simile [...] dovrebbe preparare il proprio libro minuziosamente, [...] sopportarlo come una fatica, accettarlo come una disciplina, costruirlo come una chiesa, seguirlo come un regime, superarlo come un ostacolo, conquistarlo come un’amicizia, supernutrirlo come un bambino, crearlo come un universo, senza trascurare quei misteri che probabilmente hanno la loro spiegazione soltanto in altri mondi e il cui presentimento è quel che più ci commuove nella vita e nell’arte. [...] Un tal libro lo si nutre, se ne rafforzano le parti deboli, lo si protegge; ma poi sarà lui stesso a crescere, a designare la nostra tomba, a difenderla dai rumori e, per qualche tempo, dall’oblio.»
«Ma [...] pensavo anche ai miei lettori. Invero, questi, non sarebbero stati “miei” lettori, ma i lettori di se stessi, essendo il mio libro simile a quelle lenti d’ingrandimento [...]; il mio libro, grazie al quale avrei fornito loro il mezzo di leggere in loro stessi. Dimodoché io non avrei domandato loro né di lodarmi né di biasimarmi, ma soltanto di dirmi se è proprio così, se le parole che essi leggono dentro di sé son proprio quelle che io ho scritto.»
«Adesso, giacché la felicità che provavo non derivava da una tensione puramente soggettiva di nervi, che ci isola dal passato, ma, al contrario, da un ampliamento del mio spirito in cui il passato si ricostruiva, si rifaceva attuale e mi dava, ma, ahimé, solo momentaneamente, un valore d’eternità. Avrei voluto lasciare in eredità quest’ultimo a coloro che avessi potuto arricchire con il mio tesoro.»
«[...] rimasi sgomento al pensiero che era proprio quel campanello a risuonare ancora in me [...], per riimpararlo, per intenderlo bene, [...] per cercar di udirlo più da vicino, ero costretto a ridiscendere in me stesso. Dunque, quello scampanellio vi era sempre, e con lui, fra esso e l’attimo presente, tutto quel passato indefinitamente trascorso che ignoravo di portare con me. Quando esso era risuonato, io esistevo già, e da allora, perché udissi nuovamente quel tintinnio, bisognava che non ci fosse stata discontinuità, che io non avessi cessato un solo istante di esistere, di pensare, d’aver coscienza di me, poiché quell’attimo così lontano aderiva ancora a me, e io potevo tornare fino a lui, solo discendendo più profondamente in me.»
«Il giorno in cui avevo udito il suono della scampanellata nel giardino di Combray, così lontano eppure così profondamente interiore, era un punto di riferimento in quella enorme dimensione che non sapevo di avere. Ero colto da vertigine nel vedere sotto di me, e tuttavia in me, quasi io avessi molte miglia di profondità, tanti anni.»
«Ma [...] pensavo anche ai miei lettori. Invero, questi, non sarebbero stati “miei” lettori, ma i lettori di se stessi, essendo il mio libro simile a quelle lenti d’ingrandimento [...]; il mio libro, grazie al quale avrei fornito loro il mezzo di leggere in loro stessi. Dimodoché io non avrei domandato loro né di lodarmi né di biasimarmi, ma soltanto di dirmi se è proprio così, se le parole che essi leggono dentro di sé son proprio quelle che io ho scritto.»
«Adesso, giacché la felicità che provavo non derivava da una tensione puramente soggettiva di nervi, che ci isola dal passato, ma, al contrario, da un ampliamento del mio spirito in cui il passato si ricostruiva, si rifaceva attuale e mi dava, ma, ahimé, solo momentaneamente, un valore d’eternità. Avrei voluto lasciare in eredità quest’ultimo a coloro che avessi potuto arricchire con il mio tesoro.»
«[...] rimasi sgomento al pensiero che era proprio quel campanello a risuonare ancora in me [...], per riimpararlo, per intenderlo bene, [...] per cercar di udirlo più da vicino, ero costretto a ridiscendere in me stesso. Dunque, quello scampanellio vi era sempre, e con lui, fra esso e l’attimo presente, tutto quel passato indefinitamente trascorso che ignoravo di portare con me. Quando esso era risuonato, io esistevo già, e da allora, perché udissi nuovamente quel tintinnio, bisognava che non ci fosse stata discontinuità, che io non avessi cessato un solo istante di esistere, di pensare, d’aver coscienza di me, poiché quell’attimo così lontano aderiva ancora a me, e io potevo tornare fino a lui, solo discendendo più profondamente in me.»
«Il giorno in cui avevo udito il suono della scampanellata nel giardino di Combray, così lontano eppure così profondamente interiore, era un punto di riferimento in quella enorme dimensione che non sapevo di avere. Ero colto da vertigine nel vedere sotto di me, e tuttavia in me, quasi io avessi molte miglia di profondità, tanti anni.»
January 12, 2026
LA RESURREZIONE DEL TEMPO
“Alla ricerca del tempo perduto” inizia con il pronome “io” e termina con la parola “Tempo”. Se l’uso della prima persona singolare è in qualche modo fuorviante, perché ingenera la convinzione non del tutto corretta che di un romanzo autobiografico si tratti (mentre più che alla propria vicenda esistenziale o alla rappresentazione soggettiva di un mondo a Proust interessa la ricerca dell’essenza profonda, assoluta e ontologica dello stesso), il termine “Tempo” è invece quanto mai appropriato per definire l’opera. La “Ricerca” è infatti la più approfondita, magistrale e incredibile riflessione sul tempo e sul ruolo che esso esercita sulla vita degli uomini che mai si sia avuto modo di leggere (per lo meno in ambito letterario). La “Ricerca” mette infatti in perenne tensione tra loro il passato e il presente, non solo (come sarebbe facile pensare) come mero confronto tra i due opposti cronologici, ma sforzandosi di riempire il “buco nero” che sta in mezzo, di sciogliere la matassa di fili che il tempo ha intrecciato, di scoprire le leggi universali che governano i cambiamenti non solo fisici, ma anche psicologici, ambientali e sociali, dell’umanità. La grande abilità di Proust di descrivere il mondo aristocratico in maniera quanto mai minuziosa e particolareggiata, quasi da miniaturista (fino quasi a sfiorare la pedanteria), non deve far credere che egli possa essere apparentato con la quasi coeva letteratura verista, di cui al contrario è sempre stato un critico accanito. Compito dell’arte per Proust non è di descrivere le cose o le idee, bensì di portare in luce il proprio mondo interiore. Ma per fare ciò non è sufficiente una mera attività intellettuale: l’artista deve essere “poroso” nei confronti di impressioni e ricordi, farsi assalire da essi e in questo modo costruire dei ponti verso il passato, con ciò creando una dimensione extra-temporale che sola può contenere quella verità che l’esperienza concreta e il mondo sensibile non sono in grado di dare. La madeleine proustiana e le intermittenze del cuore non sono più delle evenienze sporadiche e saltuarie, ma diventano il perno di un sistema filosofico in grado di informare di sé l’opera d’arte, anzi di farsi esso stesso opera d’arte.
Il momento fatidico in cui nel “Tempo ritrovato” tutto quanto ora detto si manifesta è una miracolosa epifania (o sarebbe meglio dire una serie di epifanie) avvenuta nel cortile di Palazzo Guermantes, mentre il narratore si sta recando a un ricevimento mondano. Proprio quando l’io narrante si sente sopraffatto dai dubbi nei confronti della letteratura (dubbi che coinvolgono tanto le sue qualità personali quanto la capacità della letteratura stessa di essere apportatrice di una qualche forma di verità), giunge dal passato un avvenimento destinato a cambiare profondamente la sua vita. Appoggiando il piede su una selce sconnessa del cortile egli viene invaso da una sensazione identica a quella provata molti anni prima camminando nel Battistero di Venezia. Questa immagine riemersa dal passato (supportata da altre significative coincidenze) dà il la a una serie di riflessioni sui motivi di questa insolita felicità affrancata dall’ordine del tempo, che procura a chi la prova il brivido dell’eternità. Recuperare questi momenti impalpabili e sfuggenti dal pozzo della memoria, convertire queste sensazioni in altrettanti leggi di ampio respiro e fissarle in un’opera d’arte diventa così da quel momento la missione dell’autore.
La lunghissima sequenza del ricevimento della principessa di Guermantes, in cui sembra di stare davanti a un quadro di Munch, tanto forte è l’impressione di sfacelo e di disfacimento provocati dal passare del tempo sui volti e sui corpi di persone che un giorno il narratore aveva conosciute nel pieno delle forze ed ora sono accarezzate dalla morte (e che Proust descrive con la stessa prodigiosa profondità di pensiero esibita nelle pagine del libro precedente in cui egli ragionava sugli effetti di una separazione lacerante o di un decesso improvviso), sembra far vacillare i propositi dello scrittore. Quella di Proust diventa così una titanica sfida al tempo: il tempo che conserva la verità intima delle cose e la fa riemergere di tanto in tanto è lo stesso tempo che cambia la fisionomia degli individui, gli ambienti sociali e la percezione stessa di cose e persone (basta pensare al modo in cui il ricordo di Swann viene rimosso o fuorviato dai frequentatori di quegli stessi salotti che un giorno lo avevano ammirato), con ciò ostacolando seriamente l’opera della memoria. Così è solo sulla memoria involontaria che lo scrittore può fare affidamento per scrivere la propria opera, in tal modo relegando la propria arte e la propria intelligenza in un ruolo secondario e accessorio rispetto alle mere facoltà sensitive, e costringendo se stesso a diventare una sorta di sacerdote di questa fragile e incorporea ancorché suadente religione del tempo. Conformemente a queste premesse, la “Ricerca” si conferma più che mai un universo autonomo e autosufficiente, in cui, per riuscire a raggiungere la verità extra-temporale dell’esistenza, vengono gradualmente meno i riferimenti al mondo reale (cronaca politica, avvenimenti storici, citazioni letterarie, ecc.), per lasciare invece spazio ai richiami al passato del romanzo, dai più vicini a quelli remotissimi. E’ per questo che nella seconda parte del “Tempo ritrovato” si respira una particolarissima atmosfera fuori dal tempo, in cui tutti i personaggi (da Charlus a Madame Verdurin, da Gilberte a Odette, da Rachel a Bloch) sono contemporaneamente quelli che sono, quelli che erano una volta e tutto ciò che sono stati nel frattempo, in una virtuosistica e caleidoscopica rappresentazione in cui Proust sta sempre dietro di essi (a cercare di registrare gli effetti e le conseguenze del loro passaggio sulla propria esistenza e su quella dei suoi simili) piuttosto che di fronte ad essi. Per riuscire a sostenere questo sforzo sovrumano di attualizzare il passato, Proust ha dovuto edificare una vera e propria cattedrale letteraria, capace di sfidare (laicamente, si badi, senza cioè il sostegno di una speranza ultraterrena) le leggi del tempo e di osare la prometeica scalata all’eternità. Proust non ha potuto avere la soddisfazione di vedere gli effetti nel tempo della sua opera, non ha potuto cioè verificare se quanto ha scritto sia riuscito davvero ad ambire alla sua straordinaria ambizione. Il fatto stesso che noi, a un secolo di distanza, leggiamo ancora e commentiamo le sue pagine, celebrando la sua “Ricerca del tempo perduto” come una delle opere più importanti di sempre, degna di stare al fianco dell’”Odissea” di Omero e della “Divina Commedia” di Dante, è però la prova migliore che la sfida di Proust è stata vinta al di là di ogni più ottimistica aspettativa.
“Alla ricerca del tempo perduto” inizia con il pronome “io” e termina con la parola “Tempo”. Se l’uso della prima persona singolare è in qualche modo fuorviante, perché ingenera la convinzione non del tutto corretta che di un romanzo autobiografico si tratti (mentre più che alla propria vicenda esistenziale o alla rappresentazione soggettiva di un mondo a Proust interessa la ricerca dell’essenza profonda, assoluta e ontologica dello stesso), il termine “Tempo” è invece quanto mai appropriato per definire l’opera. La “Ricerca” è infatti la più approfondita, magistrale e incredibile riflessione sul tempo e sul ruolo che esso esercita sulla vita degli uomini che mai si sia avuto modo di leggere (per lo meno in ambito letterario). La “Ricerca” mette infatti in perenne tensione tra loro il passato e il presente, non solo (come sarebbe facile pensare) come mero confronto tra i due opposti cronologici, ma sforzandosi di riempire il “buco nero” che sta in mezzo, di sciogliere la matassa di fili che il tempo ha intrecciato, di scoprire le leggi universali che governano i cambiamenti non solo fisici, ma anche psicologici, ambientali e sociali, dell’umanità. La grande abilità di Proust di descrivere il mondo aristocratico in maniera quanto mai minuziosa e particolareggiata, quasi da miniaturista (fino quasi a sfiorare la pedanteria), non deve far credere che egli possa essere apparentato con la quasi coeva letteratura verista, di cui al contrario è sempre stato un critico accanito. Compito dell’arte per Proust non è di descrivere le cose o le idee, bensì di portare in luce il proprio mondo interiore. Ma per fare ciò non è sufficiente una mera attività intellettuale: l’artista deve essere “poroso” nei confronti di impressioni e ricordi, farsi assalire da essi e in questo modo costruire dei ponti verso il passato, con ciò creando una dimensione extra-temporale che sola può contenere quella verità che l’esperienza concreta e il mondo sensibile non sono in grado di dare. La madeleine proustiana e le intermittenze del cuore non sono più delle evenienze sporadiche e saltuarie, ma diventano il perno di un sistema filosofico in grado di informare di sé l’opera d’arte, anzi di farsi esso stesso opera d’arte.
Il momento fatidico in cui nel “Tempo ritrovato” tutto quanto ora detto si manifesta è una miracolosa epifania (o sarebbe meglio dire una serie di epifanie) avvenuta nel cortile di Palazzo Guermantes, mentre il narratore si sta recando a un ricevimento mondano. Proprio quando l’io narrante si sente sopraffatto dai dubbi nei confronti della letteratura (dubbi che coinvolgono tanto le sue qualità personali quanto la capacità della letteratura stessa di essere apportatrice di una qualche forma di verità), giunge dal passato un avvenimento destinato a cambiare profondamente la sua vita. Appoggiando il piede su una selce sconnessa del cortile egli viene invaso da una sensazione identica a quella provata molti anni prima camminando nel Battistero di Venezia. Questa immagine riemersa dal passato (supportata da altre significative coincidenze) dà il la a una serie di riflessioni sui motivi di questa insolita felicità affrancata dall’ordine del tempo, che procura a chi la prova il brivido dell’eternità. Recuperare questi momenti impalpabili e sfuggenti dal pozzo della memoria, convertire queste sensazioni in altrettanti leggi di ampio respiro e fissarle in un’opera d’arte diventa così da quel momento la missione dell’autore.
La lunghissima sequenza del ricevimento della principessa di Guermantes, in cui sembra di stare davanti a un quadro di Munch, tanto forte è l’impressione di sfacelo e di disfacimento provocati dal passare del tempo sui volti e sui corpi di persone che un giorno il narratore aveva conosciute nel pieno delle forze ed ora sono accarezzate dalla morte (e che Proust descrive con la stessa prodigiosa profondità di pensiero esibita nelle pagine del libro precedente in cui egli ragionava sugli effetti di una separazione lacerante o di un decesso improvviso), sembra far vacillare i propositi dello scrittore. Quella di Proust diventa così una titanica sfida al tempo: il tempo che conserva la verità intima delle cose e la fa riemergere di tanto in tanto è lo stesso tempo che cambia la fisionomia degli individui, gli ambienti sociali e la percezione stessa di cose e persone (basta pensare al modo in cui il ricordo di Swann viene rimosso o fuorviato dai frequentatori di quegli stessi salotti che un giorno lo avevano ammirato), con ciò ostacolando seriamente l’opera della memoria. Così è solo sulla memoria involontaria che lo scrittore può fare affidamento per scrivere la propria opera, in tal modo relegando la propria arte e la propria intelligenza in un ruolo secondario e accessorio rispetto alle mere facoltà sensitive, e costringendo se stesso a diventare una sorta di sacerdote di questa fragile e incorporea ancorché suadente religione del tempo. Conformemente a queste premesse, la “Ricerca” si conferma più che mai un universo autonomo e autosufficiente, in cui, per riuscire a raggiungere la verità extra-temporale dell’esistenza, vengono gradualmente meno i riferimenti al mondo reale (cronaca politica, avvenimenti storici, citazioni letterarie, ecc.), per lasciare invece spazio ai richiami al passato del romanzo, dai più vicini a quelli remotissimi. E’ per questo che nella seconda parte del “Tempo ritrovato” si respira una particolarissima atmosfera fuori dal tempo, in cui tutti i personaggi (da Charlus a Madame Verdurin, da Gilberte a Odette, da Rachel a Bloch) sono contemporaneamente quelli che sono, quelli che erano una volta e tutto ciò che sono stati nel frattempo, in una virtuosistica e caleidoscopica rappresentazione in cui Proust sta sempre dietro di essi (a cercare di registrare gli effetti e le conseguenze del loro passaggio sulla propria esistenza e su quella dei suoi simili) piuttosto che di fronte ad essi. Per riuscire a sostenere questo sforzo sovrumano di attualizzare il passato, Proust ha dovuto edificare una vera e propria cattedrale letteraria, capace di sfidare (laicamente, si badi, senza cioè il sostegno di una speranza ultraterrena) le leggi del tempo e di osare la prometeica scalata all’eternità. Proust non ha potuto avere la soddisfazione di vedere gli effetti nel tempo della sua opera, non ha potuto cioè verificare se quanto ha scritto sia riuscito davvero ad ambire alla sua straordinaria ambizione. Il fatto stesso che noi, a un secolo di distanza, leggiamo ancora e commentiamo le sue pagine, celebrando la sua “Ricerca del tempo perduto” come una delle opere più importanti di sempre, degna di stare al fianco dell’”Odissea” di Omero e della “Divina Commedia” di Dante, è però la prova migliore che la sfida di Proust è stata vinta al di là di ogni più ottimistica aspettativa.
October 27, 2024
Io dico che è legge crudele dell’arte che gli esseri umani muoiano e che noi stessi moriamo, dando fondo a tutte le sofferenze, perchè spunti l’erba non dell’oblio ma della vita eterna, l’erba rigogliosa delle opere feconde su cui le generazioni verranno a fare allegramente senza preoccuparsi di chi dorme là sotto.
Non credevo possibile questo momento.. ho una leggera nausea ad ammettere che dopo non ci sarà più niente. Nulla sarà più come prima… o forse no?!? Di una cosa però sono certa. Questo non sarà quel punto finale alla fine di un paragrafo, la fine di un inizio splendido e memorabile, una piacevolissima esperienza che mi ha indotta a rinascere, a comprendere a fondo, che non dimenticherò tanto facilmente. Quanto inizio. Il preludio di tante cose. Tante nuove esperienze, nuove sfide personali e non, inerenti o meno alla lettura, che generalmente solo i libri o la buona letteratura sanno regalarci così bene. Non scovando però sempre la medesima manfrina, quanto provocando un processo naturale di esistenza, segreti dell’universo che sono a me e solo a me rivolti. Qualche giorno prima di Natale, una manciata di settimane si concluda l’anno, cala il sipario su uno scenario familiare, strepitoso, metafisico, surreale, magico che ha avuto a che fare con la concezione di anima che generalmente mi piace attribuire a questo tipo di letture. Quasi una specie di terapia, che niente e nessuno aveva elargito. Una magia che nonostante non avverta più così intensamente da qualche mese, ha funto da cura, da espediente alla mia controculturale spirituale mossa a libertà assoluta.
L’eternità di undici mesi stava per scadere. Erano passati in fretta e presto avrei dovuto prendere nuovamente consapevolezza della realtà, della mia banalissima vita, delle << procedure >> che attuo giorno dopo giorno per essere produttiva, alacre, consapevole, ligia ai miei obiettivi e ai miei scopi, ma consapevole di come la vita spesso ci riserva delle sorprese che, nonostante i programmi, i tentativi iniziali, possano far crollare come castelli di sabbia ogni aspettativa riposta. Per molti si tratta di semplici manie di controllo, per me di un buon modo di abbracciare la vita senza dover essere perennemente posseduta dall’ansia, dalla frenesia, dall’idea che debba arrivare sul rotto della cuffia pur di realizzare qualcosa. Uno stile di vita. Senza non sarei io. Non sarei la donna, la lettrice che sono adesso.
Leggere la Ricerca ha equivalso a vivere una vita che non avevo mai vissuto, e soprattutto in questo volume ad essere dinanzi alla morte, in cui la letteratura esplica la bellezza perduta che nella vita quotidiana interpretiamo o riportiamo nella verità, nella continuazione della realtà, nella conservazione della memoria che va a costruirsi nel pensiero, nella realtà. Sotto la superficie di un universo in cui l’artista tenta di scorgere una materia così malleabile e potente che è derivazione della vita stessa, decifrando le abitudini come forme sconosciute. Rese vivide mediante sentimenti in cui la felicità è assimilata alla bellezza, in una perenne ricerca in cui la verità avrebbe acquietato il nostro animo.
Dalla Commedia umana di Balzac la stirpe umana avrebbe potuto essere dipinta in ogni forma e fascinazione, e mediante scrittura riversare i segreti di un mondo che mira alla realizzazione del futuro affinché sia possibile comprenderlo.La felicità era sbriciolata negli istanti di incognite che sono dominio di intelligenza la cui struttura, così confusionaria e arzigogolata, esplica la bellezza di ogni cosa, il tempo come forma interna, appartenente ad un essere che fa dei ricordi delle allusioni alla fame del vecchio e del nuovo mondo, perpetuando nel tempo, cercando cause che stanno dietro allo spreco e alla perdita del tempo dotato di una sua praticità, affinchè l’artista comprenda ogni cosa. Solo così l’arte sarebbe stata assimilata, frantumare quella barriera invisibile dell’impossibile, affidarci a quell’idea di redenzione che solo le leggi dell’universo potranno comprendere, ridursi in un mondo in cui l’amore diviene esperienza di fuga, di malintesi, lontananze ed equivoci.
Quando siamo uniti ad un altro cuore da un legame tanto doloroso che ci impedisce di allontanarsi, concepiamo questo forte senso di abbandono come quella quintessenza mediante cui ci addentriamo con una certa golosità. L’uomo sarà così soggetto ad agire sul mondo esterno mobilitando l'astuzia, l’intelligenza, l’affetto per sopravvivere e sopprimere la mancata presenza della donna amata. Poiché la stessa Ricerca, nel suo epilogo, nel suo capoverso, diverrà finalmente istituzione di principi universali, fenomenologia dello spirito, reso sensibilissimo che ha tentato di salvare la sua anima da ogni assalto umano.
Il valore oggettivo dell’arte non c’entra quasi per niente. Ciò che bisogna far uscire, portare alla luce, sono i nostri sentimenti, le nostre passioni, cioè le passioni, i sentimenti di tutti.
Non credevo possibile questo momento.. ho una leggera nausea ad ammettere che dopo non ci sarà più niente. Nulla sarà più come prima… o forse no?!? Di una cosa però sono certa. Questo non sarà quel punto finale alla fine di un paragrafo, la fine di un inizio splendido e memorabile, una piacevolissima esperienza che mi ha indotta a rinascere, a comprendere a fondo, che non dimenticherò tanto facilmente. Quanto inizio. Il preludio di tante cose. Tante nuove esperienze, nuove sfide personali e non, inerenti o meno alla lettura, che generalmente solo i libri o la buona letteratura sanno regalarci così bene. Non scovando però sempre la medesima manfrina, quanto provocando un processo naturale di esistenza, segreti dell’universo che sono a me e solo a me rivolti. Qualche giorno prima di Natale, una manciata di settimane si concluda l’anno, cala il sipario su uno scenario familiare, strepitoso, metafisico, surreale, magico che ha avuto a che fare con la concezione di anima che generalmente mi piace attribuire a questo tipo di letture. Quasi una specie di terapia, che niente e nessuno aveva elargito. Una magia che nonostante non avverta più così intensamente da qualche mese, ha funto da cura, da espediente alla mia controculturale spirituale mossa a libertà assoluta.
L’eternità di undici mesi stava per scadere. Erano passati in fretta e presto avrei dovuto prendere nuovamente consapevolezza della realtà, della mia banalissima vita, delle << procedure >> che attuo giorno dopo giorno per essere produttiva, alacre, consapevole, ligia ai miei obiettivi e ai miei scopi, ma consapevole di come la vita spesso ci riserva delle sorprese che, nonostante i programmi, i tentativi iniziali, possano far crollare come castelli di sabbia ogni aspettativa riposta. Per molti si tratta di semplici manie di controllo, per me di un buon modo di abbracciare la vita senza dover essere perennemente posseduta dall’ansia, dalla frenesia, dall’idea che debba arrivare sul rotto della cuffia pur di realizzare qualcosa. Uno stile di vita. Senza non sarei io. Non sarei la donna, la lettrice che sono adesso.
Leggere la Ricerca ha equivalso a vivere una vita che non avevo mai vissuto, e soprattutto in questo volume ad essere dinanzi alla morte, in cui la letteratura esplica la bellezza perduta che nella vita quotidiana interpretiamo o riportiamo nella verità, nella continuazione della realtà, nella conservazione della memoria che va a costruirsi nel pensiero, nella realtà. Sotto la superficie di un universo in cui l’artista tenta di scorgere una materia così malleabile e potente che è derivazione della vita stessa, decifrando le abitudini come forme sconosciute. Rese vivide mediante sentimenti in cui la felicità è assimilata alla bellezza, in una perenne ricerca in cui la verità avrebbe acquietato il nostro animo.
Dalla Commedia umana di Balzac la stirpe umana avrebbe potuto essere dipinta in ogni forma e fascinazione, e mediante scrittura riversare i segreti di un mondo che mira alla realizzazione del futuro affinché sia possibile comprenderlo.La felicità era sbriciolata negli istanti di incognite che sono dominio di intelligenza la cui struttura, così confusionaria e arzigogolata, esplica la bellezza di ogni cosa, il tempo come forma interna, appartenente ad un essere che fa dei ricordi delle allusioni alla fame del vecchio e del nuovo mondo, perpetuando nel tempo, cercando cause che stanno dietro allo spreco e alla perdita del tempo dotato di una sua praticità, affinchè l’artista comprenda ogni cosa. Solo così l’arte sarebbe stata assimilata, frantumare quella barriera invisibile dell’impossibile, affidarci a quell’idea di redenzione che solo le leggi dell’universo potranno comprendere, ridursi in un mondo in cui l’amore diviene esperienza di fuga, di malintesi, lontananze ed equivoci.
Quando siamo uniti ad un altro cuore da un legame tanto doloroso che ci impedisce di allontanarsi, concepiamo questo forte senso di abbandono come quella quintessenza mediante cui ci addentriamo con una certa golosità. L’uomo sarà così soggetto ad agire sul mondo esterno mobilitando l'astuzia, l’intelligenza, l’affetto per sopravvivere e sopprimere la mancata presenza della donna amata. Poiché la stessa Ricerca, nel suo epilogo, nel suo capoverso, diverrà finalmente istituzione di principi universali, fenomenologia dello spirito, reso sensibilissimo che ha tentato di salvare la sua anima da ogni assalto umano.
Il valore oggettivo dell’arte non c’entra quasi per niente. Ciò che bisogna far uscire, portare alla luce, sono i nostri sentimenti, le nostre passioni, cioè le passioni, i sentimenti di tutti.
December 26, 2024
Io dico che è legge crudele dell’arte che gli esseri umani muoiano e che noi stessi moriamo, dando fondo a tutte le sofferenze, perchè spunti l’erba non dell’oblio ma della vita eterna, l’erba rigogliosa delle opere feconde su cui le generazioni verranno a fare allegramente senza preoccuparsi di chi dorme là sotto.
Non credevo possibile questo momento.. ho una leggera nausea ad ammettere che dopo non ci sarà più niente. Nulla sarà più come prima… o forse no?!? Di una cosa però sono certa. Questo non sarà quel punto finale alla fine di un paragrafo, la fine di un inizio splendido e memorabile, una piacevolissima esperienza che mi ha indotta a rinascere, a comprendere a fondo, che non dimenticherò tanto facilmente. Quanto inizio. Il preludio di tante cose. Tante nuove esperienze, nuove sfide personali e non, inerenti o meno alla lettura, che generalmente solo i libri o la buona letteratura sanno regalarci così bene. Non scovando però sempre la medesima manfrina, quanto provocando un processo naturale di esistenza, segreti dell’universo che sono a me e solo a me rivolti. Qualche giorno prima di Natale, una manciata di settimane si concluda l’anno, cala il sipario su uno scenario familiare, strepitoso, metafisico, surreale, magico che ha avuto a che fare con la concezione di anima che generalmente mi piace attribuire a questo tipo di letture. Quasi una specie di terapia, che niente e nessuno aveva elargito. Una magia che nonostante non avverta più così intensamente da qualche mese, ha funto da cura, da espediente alla mia controculturale spirituale mossa a libertà assoluta.
L’eternità di undici mesi stava per scadere. Erano passati in fretta e presto avrei dovuto prendere nuovamente consapevolezza della realtà, della mia banalissima vita, delle << procedure >> che attuo giorno dopo giorno per essere produttiva, alacre, consapevole, ligia ai miei obiettivi e ai miei scopi, ma consapevole di come la vita spesso ci riserva delle sorprese che, nonostante i programmi, i tentativi iniziali, possano far crollare come castelli di sabbia ogni aspettativa riposta. Per molti si tratta di semplici manie di controllo, per me di un buon modo di abbracciare la vita senza dover essere perennemente posseduta dall’ansia, dalla frenesia, dall’idea che debba arrivare sul rotto della cuffia pur di realizzare qualcosa. Uno stile di vita. Senza non sarei io. Non sarei la donna, la lettrice che sono adesso.
Leggere la Ricerca ha equivalso a vivere una vita che non avevo mai vissuto, e soprattutto in questo volume ad essere dinanzi alla morte, in cui la letteratura esplica la bellezza perduta che nella vita quotidiana interpretiamo o riportiamo nella verità, nella continuazione della realtà, nella conservazione della memoria che va a costruirsi nel pensiero, nella realtà. Sotto la superficie di un universo in cui l’artista tenta di scorgere una materia così malleabile e potente che è derivazione della vita stessa, decifrando le abitudini come forme sconosciute. Rese vivide mediante sentimenti in cui la felicità è assimilata alla bellezza, in una perenne ricerca in cui la verità avrebbe acquietato il nostro animo.
Dalla Commedia umana di Balzac la stirpe umana avrebbe potuto essere dipinta in ogni forma e fascinazione, e mediante scrittura riversare i segreti di un mondo che mira alla realizzazione del futuro affinché sia possibile comprenderlo.La felicità era sbriciolata negli istanti di incognite che sono dominio di intelligenza la cui struttura, così confusionaria e arzigogolata, esplica la bellezza di ogni cosa, il tempo come forma interna, appartenente ad un essere che fa dei ricordi delle allusioni alla fame del vecchio e del nuovo mondo, perpetuando nel tempo, cercando cause che stanno dietro allo spreco e alla perdita del tempo dotato di una sua praticità, affinchè l’artista comprenda ogni cosa. Solo così l’arte sarebbe stata assimilata, frantumare quella barriera invisibile dell’impossibile, affidarci a quell’idea di redenzione che solo le leggi dell’universo potranno comprendere, ridursi in un mondo in cui l’amore diviene esperienza di fuga, di malintesi, lontananze ed equivoci.
Quando siamo uniti ad un altro cuore da un legame tanto doloroso che ci impedisce di allontanarsi, concepiamo questo forte senso di abbandono come quella quintessenza mediante cui ci addentriamo con una certa golosità. L’uomo sarà così soggetto ad agire sul mondo esterno mobilitando l'astuzia, l’intelligenza, l’affetto per sopravvivere e sopprimere la mancata presenza della donna amata. Poiché la stessa Ricerca, nel suo epilogo, nel suo capoverso, diverrà finalmente istituzione di principi universali, fenomenologia dello spirito, reso sensibilissimo che ha tentato di salvare la sua anima da ogni assalto umano.
Il valore oggettivo dell’arte non c’entra quasi per niente. Ciò che bisogna far uscire, portare alla luce, sono i nostri sentimenti, le nostre passioni, cioè le passioni, i sentimenti di tutti.
Non credevo possibile questo momento.. ho una leggera nausea ad ammettere che dopo non ci sarà più niente. Nulla sarà più come prima… o forse no?!? Di una cosa però sono certa. Questo non sarà quel punto finale alla fine di un paragrafo, la fine di un inizio splendido e memorabile, una piacevolissima esperienza che mi ha indotta a rinascere, a comprendere a fondo, che non dimenticherò tanto facilmente. Quanto inizio. Il preludio di tante cose. Tante nuove esperienze, nuove sfide personali e non, inerenti o meno alla lettura, che generalmente solo i libri o la buona letteratura sanno regalarci così bene. Non scovando però sempre la medesima manfrina, quanto provocando un processo naturale di esistenza, segreti dell’universo che sono a me e solo a me rivolti. Qualche giorno prima di Natale, una manciata di settimane si concluda l’anno, cala il sipario su uno scenario familiare, strepitoso, metafisico, surreale, magico che ha avuto a che fare con la concezione di anima che generalmente mi piace attribuire a questo tipo di letture. Quasi una specie di terapia, che niente e nessuno aveva elargito. Una magia che nonostante non avverta più così intensamente da qualche mese, ha funto da cura, da espediente alla mia controculturale spirituale mossa a libertà assoluta.
L’eternità di undici mesi stava per scadere. Erano passati in fretta e presto avrei dovuto prendere nuovamente consapevolezza della realtà, della mia banalissima vita, delle << procedure >> che attuo giorno dopo giorno per essere produttiva, alacre, consapevole, ligia ai miei obiettivi e ai miei scopi, ma consapevole di come la vita spesso ci riserva delle sorprese che, nonostante i programmi, i tentativi iniziali, possano far crollare come castelli di sabbia ogni aspettativa riposta. Per molti si tratta di semplici manie di controllo, per me di un buon modo di abbracciare la vita senza dover essere perennemente posseduta dall’ansia, dalla frenesia, dall’idea che debba arrivare sul rotto della cuffia pur di realizzare qualcosa. Uno stile di vita. Senza non sarei io. Non sarei la donna, la lettrice che sono adesso.
Leggere la Ricerca ha equivalso a vivere una vita che non avevo mai vissuto, e soprattutto in questo volume ad essere dinanzi alla morte, in cui la letteratura esplica la bellezza perduta che nella vita quotidiana interpretiamo o riportiamo nella verità, nella continuazione della realtà, nella conservazione della memoria che va a costruirsi nel pensiero, nella realtà. Sotto la superficie di un universo in cui l’artista tenta di scorgere una materia così malleabile e potente che è derivazione della vita stessa, decifrando le abitudini come forme sconosciute. Rese vivide mediante sentimenti in cui la felicità è assimilata alla bellezza, in una perenne ricerca in cui la verità avrebbe acquietato il nostro animo.
Dalla Commedia umana di Balzac la stirpe umana avrebbe potuto essere dipinta in ogni forma e fascinazione, e mediante scrittura riversare i segreti di un mondo che mira alla realizzazione del futuro affinché sia possibile comprenderlo.La felicità era sbriciolata negli istanti di incognite che sono dominio di intelligenza la cui struttura, così confusionaria e arzigogolata, esplica la bellezza di ogni cosa, il tempo come forma interna, appartenente ad un essere che fa dei ricordi delle allusioni alla fame del vecchio e del nuovo mondo, perpetuando nel tempo, cercando cause che stanno dietro allo spreco e alla perdita del tempo dotato di una sua praticità, affinchè l’artista comprenda ogni cosa. Solo così l’arte sarebbe stata assimilata, frantumare quella barriera invisibile dell’impossibile, affidarci a quell’idea di redenzione che solo le leggi dell’universo potranno comprendere, ridursi in un mondo in cui l’amore diviene esperienza di fuga, di malintesi, lontananze ed equivoci.
Quando siamo uniti ad un altro cuore da un legame tanto doloroso che ci impedisce di allontanarsi, concepiamo questo forte senso di abbandono come quella quintessenza mediante cui ci addentriamo con una certa golosità. L’uomo sarà così soggetto ad agire sul mondo esterno mobilitando l'astuzia, l’intelligenza, l’affetto per sopravvivere e sopprimere la mancata presenza della donna amata. Poiché la stessa Ricerca, nel suo epilogo, nel suo capoverso, diverrà finalmente istituzione di principi universali, fenomenologia dello spirito, reso sensibilissimo che ha tentato di salvare la sua anima da ogni assalto umano.
Il valore oggettivo dell’arte non c’entra quasi per niente. Ciò che bisogna far uscire, portare alla luce, sono i nostri sentimenti, le nostre passioni, cioè le passioni, i sentimenti di tutti.
July 14, 2024
Nell’ultimo libro della “Recherche” troviamo sia la conclusione dell’opera narrativa, sia una sorta di sintesi del pensiero filosofico dello scrittore.
Dal punto di vista narrativo l’azione si svolge prevalentemente nella Parigi martoriata dagli avvenimenti bellici della Prima Guerra Mondiale, in cui la vita scorre quasi indifferente agli orrori del conflitto in corso, tra continue rappresentazioni teatrali e ristoranti sempre affollati.
Il protagonista fa ritorno a Parigi dopo alcuni anni passati in case di cura nell’inutile tentativo di trovare sollievo dalla propria malattia.
In questa Parigi sotto la guerra si possono assistere a situazioni estreme, come la sempre più degradante condizione di vita di Charlus oppure il sacrificio di Saint-Loup, comune a quello di tanti combattenti.
Ma l’episodio più memorabile rimane per me quello del ricevimento dai Guermantes. Appena entrato nel salone, al protagonista sembra di assistere ad una festa in maschera, riuscendo a riconoscere a stento solo pochissimi partecipanti. Salvo poi rendersi conto che non si tratta di maschere a renderli irriconoscibili, ma il trascorrere del Tempo. In queste pagine, particolarmente intense, l’autore si sofferma sul fatto che noi percepiamo gli altri (e veniamo a nostra volta percepiti) non solo tramite la vista ma anche e soprattutto attraverso la memoria che ne conserviamo. E sovente percepiamo noi stessi in funzione di come ricordiamo i nostri amici e le persone a noi vicine.
La parte più strettamente collegata alla filosofia dell’autore non è ovviamente semplice da sintetizzare senza cadere nel banale o approssimativo. È introdotta da una vicenda analoga a quella della madeleine del primo libro e che Proust chiama “le intermittenze del cuore”. In questo caso sono due selci sconnesse che, facendo perdere l’equilibrio al protagonista, gli fanno venire in mente un’analoga situazione occorsa alla Basilica di San Marco e per associazione gli ricordano i giorni felici trascorsi a Venezia.
Per creare le intermittenze del cuore non è sufficiente la semplice memoria, perché queste avvengono all’improvviso, richiamate da un odore, un gusto, una musica o comunque una sensazione che ci proietta in un momento passato facendocelo rivivere.
È invece per mezzo dell’arte, ed anche della letteratura, che ognuno di noi può ricreare queste intermittenze liberandoci, anche se solo per un momento, dai confini del Tempo.
Un libro che ho trovato non molto scorrevole, ma che merita indubbiamente per il suo contenuto.
Dal punto di vista narrativo l’azione si svolge prevalentemente nella Parigi martoriata dagli avvenimenti bellici della Prima Guerra Mondiale, in cui la vita scorre quasi indifferente agli orrori del conflitto in corso, tra continue rappresentazioni teatrali e ristoranti sempre affollati.
Il protagonista fa ritorno a Parigi dopo alcuni anni passati in case di cura nell’inutile tentativo di trovare sollievo dalla propria malattia.
In questa Parigi sotto la guerra si possono assistere a situazioni estreme, come la sempre più degradante condizione di vita di Charlus oppure il sacrificio di Saint-Loup, comune a quello di tanti combattenti.
Ma l’episodio più memorabile rimane per me quello del ricevimento dai Guermantes. Appena entrato nel salone, al protagonista sembra di assistere ad una festa in maschera, riuscendo a riconoscere a stento solo pochissimi partecipanti. Salvo poi rendersi conto che non si tratta di maschere a renderli irriconoscibili, ma il trascorrere del Tempo. In queste pagine, particolarmente intense, l’autore si sofferma sul fatto che noi percepiamo gli altri (e veniamo a nostra volta percepiti) non solo tramite la vista ma anche e soprattutto attraverso la memoria che ne conserviamo. E sovente percepiamo noi stessi in funzione di come ricordiamo i nostri amici e le persone a noi vicine.
La parte più strettamente collegata alla filosofia dell’autore non è ovviamente semplice da sintetizzare senza cadere nel banale o approssimativo. È introdotta da una vicenda analoga a quella della madeleine del primo libro e che Proust chiama “le intermittenze del cuore”. In questo caso sono due selci sconnesse che, facendo perdere l’equilibrio al protagonista, gli fanno venire in mente un’analoga situazione occorsa alla Basilica di San Marco e per associazione gli ricordano i giorni felici trascorsi a Venezia.
Per creare le intermittenze del cuore non è sufficiente la semplice memoria, perché queste avvengono all’improvviso, richiamate da un odore, un gusto, una musica o comunque una sensazione che ci proietta in un momento passato facendocelo rivivere.
È invece per mezzo dell’arte, ed anche della letteratura, che ognuno di noi può ricreare queste intermittenze liberandoci, anche se solo per un momento, dai confini del Tempo.
Un libro che ho trovato non molto scorrevole, ma che merita indubbiamente per il suo contenuto.
November 16, 2025
Un viaggio lungo tre anni per me ..una vita per lui…
La consapevolezza che il tempo passa quando è già passato e non torna senza troppi rimpianti per come si è vissuto forse perché si è diventati consapevoli grazie a quello che si è vissuto nel bene e nel male …
Quanta storia sociale e umana in quest'opera…
A me è piaciuto ( alcuni libri più di altri) e l'introspezione e le descrizioni per me sono state poesia .
In realtà, ogni lettore, quando legge, è il lettore di se stesso.
Capii che così avveniva perché in effetti lo era, e che degli adolescenti che campano molti anni la vita fa appunto dei vecchi.
Ma è facile aggiustare i racconti del passato che più nessuno conosce, come quelli dei viaggi in paesi dove nessuno è mai stato
“né i nostri peggiori timori né le nostre maggiori speranze sono al di sopra delle nostre forze, e possiamo riuscire a dominare gli uni e a realizzare le altre.”
Unico nel parlare e nel descrivere un lutto
“La vecchia signorina si accorse che la madre, che non era parsa turbata dicendo che Madame d’Arpajon era reclusa nelle dimore da cui gli stanchi vegliardi non escono quasi più, lo era stata ancora meno sentendo che la marchesa era entrata nella città accanto, quella da cui non si esce più del tutto.”
Siamo costretti, certo, a rivivere la nostra sofferenza particolare con il coraggio del medico che ripete su se stesso l’iniezione pericolosa.
Per me il profumo dei mandarini e del fuoco nel caminetto o la mela cotta con cannella le mie nonne
“Lui solo aveva il potere di farmi ritrovare i giorni passati, il tempo perduto, davanti a cui gli sforzi della mia memoria e della mia intelligenza erano sempre vani.”
Le morti in guerra su chi la guerra non la fa
“ma un’operazione inversa moltiplica a tal punto quanto concerne il nostro benessere e divide per una cifra talmente sbalorditiva quanto non lo concerne, che la morte di milioni di sconosciuti ci tocca appena, e quasi meno spiacevolmente d’una corrente d’aria.’
“a quell’ora mi reclamava l’altro padrone, al cui servizio siamo ogni giorno per la metà del tempo. Il compito al quale ci costringe lo assolviamo a occhi chiusi.”
Come un candidato alla maturità liceale, incerto, fissa il volto dell’esaminatore e spera invano di trovarvi la risposta che farebbe meglio a cercare nella propria memoria, io fissavo i lineamenti della signora grassa.
La consapevolezza che il tempo passa quando è già passato e non torna senza troppi rimpianti per come si è vissuto forse perché si è diventati consapevoli grazie a quello che si è vissuto nel bene e nel male …
Quanta storia sociale e umana in quest'opera…
A me è piaciuto ( alcuni libri più di altri) e l'introspezione e le descrizioni per me sono state poesia .
In realtà, ogni lettore, quando legge, è il lettore di se stesso.
Capii che così avveniva perché in effetti lo era, e che degli adolescenti che campano molti anni la vita fa appunto dei vecchi.
Ma è facile aggiustare i racconti del passato che più nessuno conosce, come quelli dei viaggi in paesi dove nessuno è mai stato
“né i nostri peggiori timori né le nostre maggiori speranze sono al di sopra delle nostre forze, e possiamo riuscire a dominare gli uni e a realizzare le altre.”
Unico nel parlare e nel descrivere un lutto
“La vecchia signorina si accorse che la madre, che non era parsa turbata dicendo che Madame d’Arpajon era reclusa nelle dimore da cui gli stanchi vegliardi non escono quasi più, lo era stata ancora meno sentendo che la marchesa era entrata nella città accanto, quella da cui non si esce più del tutto.”
Siamo costretti, certo, a rivivere la nostra sofferenza particolare con il coraggio del medico che ripete su se stesso l’iniezione pericolosa.
Per me il profumo dei mandarini e del fuoco nel caminetto o la mela cotta con cannella le mie nonne
“Lui solo aveva il potere di farmi ritrovare i giorni passati, il tempo perduto, davanti a cui gli sforzi della mia memoria e della mia intelligenza erano sempre vani.”
Le morti in guerra su chi la guerra non la fa
“ma un’operazione inversa moltiplica a tal punto quanto concerne il nostro benessere e divide per una cifra talmente sbalorditiva quanto non lo concerne, che la morte di milioni di sconosciuti ci tocca appena, e quasi meno spiacevolmente d’una corrente d’aria.’
“a quell’ora mi reclamava l’altro padrone, al cui servizio siamo ogni giorno per la metà del tempo. Il compito al quale ci costringe lo assolviamo a occhi chiusi.”
Come un candidato alla maturità liceale, incerto, fissa il volto dell’esaminatore e spera invano di trovarvi la risposta che farebbe meglio a cercare nella propria memoria, io fissavo i lineamenti della signora grassa.
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November 15, 2023
Avrei forse bisogno di scrivere un pensiero (non mi azzardo a scrivere recensione) di più di tremila pagine, emulando lo stesso Proust, per poter dare un'idea accurata dell'esperienza emotiva provata nel leggere la Recherche. Questo romanzo mi ha cambiato la vita nel senso della percezione di cosa è Letteratura: come da adolescente ci sono stati romanzi -grandi classici, perlopiù - che mi hanno aperto un mondo sconosciuto fino a quel momento, l'opera di Proust ha rappresentato per me uno spartiacque, un punto di non ritorno. Da lettrice so che adesso c'è un pre- Proust e un post- Proust che subirà inevitabilmente gli influssi di questa lettura. Malgrado siano migliaia le pagine da leggere, il viaggio è così intenso che una volta ultimato appare quasi necessario ricominciarlo da capo, per cogliere le infinite sfumature che a una prima lettura di un'opera così mastodontica, del Romanzo per eccellenza del Novecento, inevitabilmente sfuggono.
In quest'ultimo capitolo si chiude il cerchio iniziato con il bacio della buonanotte della mamma a Combray: il Narratore invecchia e assiste negli echi della Prima Guerra mondiale allo sgretolarsi definitivo del suo mondo relazionale, che al tempo stesso ritrova la sua legittimazione ad esistere nella memoria involontaria resa eterna e non più fuggevole dalla scrittura.
Chi leggerà queste parole sarà probabilmente arrivato come me fino alla fine, ma a chi si trovasse ancora all'inizio, ancora "dalla parte di Swann", consiglio vivamente di non lasciarsi intimorire dalle pagine restanti. La Recherche è un viaggio straordinario dentro la propria interiorità e la propria vita attraverso lo sguardo di Marcel sulla sua vita, sulla società parigina di fine Ottocento, sulle vicende e i sentimenti dei personaggi che la animavano. Trovatemi un altro Autore in grado di fare questo, di farti ridere, piangere, emozionare, rievocare il tuo passato e scavare dentro te stesso/a con un'accuratezza chirurgica, semplicemente parlando di sé, senza però risultare mai stucchevole, mai autoreferenziale, e sfoggiando una prosa di una eleganza unica e inimitabile nel suo genere.
Non ho mai letto nulla di più unico della Recherche, ritengo pertanto che rifiutarsi per pigrizia o pregiudizio di imbarcarsi nella lettura di un tale Capolavoro, di una tale pietra miliare della letteratura mondiale, significhi privarsi dell'intensità e della bellezza di un viaggio stampato di ricerca del significato dell'esistenza, mancare un'occasione di arricchimento culturale ed emotivo unica nel suo genere.
In quest'ultimo capitolo si chiude il cerchio iniziato con il bacio della buonanotte della mamma a Combray: il Narratore invecchia e assiste negli echi della Prima Guerra mondiale allo sgretolarsi definitivo del suo mondo relazionale, che al tempo stesso ritrova la sua legittimazione ad esistere nella memoria involontaria resa eterna e non più fuggevole dalla scrittura.
Chi leggerà queste parole sarà probabilmente arrivato come me fino alla fine, ma a chi si trovasse ancora all'inizio, ancora "dalla parte di Swann", consiglio vivamente di non lasciarsi intimorire dalle pagine restanti. La Recherche è un viaggio straordinario dentro la propria interiorità e la propria vita attraverso lo sguardo di Marcel sulla sua vita, sulla società parigina di fine Ottocento, sulle vicende e i sentimenti dei personaggi che la animavano. Trovatemi un altro Autore in grado di fare questo, di farti ridere, piangere, emozionare, rievocare il tuo passato e scavare dentro te stesso/a con un'accuratezza chirurgica, semplicemente parlando di sé, senza però risultare mai stucchevole, mai autoreferenziale, e sfoggiando una prosa di una eleganza unica e inimitabile nel suo genere.
Non ho mai letto nulla di più unico della Recherche, ritengo pertanto che rifiutarsi per pigrizia o pregiudizio di imbarcarsi nella lettura di un tale Capolavoro, di una tale pietra miliare della letteratura mondiale, significhi privarsi dell'intensità e della bellezza di un viaggio stampato di ricerca del significato dell'esistenza, mancare un'occasione di arricchimento culturale ed emotivo unica nel suo genere.
December 9, 2025
"Il tempo ritrovato" è la mirabile conclusione di un'opera immensa e magnifica.
Le armosfere tornano ad essere quelle intimissime e tutte interiori del primo volume ma se in "dalla parte di Swann" era l'infanzia ad essere protagonista qui il narratore, che riesce finalmente a dar vita alla sua tanto agognata vocazione letteraria, si sofferma sullo scorrere del Tempo, sulla vecchiaia e sulla morte.
Il centro delle rivelazioni che accadono al narratore è l'essere umano in cui passato e presente convivono e si intersecano senza posa, il passato affiorando in superficie grazie alla memoria ed esistendo di nuovo pur non esistendo più.
Sono pagine densissime, poetiche, nelle quali ogni riga potrebbe essere aforisma, nelle quali Proust dichiara intenti ed offre qualche spiegazione su tutto ciò che ha scritto sinora.
Pagine che ho trovato bellissime e struggenti e che hanno completato, ora e per sempre, il mio innamoramento verso questo testo così morboso, così odioso, così fastidioso eppure così delizioso, e squisito e sublime.
"Ma per tornare a me, io pensavo al mio libro più modestamente, e sarebbe anzi inesatto dire pensando a chi l'avrebbe letto, ai mei lettori. Infatti non sarebbero stati, secondo me, lettori miei, ma lettori di se stessi, non essendo il mio libro che una sorta di quelle lenti di ingrandimento come ne offriva a un cliente l'ottico di Combray; li avrei muniti, grazie al mio libro, del mezzo per leggere in se stessi. Dunque non avrei chiesto loro di lodarmi o biasimarmi, ma solo di dirmi se è proprio così, se le parole che leggono in se stessi sono proprio quelle che ho scritte."
Le armosfere tornano ad essere quelle intimissime e tutte interiori del primo volume ma se in "dalla parte di Swann" era l'infanzia ad essere protagonista qui il narratore, che riesce finalmente a dar vita alla sua tanto agognata vocazione letteraria, si sofferma sullo scorrere del Tempo, sulla vecchiaia e sulla morte.
Il centro delle rivelazioni che accadono al narratore è l'essere umano in cui passato e presente convivono e si intersecano senza posa, il passato affiorando in superficie grazie alla memoria ed esistendo di nuovo pur non esistendo più.
Sono pagine densissime, poetiche, nelle quali ogni riga potrebbe essere aforisma, nelle quali Proust dichiara intenti ed offre qualche spiegazione su tutto ciò che ha scritto sinora.
Pagine che ho trovato bellissime e struggenti e che hanno completato, ora e per sempre, il mio innamoramento verso questo testo così morboso, così odioso, così fastidioso eppure così delizioso, e squisito e sublime.
"Ma per tornare a me, io pensavo al mio libro più modestamente, e sarebbe anzi inesatto dire pensando a chi l'avrebbe letto, ai mei lettori. Infatti non sarebbero stati, secondo me, lettori miei, ma lettori di se stessi, non essendo il mio libro che una sorta di quelle lenti di ingrandimento come ne offriva a un cliente l'ottico di Combray; li avrei muniti, grazie al mio libro, del mezzo per leggere in se stessi. Dunque non avrei chiesto loro di lodarmi o biasimarmi, ma solo di dirmi se è proprio così, se le parole che leggono in se stessi sono proprio quelle che ho scritte."
January 10, 2024
So che un’opera vasta come la Recherche fa, nella maggior parte dei casi, desistere il lettore che vorrebbe approcciarvisi. Anche nel mio caso, ben tre mesi fa, letti i primi due volumi della Recherche, ero persuasa del fatto che la parte più bella e importante dell’opera l’avessi letta, e che tanto valeva interrompermi lì, appena all’inizio di quest’esperienza letteraria invece inestimabile.
Ringrazio quella curiosità che mi ha spinta a continuare la lettura, nonostante la fatica iniziale; quello di Proust è infatti uno stile ineguagliabile, ma ricercato a tal punto da risultare difficile e pesante quando lo si approccia per la prima volta.
Tuttavia, progredendo con la lettura, di volume in volume, la narrazione proustiana ti entra nell’anima e cominci a intuire come la separazione dalla Recherche, una volta terminatane la lettura, sarà dolorosa.
E, infatti, terminato Il tempo ritrovato, non si è più gli stessi: ha ragione Proust a sostenere che, chi legge la sua opera, non è un «suo» lettore, ma bensì un lettore di se stesso. Proust ci disvela le leggi della nostra stessa vita, perché le medesime leggi governano ogni vita: l’amore, la morte, il Tempo. Tutti noi siamo inseriti in questo flusso inarrestabile, siamo, heideggerianamente, Tempo; tempo che talvolta non percepiamo, lasciamo che esso scorra, perdendolo. Allora arriva il giorno in cui chiediamo a noi stessi: dov’è finito tutto il tempo che abbiamo vissuto, che ne è stato di tutti questi anni trascorsi nell’inconsapevolezza di un battito di ciglia?
E allora sarà nella memoria e nelle sensazioni immortali, come il sapore di una madeleine o il suono di una campanella, ad aiutarci nella ricerca di quel tempo che è stato la nostra vita.
Ringrazio quella curiosità che mi ha spinta a continuare la lettura, nonostante la fatica iniziale; quello di Proust è infatti uno stile ineguagliabile, ma ricercato a tal punto da risultare difficile e pesante quando lo si approccia per la prima volta.
Tuttavia, progredendo con la lettura, di volume in volume, la narrazione proustiana ti entra nell’anima e cominci a intuire come la separazione dalla Recherche, una volta terminatane la lettura, sarà dolorosa.
E, infatti, terminato Il tempo ritrovato, non si è più gli stessi: ha ragione Proust a sostenere che, chi legge la sua opera, non è un «suo» lettore, ma bensì un lettore di se stesso. Proust ci disvela le leggi della nostra stessa vita, perché le medesime leggi governano ogni vita: l’amore, la morte, il Tempo. Tutti noi siamo inseriti in questo flusso inarrestabile, siamo, heideggerianamente, Tempo; tempo che talvolta non percepiamo, lasciamo che esso scorra, perdendolo. Allora arriva il giorno in cui chiediamo a noi stessi: dov’è finito tutto il tempo che abbiamo vissuto, che ne è stato di tutti questi anni trascorsi nell’inconsapevolezza di un battito di ciglia?
E allora sarà nella memoria e nelle sensazioni immortali, come il sapore di una madeleine o il suono di una campanella, ad aiutarci nella ricerca di quel tempo che è stato la nostra vita.
April 11, 2020
Nel momento in cui Marcel apre la porta della biblioteca per affacciarsi nel salone del ricevimento tenuto dalla principessa Guermantes, i mie occhi si sono annebbiati, e nella continuazione del racconto vedevo solo il cosmonauta David Bowman, colui che in ’2001 Odissea nello spazio’ capolavoro di Kubrick, dopo aver navigato nel tempo e lo spazio a velocità inaudite, ritrova se stesso in una stanza bianca, asettica, disteso su un letto ormai all’ultimo stadio della propria vecchiaia. Questa immagine, questo collegamento a qualcosa vissuta sicuramente a più di una quindicina di anni fa, mi ha fatto sussultare; uno sgomento nel sentirsi vivo. Proust ci fornisce il suo incredibile passepartout, la sua chiave universale per la lettura della nostra esistenza, ch’è ben lungi dalla stereotipata felicità, ricchezza, e chi ne ha più ne metta, ma è racchiusa nella fragranza di un profumo, nel rumore sordo di un metallo che cade, piuttosto che nell’abbaglio di un riflesso marino. Questi capogiri che avvengono inavvertitamente e che raggiungono gli angoli più reconditi della nostra memoria, anche quelli mai sfiorati dai sogni, l’autore ha continuato a seguirli o forse meglio ad attenderli, come da bambino quando aspettava eccitato, prima di coricarsi, il bacio della buonanotte della sua dolce mamma. Fondamentale opera.
November 4, 2025
"A lungo, mi sono coricato di buonora. Qualche volta, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di dire a me stesso: “Mi addormento”. E, mezz’ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi svegliava; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lume; mentre dormivo non avevo smesso di riflettere sulle cose che poco prima stavo leggendo, ma le riflessioni avevano preso una piega un po’ particolare; mi sembrava d’essere io stesso quello di cui il libro si occupava: una chiesa, un quartetto, la rivalità di Francesco I e Carlo V."
...
"Se mi fosse stata lasciata, quella forza, per il tempo sufficiente a compiere la mia opera, non avrei dunque mancato di descrivervi innanzitutto gli uomini, a costo di farli sembrare mostruosi, come esseri che occupano un posto così considerevole accanto a quello così angusto che è riservato loro nello spazio, un posto, al contrario, prolungato a dismisura poiché toccano simultaneamente, come giganti immersi negli anni, periodi vissuti da loro a tanta distanza e fra cui tanti giorni si sono depositati - nel Tempo.
FINE"
...
"Se mi fosse stata lasciata, quella forza, per il tempo sufficiente a compiere la mia opera, non avrei dunque mancato di descrivervi innanzitutto gli uomini, a costo di farli sembrare mostruosi, come esseri che occupano un posto così considerevole accanto a quello così angusto che è riservato loro nello spazio, un posto, al contrario, prolungato a dismisura poiché toccano simultaneamente, come giganti immersi negli anni, periodi vissuti da loro a tanta distanza e fra cui tanti giorni si sono depositati - nel Tempo.
FINE"
June 16, 2026
La grande danza macabra finale è straordinaria: vedere tutti i personaggi trasformati dal tempo, dalla guerra e dalla memoria è probabilmente l'immagine più potente dell'intera opera. Le gerarchie sociali ne risultano sfaldate, quasi tutti sono resi grotteschi dalla vecchiaia o dalla malattia... ma, in fondo, non lo sono sempre stati?
Per il resto, però, il finale mi ha lasciata fredda. L'atto dello scrittore dalla salute cagionevole che si isola dal mondo, mentre rimanda l'impresa rispondendo a dei biglietti di cortesia, è un'immagine stridente che non mi dà un reale appagamento dopo sette libri.
Marcel ha alcuni autentici sprazzi di verità, ma ne trae conclusioni teoriche e generalizzanti che non condivido quasi mai. Ho amato diversi personaggi della Recherche (Odette, Charlus, Swann, Francoise, Saint-Loup), ma non sentirò la mancanza del suo narratore.
Per il resto, però, il finale mi ha lasciata fredda. L'atto dello scrittore dalla salute cagionevole che si isola dal mondo, mentre rimanda l'impresa rispondendo a dei biglietti di cortesia, è un'immagine stridente che non mi dà un reale appagamento dopo sette libri.
Marcel ha alcuni autentici sprazzi di verità, ma ne trae conclusioni teoriche e generalizzanti che non condivido quasi mai. Ho amato diversi personaggi della Recherche (Odette, Charlus, Swann, Francoise, Saint-Loup), ma non sentirò la mancanza del suo narratore.
November 5, 2025
Con il tempo ritrovato, il narratore chiude il cerchio della vita propria e di quella delle persone che lo hanno segnato: realizza che la sua missione, la sua vocazione, è la scrittura, al di là di tutte le difficoltà. Bellissime le pagine sulla memoria e sul tempo.
Una tra le tante significative citazioni: "Così cambia il volto delle cose di questo mondo; così il centro degli imperi, e il catasto delle fortune, e la mappa dei prestigi, tutto ciò che sembrava definitivo è continuamente rimescolato, e gli occhi di un uomo che abbia vissuto possono contemplare il mutamento più completo proprio là dove gli sembrava più impossibile".
Una tra le tante significative citazioni: "Così cambia il volto delle cose di questo mondo; così il centro degli imperi, e il catasto delle fortune, e la mappa dei prestigi, tutto ciò che sembrava definitivo è continuamente rimescolato, e gli occhi di un uomo che abbia vissuto possono contemplare il mutamento più completo proprio là dove gli sembrava più impossibile".
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