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Wikinomics: How Mass Collaboration Changes Everything
In just the last few years, traditional collaboration—in a meeting room, a conference call, even a convention center— has been superseded by collaborations on an astronomical scale.
Today, encyclopedias, jetliners, operating systems, mutual funds, and many other items are being created by teams numbering in the thousands or even millions. While some leaders fear the heaving growth of these massive online communities, Wikinomics proves this fear is folly. Smart firms can harness collective capability and genius to spur innovation, growth, and success.
A brilliant guide to one of the most profound changes of our time, Wikinomics challenges our most deeply-rooted assumptions about business and will prove indispensable to anyone who wants to understand competitiveness in the twenty-first century.
Based on a $9 million research project led by bestselling author Don Tapscott, Wikinomics shows how masses of people can participate in the economy like never before. They are creating TV news stories, sequencing the human genome, remixing their favorite music, designing software, finding a cure for disease, editing school texts, inventing new cosmetics, or even building motorcycles. You'll read about:
• Rob McEwen, the Goldcorp, Inc. CEO who used open source tactics and an online competition to save his company and breathe new life into an old-fashioned industry.
• Flickr, Second Life, YouTube, and other thriving online communities that transcend social networking to pioneer a new form of collaborative production.
• Mature companies like Procter & Gamble that cultivate nimble, trust-based relationships with external collaborators to form vibrant business ecosystems.
An important look into the future, Wikinomics will be your road map for doing business in the twenty-first century.
324 pages, Hardcover
First published January 1, 2006
About the author
Don Tapscott
86 books183 followersDon is one of the world’s leading authorities on innovation, media, and the economic and social impact of technology and advises business and government leaders around the world.
In 2011 Don was named one of the world's most influential management thinkers by Thinkers50. He has authored or co-authored 14 widely read books including the 1992 best seller Paradigm Shift. His 1995 hit Digital Economychanged thinking around the world about the transformational nature of the Internet and two years later he defined the Net Generation and the “digital divide” in Growing Up Digital.
His 2000 work, Digital Capital, introduced seminal ideas like “the business web” and was described by BusinessWeek as “pure enlightenment." Wikinomics: How Mass Collaboration Changes Everything was the best selling management book in 2007 and translated into over 25 languages.
The Economist called his newest work Macrowikinomics: New Solutions for a Connected Planet a “Schumpeter-ian story of creative destruction” and the Huffington Post said the book is “nothing less than a game plan to fix a broken world.”
Over 30 years he has introduced many ground-breaking concepts that are part of contemporary understanding. His work continues as a the Chairman of Moxie Insight, a member of World Economic Forum, Adjunct Professor of Management for the Rotman School of Management at the University of Toronto and Martin Prosperity Institute Fellow.
In 2011 Don was named one of the world's most influential management thinkers by Thinkers50. He has authored or co-authored 14 widely read books including the 1992 best seller Paradigm Shift. His 1995 hit Digital Economychanged thinking around the world about the transformational nature of the Internet and two years later he defined the Net Generation and the “digital divide” in Growing Up Digital.
His 2000 work, Digital Capital, introduced seminal ideas like “the business web” and was described by BusinessWeek as “pure enlightenment." Wikinomics: How Mass Collaboration Changes Everything was the best selling management book in 2007 and translated into over 25 languages.
The Economist called his newest work Macrowikinomics: New Solutions for a Connected Planet a “Schumpeter-ian story of creative destruction” and the Huffington Post said the book is “nothing less than a game plan to fix a broken world.”
Over 30 years he has introduced many ground-breaking concepts that are part of contemporary understanding. His work continues as a the Chairman of Moxie Insight, a member of World Economic Forum, Adjunct Professor of Management for the Rotman School of Management at the University of Toronto and Martin Prosperity Institute Fellow.
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Displaying 1 - 3 of 3 reviews
November 27, 2010
Il termine "wikinomics" (wikinomia"), che indica l'attività economica basata sul concetto di Wiki (cooperazione di massa e gratuità) è stato coniato da questo libro, del 2006.
Comprandolo mi aspettavo, perciò, di leggere un saggio sul difficile connubio fra economia tradizionale (del profitto) ed "economia del dono".
Con mia sorpresa, iniziando la lettura ho scoperto però che questo volume parla di tutto fuorché di wikinomics.
La lettura (che non credo terminerò, a questo punto), si è rivelata una delusione, nonostante l'entusiasmo di molti recensori e lettori, che era stato lo stimolo che mi ha spinto all'acquisto del volume.
Dal punto di vista del tema presunto dell'opera, dice molto di più, e con lucidità mentale decisamente superiore, Chris Anderson nel suo Gratis, che riesce a darci una delineazione preliminare dell'"economia del gratis" che egli stesso ammette essere incompleta e semplicemente abbozzata, ma almeno centra in pieno il tema trattato, dimostrando competenza nell'analisi e (a mio parere) anche una buona dose di lungimiranza.
Viceversa, Wikinomics è un'opera incredibilmente quanto inutilmente verbosa (500 pagine, ne sarebbe bastata la metà) e che dice un sacco di cose che sono vere e non nuove, ed un sacco di altre che sono nuove ma non sono, semplicemente, vere.
Gli autori sono infatti troppo impregnati del modo di ragionare economico di prima dello scoppio della crisi economica mondiale, al punto che questo volume mi ricorda molto, specie per il tono ipereccitato da scrittore "fatto" di cocaina o di gas esilarante, uno dei tanti volumi di economia prodotti all'epoca della bolla delle "dot com", e di cui oggi nessuno serba più la minima memoria.
La sua utilità, quindi, mi sfugge.
L'opera è divisa fondamentalmente in due parti. Nella prima, dopo una smisurata introduzione al tema, del tutto inutile, si affronta il mondo della cooperazione di massa gratuita via Rete. Intelligenza collettiva, generazione di prosumers, Wikipedia, Linux, Myspace, Facebook, peer production, il problema dell'hacking e della pirateria online...
Il riassunto è diligente ed anche esaustivo, direi. Se non avete mai letto nessun altro libro sulla cooperazione online (al contrario di me), direi che potreste leggere questa parte con molto gusto ed interesse: la sintesi operata dagli autori non dice nulla di nuovo ma è decisamente esaustiva. Decisamente un buon punto di partenza, quindi, che per chi fosse digiuno della materia può addirittura risultare esaltante.
Si noti peraltro che questa prima parte del saggio riguarda tutta e soltanto il mondo dei bits e dei pixels, ovvero quella Rete sui quali la "economia del dono" è nata. E questo ha la sua importanza.
I guai arrivano infatti nella seconda parte, laddove gli autori cercano di applicare i princìpi nati e sperimentati nel mondo dei bits al mondo degli atomi, alla produzione materiale.
Il loro sforzo è dimostrare che la wikinomics si può applicare con ottimi risultati anche al mondo degli atomi, ed anzi che essa sia un motore di sviluppo capace di generare ottimi profitti per i capitalisti e gli azionisti.
Ebbene, non è vero. E non per astruse motivazioni teoriche, ma per il fatto più banale che ciò di cui trattano gli autori da questo punto in poi non è più la wikinomics, ma la collaborazione di massa, quella tradizionale, sia pure facilitata e velocizzata al massimo dall'esistenza della Rete.
Il fatto che migliaia di persone cooperino per la costruzione di un oggetto, infatti, non è wikinomics: già le piramidi egizie sono state costruite con questo metodo. La Rete, in questo metodo di costruzione, c'entra solo perché permette di far collaborare persone distanti migliaia di chilometri, ma anche qui c'erano già riuscite da mo' la posta prima e il telefono e il fax poi, e non si trattava di wikinomics nemmeno in questo caso.
La novità è che oggi la comunicazione orizzontale è enormemente facilitata dalla Rete, a scapito di quella verticale top-down... ma il punto è che anche quella è sempre esistita, dietro le spalle dell'arroganza e spesso l'incompetenza dei capi. Solo che nessuno ha mai riconosciuto che il successo di un'azienda si basa anche sulla capacità dei suoi lavoratori: il merito è sempre stato preso al 101% dai suoi manager e dai suoi padroni. I lavoratori erano solo pezzi di ricambio.
La novità oggi è quindi solo che con la Rete, che lascia traccia di tutto, è più facile dimostrare che non è così (e che non è mai stato così nella storia umana).
Gli autori si spremono le meningi per cercare di capire come mettere a profitto la disponibilità di milioni di persone a cooperare pur non avendo rapporti di subordinazione lavorativa, ma quello che inventano è solo la globalizzazione della concorrenza dei posti di lavoro, cioè il precariato di massa (e può essere utile, a questo punto, leggersi o rileggersi No logo di Naomi Klein). Un fenomeno che giudicano con un'ilarità e una felicità che contrasta già, solo quattro anni dopo la scrittura del libro, con l'impegno preso da Barack Obama a creare barriere per tutelare i posti di lavoro statunitensi e a porre limiti alla libertà di manovra della globalizzazione...
Ad esempio, a pagina 33 leggiamo che "invece di assumere più lavoratori, il CEO" [amministratore delegato, NdR] "A. G. Lafley ha ordinato ai direttori delle unità di business di cedere in outsourcing l'ideazione del 50% dei nuovi prodotti e servizi. Oggi potete lavorare per P&G senza rientrare fra i suoi dipendenti"" (p. 33):
Una prospettiva, immagino, che vi riempirà di elettrizzante eccitazione.
In effetti, "Un giovane che vive in India, Cina, Brasile, o in uno qualunque dei paesi emergenti dell'Europa dell'Est oggi può fare quello che per i suoi genitori era soltanto un sogno, ovvero prendere parte all'economia globale allo stesso livello di tutti gli altri. Potete stare in un call center di Bangalore che prende gli ordini per conto di un ristorante take-away di Los Angeles" (p. 34).
Vi giuro che questo non è stato scritto con intenti sarcastici. Lavorare per un call center di un ristorante take-away è, secondo gli autori, "il sogno dei genitori" di un laureato multilingue (per forza di cose, trattandosi di un ristorante posto in un altro Stato) indiano.
Per farla breve, non passa molto da quando si entra infine nel mondo della produzione materiale che la wikinomia diventa semplice e banale outsourcing, subappalto, globalizzazione. Le ben dieci pagine (380-391) dedicate a descrivere con entusiasmo come la Boeing, da costruttrice di aerei, sia diventata assemblatrice di parti fisicamente costruite in giro per il mondo da centinaia di aziende subappaltatrici, che spesso le progettano in proprio, sono un vero monumento alla miopia e stupidità di cui solo gli economisti possono essere capaci.
Perché se vent'anni fa poteva essere eccitante immaginare un mondo in cui i profitti salivano perché si licenziavano costosi operai americani (e italiani) e si spostava il lavoro in Cina, dove grazie al "comunismo" gli operai lavorano in condizioni di semischiavitù, oggi che questo mondo è stato ormai costruito i guai che ha combinato sono evidenti a tutti. Gli Usa non riescono più a ripagare un mostruoso e sempre crescente debito con la Cina, e i suoi lavoratori licenziati non possono più permettersi di pagare i beni venduti a prezzi che non siano cinesi.
Però la metastasi della proprietà intellettuale mantiene a prezzi (monopolistici) assurdamente elevati alcuni beni che, non godendo della concorrenza cinese e indiana, semplicemente mandano in rovina gli acquirenti. Le motivazioni principali per cui gli statunitensi hanno ipotecato la casa dando il via alla celebre "bolla dei mutui subprime" sono: pagare le spese sanitarie (le più costose al mondo) e pagare gli studi ai figli... Non certo andarsene alle Hawaii a spassarsela.
Il caos politico ed economico a cui ha dato vita questo sistema di cose, e questa organizzazione del lavoro, è ormai, credo, sotto gli occhi di tutti. Come è ormai chiaro a tutti che l'outsourcing trasferisce know how e competenze ad aziende che prima o poi si chiederanno perché mai lavorare in subappalto, quando possono mettersi sul mercato da sole. Il fatto che la mitica divisione computer dell'Ibm sia stata comprata da una ditta cinese già sua subappaltatrice manda o no un messaggio? Secondo le autorità Usa, che hanno già proibito "per motivi strategici" la vendita a ditte cinesi di porti e aziende petrolifere, decisamente sì.
Ma di tutto ciò non v'è traccia in questo volume. La globalizzazione offre solo occasioni. Chi non vi si adatterà, è destinato a scomparire. Le aziende devono imparare a cooperare in Rete. Eccetera, per decine e decine di pagine e di esempi.
Data la prospettiva degli autori, che è quella degli economisti neoliberisti che hanno causato l'attuale crisi economica mondiale, non stupisce vedere come abbiano centrato un tema cruciale per l'economia oggi, mancando poi di definirne i limiti e la portata.
La legislazione sulla "proprietà intellettuale" è diventata talmente soffocante e parassitaria da costituire ormai un oggettivo ostacolo alla ricerca e allo sviluppo economico. Troppi parassiti succhiano sangue dalla "catena del valore" per non fare diventare anemico il corpo dell'economia.
Tapscott e Williams lo sanno, come dimostra l'elenco, a p. 75, delle imprese che sul web hanno fallito perché hanno insistito ad un approccio "proprietario": "Gli sconfitti hanno costruito "giardini recintati", i vincitori hanno costruito agorà" (p. 75). Peccato però che poi non sappiano trarre le debite conclusioni dall'osservazione.
Linux, l'open source, la wikinomics tutta, sono nati come risposta politica e polemica contro una società in cui anche per potere pigiare un tasto di una tastiera occorreva pagare il detentore di un brevetto.
La collaborazione fra aziende farmaceutiche per mettere in comune un database di dati brevettati, esaltata dagli autori del libro come un trionfo della nuova economia del wiki, non è altro che un banale ritorno al passato, quando non era consentito brevettare pure e semplici nozioni (come la sequenza di nucleotidi di un gene), ed in cui tutti potevano fare liberamente uso delle nozioni che erano patrimonio comune della società.
Qui non siamo di fronte al trionfo della wikinomics, ma a quella che è stata definita "La tragedia degli anti-commons", cioè al fallimento di una concezione del sapere come realtà in cui tutto può essere reso proprietà privata, tutto può essere recintato, tutto può essere brevettato, al punto che nessuno riesce più ad andare fisicamente nella sua proprietà, perché anche lo spazio delle strade è stato recintato e richiede il pagamento di un pedaggio.
Le industrie cinesi che gli autori esaltano (pp. 371-380) come geniali, per esempio, perché sono capaci di consorziarsi per produrre una motocicletta dal nulla suddividendo il lavoro fra mille piccoli laboratori, riescono nel compito anche perché è più facile farsi beffe dei brevetti in questo modo che creando una grande azienda (e il fatto che nel titolo del paragrafo si parli di una "gang" invece che di un "consorzio" forse significa che gli autori lo sanno). Provate voi a fare causa e centinaia di piccoli laboratori sparpagliati sui monti di qualche oscura provincia cinese. Non è certo come fare causa alla Honda...
La "saggezza dello stormo" risiede in effetti in primis nel fatto di essere uno stormo. Gli stormi esistono perché la moltiplicazione di bersagli che si muovono ciascuno per traiettorie diverse confonde i predatori, e rende loro più difficile concentrarsi su uno solo ed acchiapparlo.
La cooperazione industriale delle fabbrichette cinesi funziona alla grande perché permette loro, come stormo, di fare pernacchie ai brevetti industriali e alla "proprietà intellettuale" tanto cara al capitalismo. Non è un mistero per nessuno, a iniziare da chi quei brevetti li detiene... ma con l'eccezione degli economisti entusiasti della globalizzazione e della delocalizzazione in Cina o Vietnam.
Fra tali eccezioni stanno anche Tapscott e Williams, che ovviamente sono ciechi e sordi a queste tematiche, bubbole per sovversivi. Loro si pongono il problema di come si possa sfruttare economicamente per far profitti la balordaggine di milioni di persone disposte a lavorare gratis, o per un pugno di briciole di pane.
La risposta è che non si può. L'economia del dono esiste come alternativa all'economia del profitto. Ha logiche differenti, che seguono strade diverse.
Non si può prendere i wikipediani e farli lavorare gratis per l'Enciclopedia britannica, a meno che il risultato finale non sia a sua volta gratuito. Non si capisce per quale motivo qualcuno dovrebbe lavorare gratis per qualcosa finalizzato esclusivamente a far guadagnare qualcun altro.
Il fatto è che Tapscott e Williams non capiscono perché mai qualcuno dovrebbe fare qualsiasi cosa per una motivazione diversa dal profitto personale, che nella loro visione del mondo è la sola motivazione che metta in moto gli esseri umani (come da dogmi della religione liberista).
Non capendo questa motivazione, non capiscono neppure come fare ad assecondarla e sfruttarla. Perché in effetti trarre profitto dall'economia del dono si può. Tutti potete, se volete, vendere CD con l'intera Wikipedia. O con Linux. La sola cosa che dovete fare è trovare qualcuno disposto a pagarvi per qualcosa che può avere gratis dalla Rete. Ma se lo trovate, potete farlo.
Ed il paradosso è che il caso si può dare. A Steven Jobs è attribuita una dichiarazione (non so se vera o no, ma "se non è vera ben trovata") che dice: "I clienti di Itunes sono persone il cui tempo vale di più di 99 centesimi". Osservazione corretta. (Anche se i suoi Ipods, che contengono l'equivalente di 1000 CD come niente, cioè come dire 10.000 canzoni, non sarebbero venduti se la gente pensasse di doverli riempire con 10.000 downloads a 99 centesimi l'uno. Ma questo è un altro discorso).
In conclusione, questo è un libro già vecchio. Il modello economico che propugna - la globalizzazione senza barriere - è al momento attuale al centro di una tempesta che non è destinata a calare ma al contrario ad accrescersi.
Se una cosa dimostra bene è solo che la wikinomics, nata sulla Rete, funziona alla grande con i beni immateriali, mentre il tentativo di applicarla al di fuori di questo àmbito cozza frontalmente con l'attuale organizzazione economica. Per funzionare, dovrebbe come minimo poter operare in una società in cui non esistessero affatto i brevetti. Figuriamoci.
Ciò di cui parla il libro, ma senza saperlo, è il bisogno ormai urgente se non vitale di superare una realtà in cui tutto è stato privatizzato, creando milioni di minuscoli (o non minuscoli) monopolii e di rendite di posizione, ognuna della quali è un oggettivo ostacolo al progresso, se non addirittura al libero funzionamento di quel mercato tanto caro ai capitalisti.
Gli autori sono entusiasti di fronte alla scoperta del fatto che cooperando gli esseri umani producono meglio e di più che facendosi la guerra, cioè concorrenza. Solo che per le loro premesse ideologiche non possono mettere le cose in questi termini.
Quindi attribuiscono ad un banale mezzo di comunicazione, la Rete, presunte virtù che sono invece intrinseche al metodo cooperativo. Che funzionava già ai tempi dei piccioni viaggiatori. E che solo l'ottusità di ideologie economiche miopi aveva dichiarato morto e sepolto.
Bentornata, cooperazione di massa. Lasciaci solo un attimo di tempo per seppellire la competizione individuale selvaggia, e ti ridiamo subito il tuo posto di motore della Storia...
Comprandolo mi aspettavo, perciò, di leggere un saggio sul difficile connubio fra economia tradizionale (del profitto) ed "economia del dono".
Con mia sorpresa, iniziando la lettura ho scoperto però che questo volume parla di tutto fuorché di wikinomics.
La lettura (che non credo terminerò, a questo punto), si è rivelata una delusione, nonostante l'entusiasmo di molti recensori e lettori, che era stato lo stimolo che mi ha spinto all'acquisto del volume.
Dal punto di vista del tema presunto dell'opera, dice molto di più, e con lucidità mentale decisamente superiore, Chris Anderson nel suo Gratis, che riesce a darci una delineazione preliminare dell'"economia del gratis" che egli stesso ammette essere incompleta e semplicemente abbozzata, ma almeno centra in pieno il tema trattato, dimostrando competenza nell'analisi e (a mio parere) anche una buona dose di lungimiranza.
Viceversa, Wikinomics è un'opera incredibilmente quanto inutilmente verbosa (500 pagine, ne sarebbe bastata la metà) e che dice un sacco di cose che sono vere e non nuove, ed un sacco di altre che sono nuove ma non sono, semplicemente, vere.
Gli autori sono infatti troppo impregnati del modo di ragionare economico di prima dello scoppio della crisi economica mondiale, al punto che questo volume mi ricorda molto, specie per il tono ipereccitato da scrittore "fatto" di cocaina o di gas esilarante, uno dei tanti volumi di economia prodotti all'epoca della bolla delle "dot com", e di cui oggi nessuno serba più la minima memoria.
La sua utilità, quindi, mi sfugge.
L'opera è divisa fondamentalmente in due parti. Nella prima, dopo una smisurata introduzione al tema, del tutto inutile, si affronta il mondo della cooperazione di massa gratuita via Rete. Intelligenza collettiva, generazione di prosumers, Wikipedia, Linux, Myspace, Facebook, peer production, il problema dell'hacking e della pirateria online...
Il riassunto è diligente ed anche esaustivo, direi. Se non avete mai letto nessun altro libro sulla cooperazione online (al contrario di me), direi che potreste leggere questa parte con molto gusto ed interesse: la sintesi operata dagli autori non dice nulla di nuovo ma è decisamente esaustiva. Decisamente un buon punto di partenza, quindi, che per chi fosse digiuno della materia può addirittura risultare esaltante.
Si noti peraltro che questa prima parte del saggio riguarda tutta e soltanto il mondo dei bits e dei pixels, ovvero quella Rete sui quali la "economia del dono" è nata. E questo ha la sua importanza.
I guai arrivano infatti nella seconda parte, laddove gli autori cercano di applicare i princìpi nati e sperimentati nel mondo dei bits al mondo degli atomi, alla produzione materiale.
Il loro sforzo è dimostrare che la wikinomics si può applicare con ottimi risultati anche al mondo degli atomi, ed anzi che essa sia un motore di sviluppo capace di generare ottimi profitti per i capitalisti e gli azionisti.
Ebbene, non è vero. E non per astruse motivazioni teoriche, ma per il fatto più banale che ciò di cui trattano gli autori da questo punto in poi non è più la wikinomics, ma la collaborazione di massa, quella tradizionale, sia pure facilitata e velocizzata al massimo dall'esistenza della Rete.
Il fatto che migliaia di persone cooperino per la costruzione di un oggetto, infatti, non è wikinomics: già le piramidi egizie sono state costruite con questo metodo. La Rete, in questo metodo di costruzione, c'entra solo perché permette di far collaborare persone distanti migliaia di chilometri, ma anche qui c'erano già riuscite da mo' la posta prima e il telefono e il fax poi, e non si trattava di wikinomics nemmeno in questo caso.
La novità è che oggi la comunicazione orizzontale è enormemente facilitata dalla Rete, a scapito di quella verticale top-down... ma il punto è che anche quella è sempre esistita, dietro le spalle dell'arroganza e spesso l'incompetenza dei capi. Solo che nessuno ha mai riconosciuto che il successo di un'azienda si basa anche sulla capacità dei suoi lavoratori: il merito è sempre stato preso al 101% dai suoi manager e dai suoi padroni. I lavoratori erano solo pezzi di ricambio.
La novità oggi è quindi solo che con la Rete, che lascia traccia di tutto, è più facile dimostrare che non è così (e che non è mai stato così nella storia umana).
Gli autori si spremono le meningi per cercare di capire come mettere a profitto la disponibilità di milioni di persone a cooperare pur non avendo rapporti di subordinazione lavorativa, ma quello che inventano è solo la globalizzazione della concorrenza dei posti di lavoro, cioè il precariato di massa (e può essere utile, a questo punto, leggersi o rileggersi No logo di Naomi Klein). Un fenomeno che giudicano con un'ilarità e una felicità che contrasta già, solo quattro anni dopo la scrittura del libro, con l'impegno preso da Barack Obama a creare barriere per tutelare i posti di lavoro statunitensi e a porre limiti alla libertà di manovra della globalizzazione...
Ad esempio, a pagina 33 leggiamo che "invece di assumere più lavoratori, il CEO" [amministratore delegato, NdR] "A. G. Lafley ha ordinato ai direttori delle unità di business di cedere in outsourcing l'ideazione del 50% dei nuovi prodotti e servizi. Oggi potete lavorare per P&G senza rientrare fra i suoi dipendenti"" (p. 33):
Una prospettiva, immagino, che vi riempirà di elettrizzante eccitazione.
In effetti, "Un giovane che vive in India, Cina, Brasile, o in uno qualunque dei paesi emergenti dell'Europa dell'Est oggi può fare quello che per i suoi genitori era soltanto un sogno, ovvero prendere parte all'economia globale allo stesso livello di tutti gli altri. Potete stare in un call center di Bangalore che prende gli ordini per conto di un ristorante take-away di Los Angeles" (p. 34).
Vi giuro che questo non è stato scritto con intenti sarcastici. Lavorare per un call center di un ristorante take-away è, secondo gli autori, "il sogno dei genitori" di un laureato multilingue (per forza di cose, trattandosi di un ristorante posto in un altro Stato) indiano.
Per farla breve, non passa molto da quando si entra infine nel mondo della produzione materiale che la wikinomia diventa semplice e banale outsourcing, subappalto, globalizzazione. Le ben dieci pagine (380-391) dedicate a descrivere con entusiasmo come la Boeing, da costruttrice di aerei, sia diventata assemblatrice di parti fisicamente costruite in giro per il mondo da centinaia di aziende subappaltatrici, che spesso le progettano in proprio, sono un vero monumento alla miopia e stupidità di cui solo gli economisti possono essere capaci.
Perché se vent'anni fa poteva essere eccitante immaginare un mondo in cui i profitti salivano perché si licenziavano costosi operai americani (e italiani) e si spostava il lavoro in Cina, dove grazie al "comunismo" gli operai lavorano in condizioni di semischiavitù, oggi che questo mondo è stato ormai costruito i guai che ha combinato sono evidenti a tutti. Gli Usa non riescono più a ripagare un mostruoso e sempre crescente debito con la Cina, e i suoi lavoratori licenziati non possono più permettersi di pagare i beni venduti a prezzi che non siano cinesi.
Però la metastasi della proprietà intellettuale mantiene a prezzi (monopolistici) assurdamente elevati alcuni beni che, non godendo della concorrenza cinese e indiana, semplicemente mandano in rovina gli acquirenti. Le motivazioni principali per cui gli statunitensi hanno ipotecato la casa dando il via alla celebre "bolla dei mutui subprime" sono: pagare le spese sanitarie (le più costose al mondo) e pagare gli studi ai figli... Non certo andarsene alle Hawaii a spassarsela.
Il caos politico ed economico a cui ha dato vita questo sistema di cose, e questa organizzazione del lavoro, è ormai, credo, sotto gli occhi di tutti. Come è ormai chiaro a tutti che l'outsourcing trasferisce know how e competenze ad aziende che prima o poi si chiederanno perché mai lavorare in subappalto, quando possono mettersi sul mercato da sole. Il fatto che la mitica divisione computer dell'Ibm sia stata comprata da una ditta cinese già sua subappaltatrice manda o no un messaggio? Secondo le autorità Usa, che hanno già proibito "per motivi strategici" la vendita a ditte cinesi di porti e aziende petrolifere, decisamente sì.
Ma di tutto ciò non v'è traccia in questo volume. La globalizzazione offre solo occasioni. Chi non vi si adatterà, è destinato a scomparire. Le aziende devono imparare a cooperare in Rete. Eccetera, per decine e decine di pagine e di esempi.
Data la prospettiva degli autori, che è quella degli economisti neoliberisti che hanno causato l'attuale crisi economica mondiale, non stupisce vedere come abbiano centrato un tema cruciale per l'economia oggi, mancando poi di definirne i limiti e la portata.
La legislazione sulla "proprietà intellettuale" è diventata talmente soffocante e parassitaria da costituire ormai un oggettivo ostacolo alla ricerca e allo sviluppo economico. Troppi parassiti succhiano sangue dalla "catena del valore" per non fare diventare anemico il corpo dell'economia.
Tapscott e Williams lo sanno, come dimostra l'elenco, a p. 75, delle imprese che sul web hanno fallito perché hanno insistito ad un approccio "proprietario": "Gli sconfitti hanno costruito "giardini recintati", i vincitori hanno costruito agorà" (p. 75). Peccato però che poi non sappiano trarre le debite conclusioni dall'osservazione.
Linux, l'open source, la wikinomics tutta, sono nati come risposta politica e polemica contro una società in cui anche per potere pigiare un tasto di una tastiera occorreva pagare il detentore di un brevetto.
La collaborazione fra aziende farmaceutiche per mettere in comune un database di dati brevettati, esaltata dagli autori del libro come un trionfo della nuova economia del wiki, non è altro che un banale ritorno al passato, quando non era consentito brevettare pure e semplici nozioni (come la sequenza di nucleotidi di un gene), ed in cui tutti potevano fare liberamente uso delle nozioni che erano patrimonio comune della società.
Qui non siamo di fronte al trionfo della wikinomics, ma a quella che è stata definita "La tragedia degli anti-commons", cioè al fallimento di una concezione del sapere come realtà in cui tutto può essere reso proprietà privata, tutto può essere recintato, tutto può essere brevettato, al punto che nessuno riesce più ad andare fisicamente nella sua proprietà, perché anche lo spazio delle strade è stato recintato e richiede il pagamento di un pedaggio.
Le industrie cinesi che gli autori esaltano (pp. 371-380) come geniali, per esempio, perché sono capaci di consorziarsi per produrre una motocicletta dal nulla suddividendo il lavoro fra mille piccoli laboratori, riescono nel compito anche perché è più facile farsi beffe dei brevetti in questo modo che creando una grande azienda (e il fatto che nel titolo del paragrafo si parli di una "gang" invece che di un "consorzio" forse significa che gli autori lo sanno). Provate voi a fare causa e centinaia di piccoli laboratori sparpagliati sui monti di qualche oscura provincia cinese. Non è certo come fare causa alla Honda...
La "saggezza dello stormo" risiede in effetti in primis nel fatto di essere uno stormo. Gli stormi esistono perché la moltiplicazione di bersagli che si muovono ciascuno per traiettorie diverse confonde i predatori, e rende loro più difficile concentrarsi su uno solo ed acchiapparlo.
La cooperazione industriale delle fabbrichette cinesi funziona alla grande perché permette loro, come stormo, di fare pernacchie ai brevetti industriali e alla "proprietà intellettuale" tanto cara al capitalismo. Non è un mistero per nessuno, a iniziare da chi quei brevetti li detiene... ma con l'eccezione degli economisti entusiasti della globalizzazione e della delocalizzazione in Cina o Vietnam.
Fra tali eccezioni stanno anche Tapscott e Williams, che ovviamente sono ciechi e sordi a queste tematiche, bubbole per sovversivi. Loro si pongono il problema di come si possa sfruttare economicamente per far profitti la balordaggine di milioni di persone disposte a lavorare gratis, o per un pugno di briciole di pane.
La risposta è che non si può. L'economia del dono esiste come alternativa all'economia del profitto. Ha logiche differenti, che seguono strade diverse.
Non si può prendere i wikipediani e farli lavorare gratis per l'Enciclopedia britannica, a meno che il risultato finale non sia a sua volta gratuito. Non si capisce per quale motivo qualcuno dovrebbe lavorare gratis per qualcosa finalizzato esclusivamente a far guadagnare qualcun altro.
Il fatto è che Tapscott e Williams non capiscono perché mai qualcuno dovrebbe fare qualsiasi cosa per una motivazione diversa dal profitto personale, che nella loro visione del mondo è la sola motivazione che metta in moto gli esseri umani (come da dogmi della religione liberista).
Non capendo questa motivazione, non capiscono neppure come fare ad assecondarla e sfruttarla. Perché in effetti trarre profitto dall'economia del dono si può. Tutti potete, se volete, vendere CD con l'intera Wikipedia. O con Linux. La sola cosa che dovete fare è trovare qualcuno disposto a pagarvi per qualcosa che può avere gratis dalla Rete. Ma se lo trovate, potete farlo.
Ed il paradosso è che il caso si può dare. A Steven Jobs è attribuita una dichiarazione (non so se vera o no, ma "se non è vera ben trovata") che dice: "I clienti di Itunes sono persone il cui tempo vale di più di 99 centesimi". Osservazione corretta. (Anche se i suoi Ipods, che contengono l'equivalente di 1000 CD come niente, cioè come dire 10.000 canzoni, non sarebbero venduti se la gente pensasse di doverli riempire con 10.000 downloads a 99 centesimi l'uno. Ma questo è un altro discorso).
In conclusione, questo è un libro già vecchio. Il modello economico che propugna - la globalizzazione senza barriere - è al momento attuale al centro di una tempesta che non è destinata a calare ma al contrario ad accrescersi.
Se una cosa dimostra bene è solo che la wikinomics, nata sulla Rete, funziona alla grande con i beni immateriali, mentre il tentativo di applicarla al di fuori di questo àmbito cozza frontalmente con l'attuale organizzazione economica. Per funzionare, dovrebbe come minimo poter operare in una società in cui non esistessero affatto i brevetti. Figuriamoci.
Ciò di cui parla il libro, ma senza saperlo, è il bisogno ormai urgente se non vitale di superare una realtà in cui tutto è stato privatizzato, creando milioni di minuscoli (o non minuscoli) monopolii e di rendite di posizione, ognuna della quali è un oggettivo ostacolo al progresso, se non addirittura al libero funzionamento di quel mercato tanto caro ai capitalisti.
Gli autori sono entusiasti di fronte alla scoperta del fatto che cooperando gli esseri umani producono meglio e di più che facendosi la guerra, cioè concorrenza. Solo che per le loro premesse ideologiche non possono mettere le cose in questi termini.
Quindi attribuiscono ad un banale mezzo di comunicazione, la Rete, presunte virtù che sono invece intrinseche al metodo cooperativo. Che funzionava già ai tempi dei piccioni viaggiatori. E che solo l'ottusità di ideologie economiche miopi aveva dichiarato morto e sepolto.
Bentornata, cooperazione di massa. Lasciaci solo un attimo di tempo per seppellire la competizione individuale selvaggia, e ti ridiamo subito il tuo posto di motore della Storia...
November 25, 2016
La Wikinomics, ovvero l’era del C.A.C.
In questi ultimi anni i tradizionali sistemi di collaborazione tra la gente, come ad esempio le riunioni, le conferenze, i congressi, sono stati superati e sostituiti da sistemi collaborativi che agiscono su scala planetaria. Sono nate enciclopedie elettroniche, sofisticati sistemi operativi, fondi comuni e molti altre cose del genere creati da migliaia, se non milioni di persone. Non a caso molti politici che detengono il potere temono la crescita di queste temibili comunità di massa, ma i “Wikinomisti” non la pensano affatto così. Un gran numero di aziende, infatti, ha cominciato a tastare il polso di quello che è stato chiamato il “genio collettivo” e delle capacità innovative della gente e quindi del pubblico.
La rapida e universale diffusione di Wikipedia, l’enciclopedia online a cui tutti possono accedere e collaborare liberamente, è diventata la metafora di un nuovo modo di concepire l’economia e il business: la Wikinomics. È il mondo in cui milioni di persone sono interconnesse tramite e-mail, blog, network, community, chat e usano Internet come la prima piattaforma globale di scambio. È il mondo della collaborazione, della comunità, dell’auto-organizzazione che si trasformano in forza economica collettiva di dimensioni globali. È’ il luogo in cui consumatori, lavoratori, fornitori, business partners e anche concorrenti sfruttano la tecnologia per innovare insieme. Nella Wikinomics le scelte di collaborazione sono infinite. Per esempio: ci si può collegare a una comunità internazionale di scienziati per partecipare alla ricerca sul genoma umano; si possono produrre clip informative per YouTube o sperimentare nuove idee nella comunità di Second Life; ci si può unire alla divisione virtuale del R&D e di aziende come Procter & Gamble e contribuire allo sviluppo di nuovi prodotti; si può partecipare al design delle funzioni interattive della prossima BMW. Questa nuova partecipazione, detta “peer production”, sta cambiando il modo in cui beni e servizi vengono inventati, prodotti, commercializzati e distribuiti su scala globale.
Questi fondamentali cambiamenti avvenuti nella tecnologia, nella demografia e nel business sono alla base di un libro che sta avendo un grande successo. Supportato da una ricerca costata oltre nove milioni di dollari e condotta da uno studioso di fama e di successo, Don Tapscott, la “Wikinomia” mostra alle masse il modo in cui esse possono partecipare alla gestione dell’economia come mai prima d’ora. Tutti possono scrivere storie, notizie, informazioni, mixare musica, studiare il genoma umano, progettare software, scoprire il rimedio per una malattia, manipolare testi scolastici, inventare nuovi cosmetici e perfino costruire nuovi motocicli.
La vita di molte aziende sarà condizionata in maniera decisiva nel loro rapporto con i clienti e col pubblico in particolare. Sarà anche quest’ultimo, formato da tanti milioni di singoli individui e persone con la loro realtà personale, a condizionare i comportamenti e le abitudini che si muoveranno non più o non tanto in maniera gerarchica bensì in una serie di ecosistemi che interagiscono orizzontalmente.
Nel corso dei secoli le società commerciali si sono organizzate secondo linee strettamente gerarchiche. Ogni membro all’interno dell’azienda era sottoposto ad un’altro: impiegati-direttori, venditori-clienti, produttori-fornitori, società-comunità. C’è stato finora sempre qualcuno a controllare in cima alla catena di comando. Anche se le gerarchie non stanno scomparendo del tutto, cambiamenti profondi avvengono all’interno della tecnologia, della demografia e dell’economia globale facendo nascere nuovi e potenti modelli di produzione basati sulla comunità, sulla collaborazione e sull’auto-organizzazione piuttosto che sulla gerarchia e sul controllo.
Milioni e milioni di persone usano i blog, le wiki, le chat, le connessioni dirette e indirette per far sentire la propria voce, in un flusso continuo chiamato “blogosfera”. Ci sono impiegati che svolgono il proprio lavoro collaborando alla pari con strutture orizzontali creando aree lavorative chiamate appunto “wiki workplace”. Clienti che diventano “prosumers”, vale a dire “produttori-consumatori”, concorrenti tra di loro, pronti a creare merci e servizi piuttosto che essere dei semplici consumatori finali. Le cosìdette catene di forniture funzionano meglio quando il rischio, il guadagno e le capacità per il completamento dei progetti, inclusi quelli che possono riguardare ad esempio la produzione di auto, moto ed aerei, sono distribuiti in una serie di strutture collegate a livello planetario che operano alla pari.
Molte società che guardano in questa direzione e si comportano di conseguenza, piuttosto che combattersi tra di loro, preferiscono costituire con la loro clientela delle grandi comunità in rete le quali raccolgono milioni di adesioni sotto forma di partecipazioni creative verso iniziative orizzontali inimmaginabili prima.
Questi modelli di comportamento vanno ben oltre la produzione di software, musica, pubblicazioni, prodotti farmaceutici e si estendono ad ogni tipo di prodotto che faccia parte dell’economia globale. Man mano che si diffonde questo modo di lavorare molti sono portati a pensare che questa collaborazione di massa sia un danno piuttosto che un bene in quanto, ad esempio, il concetto di “open source”, sul quale si basano prodotti quali Linux e Wikipedia, costituiscano un vero e proprio attacco ai diritti leggittimi ed ai bisogni delle società di fare profitti.
Il libro si sforza di dimostrare, al contrario, che l’esplosione di fenomeni di collaborazione in massa accesi in rete di recente, come MySpace, InnoCentive, Flickr, Second Life, YouTube e the Human Genome Project, siano delle prove che dimostrano il contrario. Molte aziende di grandi dimensioni, come ad esempio la Boeing, la BMW e la Procter & Gamble, hanno scelto queste politiche ottenendo un taglio dei costi con immediate innovazioni ottenute dalla collaborazione con i clienti e i soci.
Il libro stesso di cui stiamo parlando è d’altronde un esempio di collaborazioni incrociate che ha visto nascere studi collaborativi su quella che viene spesso chiamata la Nuova Rete o Web 2.0 e su come le società coinvolte in questo nuovo modus operandi si stanno comportando. Milioni e milioni di individui collegati tra di loro possono partecipare all’innovazione, alla creazione della ricchezza e dello sviluppo sociale in maniera inimmaginabile prima d’ora. E quando queste masse di persone inizieranno a collaborare potranno concorrere a creare benessere nelle arti, nelle scienze, nell’istruzione, nella gestione del governo. L’intera struttura economica non potrà non trarne profitto e vantaggio quando tutte queste comunità entreranno a pieno regime.
Per avere successo non basterà soltanto intensificare le strategie di gestione esistenti. Si dovrà pensare in maniera diversa, a come essere competitivi e fare profitto in questa nuova scienza collaborativa che chiamano “Wikinomia”. E’ più di “open source” , “social networking”, “crowdsourcing”, “smart mobs”, “crowd wisdom”, tutte nuove espressioni di fresco conio, che non sono solo di moda, ma che descrivono una realtà in movimento, alla quale nessuna cultura può sfuggire e perciò veramente globale. In effetti la sintesi va ritrovata nell’acronimo C.A.C. che sta per: Connessione -Accesso-Controllo. Tutti possono Connettersi per avere Accesso e assumere poi il Controllo della propria vita e quella degli altri. Nel bene e nel male. Speriamo nel bene.
In questi ultimi anni i tradizionali sistemi di collaborazione tra la gente, come ad esempio le riunioni, le conferenze, i congressi, sono stati superati e sostituiti da sistemi collaborativi che agiscono su scala planetaria. Sono nate enciclopedie elettroniche, sofisticati sistemi operativi, fondi comuni e molti altre cose del genere creati da migliaia, se non milioni di persone. Non a caso molti politici che detengono il potere temono la crescita di queste temibili comunità di massa, ma i “Wikinomisti” non la pensano affatto così. Un gran numero di aziende, infatti, ha cominciato a tastare il polso di quello che è stato chiamato il “genio collettivo” e delle capacità innovative della gente e quindi del pubblico.
La rapida e universale diffusione di Wikipedia, l’enciclopedia online a cui tutti possono accedere e collaborare liberamente, è diventata la metafora di un nuovo modo di concepire l’economia e il business: la Wikinomics. È il mondo in cui milioni di persone sono interconnesse tramite e-mail, blog, network, community, chat e usano Internet come la prima piattaforma globale di scambio. È il mondo della collaborazione, della comunità, dell’auto-organizzazione che si trasformano in forza economica collettiva di dimensioni globali. È’ il luogo in cui consumatori, lavoratori, fornitori, business partners e anche concorrenti sfruttano la tecnologia per innovare insieme. Nella Wikinomics le scelte di collaborazione sono infinite. Per esempio: ci si può collegare a una comunità internazionale di scienziati per partecipare alla ricerca sul genoma umano; si possono produrre clip informative per YouTube o sperimentare nuove idee nella comunità di Second Life; ci si può unire alla divisione virtuale del R&D e di aziende come Procter & Gamble e contribuire allo sviluppo di nuovi prodotti; si può partecipare al design delle funzioni interattive della prossima BMW. Questa nuova partecipazione, detta “peer production”, sta cambiando il modo in cui beni e servizi vengono inventati, prodotti, commercializzati e distribuiti su scala globale.
Questi fondamentali cambiamenti avvenuti nella tecnologia, nella demografia e nel business sono alla base di un libro che sta avendo un grande successo. Supportato da una ricerca costata oltre nove milioni di dollari e condotta da uno studioso di fama e di successo, Don Tapscott, la “Wikinomia” mostra alle masse il modo in cui esse possono partecipare alla gestione dell’economia come mai prima d’ora. Tutti possono scrivere storie, notizie, informazioni, mixare musica, studiare il genoma umano, progettare software, scoprire il rimedio per una malattia, manipolare testi scolastici, inventare nuovi cosmetici e perfino costruire nuovi motocicli.
La vita di molte aziende sarà condizionata in maniera decisiva nel loro rapporto con i clienti e col pubblico in particolare. Sarà anche quest’ultimo, formato da tanti milioni di singoli individui e persone con la loro realtà personale, a condizionare i comportamenti e le abitudini che si muoveranno non più o non tanto in maniera gerarchica bensì in una serie di ecosistemi che interagiscono orizzontalmente.
Nel corso dei secoli le società commerciali si sono organizzate secondo linee strettamente gerarchiche. Ogni membro all’interno dell’azienda era sottoposto ad un’altro: impiegati-direttori, venditori-clienti, produttori-fornitori, società-comunità. C’è stato finora sempre qualcuno a controllare in cima alla catena di comando. Anche se le gerarchie non stanno scomparendo del tutto, cambiamenti profondi avvengono all’interno della tecnologia, della demografia e dell’economia globale facendo nascere nuovi e potenti modelli di produzione basati sulla comunità, sulla collaborazione e sull’auto-organizzazione piuttosto che sulla gerarchia e sul controllo.
Milioni e milioni di persone usano i blog, le wiki, le chat, le connessioni dirette e indirette per far sentire la propria voce, in un flusso continuo chiamato “blogosfera”. Ci sono impiegati che svolgono il proprio lavoro collaborando alla pari con strutture orizzontali creando aree lavorative chiamate appunto “wiki workplace”. Clienti che diventano “prosumers”, vale a dire “produttori-consumatori”, concorrenti tra di loro, pronti a creare merci e servizi piuttosto che essere dei semplici consumatori finali. Le cosìdette catene di forniture funzionano meglio quando il rischio, il guadagno e le capacità per il completamento dei progetti, inclusi quelli che possono riguardare ad esempio la produzione di auto, moto ed aerei, sono distribuiti in una serie di strutture collegate a livello planetario che operano alla pari.
Molte società che guardano in questa direzione e si comportano di conseguenza, piuttosto che combattersi tra di loro, preferiscono costituire con la loro clientela delle grandi comunità in rete le quali raccolgono milioni di adesioni sotto forma di partecipazioni creative verso iniziative orizzontali inimmaginabili prima.
Questi modelli di comportamento vanno ben oltre la produzione di software, musica, pubblicazioni, prodotti farmaceutici e si estendono ad ogni tipo di prodotto che faccia parte dell’economia globale. Man mano che si diffonde questo modo di lavorare molti sono portati a pensare che questa collaborazione di massa sia un danno piuttosto che un bene in quanto, ad esempio, il concetto di “open source”, sul quale si basano prodotti quali Linux e Wikipedia, costituiscano un vero e proprio attacco ai diritti leggittimi ed ai bisogni delle società di fare profitti.
Il libro si sforza di dimostrare, al contrario, che l’esplosione di fenomeni di collaborazione in massa accesi in rete di recente, come MySpace, InnoCentive, Flickr, Second Life, YouTube e the Human Genome Project, siano delle prove che dimostrano il contrario. Molte aziende di grandi dimensioni, come ad esempio la Boeing, la BMW e la Procter & Gamble, hanno scelto queste politiche ottenendo un taglio dei costi con immediate innovazioni ottenute dalla collaborazione con i clienti e i soci.
Il libro stesso di cui stiamo parlando è d’altronde un esempio di collaborazioni incrociate che ha visto nascere studi collaborativi su quella che viene spesso chiamata la Nuova Rete o Web 2.0 e su come le società coinvolte in questo nuovo modus operandi si stanno comportando. Milioni e milioni di individui collegati tra di loro possono partecipare all’innovazione, alla creazione della ricchezza e dello sviluppo sociale in maniera inimmaginabile prima d’ora. E quando queste masse di persone inizieranno a collaborare potranno concorrere a creare benessere nelle arti, nelle scienze, nell’istruzione, nella gestione del governo. L’intera struttura economica non potrà non trarne profitto e vantaggio quando tutte queste comunità entreranno a pieno regime.
Per avere successo non basterà soltanto intensificare le strategie di gestione esistenti. Si dovrà pensare in maniera diversa, a come essere competitivi e fare profitto in questa nuova scienza collaborativa che chiamano “Wikinomia”. E’ più di “open source” , “social networking”, “crowdsourcing”, “smart mobs”, “crowd wisdom”, tutte nuove espressioni di fresco conio, che non sono solo di moda, ma che descrivono una realtà in movimento, alla quale nessuna cultura può sfuggire e perciò veramente globale. In effetti la sintesi va ritrovata nell’acronimo C.A.C. che sta per: Connessione -Accesso-Controllo. Tutti possono Connettersi per avere Accesso e assumere poi il Controllo della propria vita e quella degli altri. Nel bene e nel male. Speriamo nel bene.
April 23, 2013
Sicuramente un libro che ha anticipato molte delle questioni ora attualissime come l'importanza della collaborazione, l'uso delle piattaforme web, i social network, il concetto di open source...ottimo e profetico ;)
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