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The Fall

Jean-Baptiste Clamence is a soul in turmoil. Over several drunken nights in an Amsterdam bar, he regales a chance acquaintance with his story. From this successful former lawyer and seemingly model citizen a compelling, self-loathing catalogue of guilt, hypocrisy and alienation pours forth.

The Fall (French: La Chute) is a philosophical novel by Albert Camus. First published in 1956, it is his last complete work of fiction. The Fall explores themes of innocence, imprisonment, non-existence, and truth. In a eulogy to Albert Camus, existentialist philosopher Jean-Paul Sartre described the novel as "perhaps the most beautiful and the least understood" of Camus' books.

147 pages, Paperback

First published May 16, 1956

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About the author

Albert Camus

984 books40.4k followers
Works, such as the novels The Stranger (1942) and The Plague (1947), of Algerian-born French writer and philosopher Albert Camus concern the absurdity of the human condition; he won the Nobel Prize of 1957 for literature.

Origin and his experiences of this representative of non-metropolitan literature in the 1930s dominated influences in his thought and work.

He also adapted plays of Pedro Calderón de la Barca, Lope de Vega, Dino Buzzati, and Requiem for a Nun of William Faulkner. One may trace his enjoyment of the theater back to his membership in l'Equipe, an Algerian group, whose "collective creation" Révolte dans les Asturies (1934) was banned for political reasons.

Of semi-proletarian parents, early attached to intellectual circles of strongly revolutionary tendencies, with a deep interest, he came at the age of 25 years in 1938; only chance prevented him from pursuing a university career in that field. The man and the times met: Camus joined the resistance movement during the occupation and after the liberation served as a columnist for the newspaper Combat.

The essay Le Mythe de Sisyphe (The Myth of Sisyphus), 1942, expounds notion of acceptance of the absurd of Camus with "the total absence of hope, which has nothing to do with despair, a continual refusal, which must not be confused with renouncement - and a conscious dissatisfaction."
Meursault, central character of L'Étranger (The Stranger), 1942, illustrates much of this essay: man as the nauseated victim of the absurd orthodoxy of habit, later - when the young killer faces execution - tempted by despair, hope, and salvation.

Besides his fiction and essays, Camus very actively produced plays in the theater (e.g., Caligula, 1944).

The time demanded his response, chiefly in his activities, but in 1947, Camus retired from political journalism.

Doctor Rieux of La Peste (The Plague), 1947, who tirelessly attends the plague-stricken citizens of Oran, enacts the revolt against a world of the absurd and of injustice, and confirms words: "We refuse to despair of mankind. Without having the unreasonable ambition to save men, we still want to serve them."

People also well know La Chute (The Fall), work of Camus in 1956.

Camus authored L'Exil et le royaume (Exile and the Kingdom) in 1957. His austere search for moral order found its aesthetic correlative in the classicism of his art. He styled of great purity, intense concentration, and rationality.

Camus died at the age of 46 years in a car accident near Sens in le Grand Fossard in the small town of Villeblevin.

Chinese 阿尔贝·加缪

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Profile Image for Nood-Lesse.
471 reviews362 followers
September 27, 2018
Un bicchiere d’olio

Un monologo perché l’interlocutore non parla mai e le sue domande si desumono dalle risposte del protagonista. Un monologo difficile da seguire per i continui cambi di direzione e la vastità delle argomentazioni. Il libro, come il browser Google, funziona a schede e non a finestre come accade usufruendo della preziosa opzione Mozilla. Con Google la chiusura della finestra madre fa lo strike di tutte le schede associate. Nel leggere “La caduta” si è costretti a tenere aperti tutti gli argomenti aspettando pazientemente che sia Camus a chiuderli. In quanto monologo è quasi privo d’azione, è ambientato per lo più nella testa del protagonista. Scopro adesso nella breve prefazione che l’interlocutore non è sempre lo stesso. Ciò è del tutto marginale perché il ruolo è pretestuoso.
Ma che cosa si dice nel monologo? Riporto alcune delle cose che ho sottolineato, non son sicuro di aver afferrato a pieno il senso globale dell’opera che è marcatamente filosofica.

La mia natura mi piaceva, e tutti sappiamo che la felicità è questa, anche se, per tranquillizzarci a vicenda, fingiamo a volte di condannare un tale piacere col nome di egoismo.

Si annoiava, ecco tutto, si annoiava come la maggior parte della gente. Perciò s'era fabbricato con le sue mani una vita di complicazioni e di drammi. Bisogna che accada qualcosa, è questa la spiegazione della maggior parte degli impegni che gli uomini assumono. Bisogna che qualcosa accada, anche la servitù senza amore, anche la guerra, o la morte.

Beninteso, il vero amore è eccezionale, due o tre volte in un secolo all'incirca. Per il resto, vanità o noia.

Soprattutto non creda agli amici quando le chiederanno di essere sincero. Sperano soltanto di essere mantenuti nella buona opinione che hanno di sé, forniti di una certezza supplementare che desumeranno dalla sua promessa di essere sincero.

Tolto il desiderio, le donne mi annoiavano oltre ogni misura, e, palesemente, le annoiavo anch'io. Niente gioco, niente teatro, ero senza dubbio nel vero. Ma la verità, caro amico, è noiosa. Disperando dell'amore e della castità, pensai finalmente che mi restava il piacere, il quale sostituisce benissimo l'amore, soffoca le risate, riconduce il silenzio e, soprattutto, conferisce l'immortalità.

Non sapevo che la libertà non è una ricompensa, né una decorazione che si festeggi con lo spumante; e neppure un regalo, una scatola di leccornie. Oh! no, anzi è un lavoro ingrato, una corsa di resistenza molto solitaria, molto estenuante. Niente spumante, niente amici che levano il bicchiere guardandoti amorevolmente. Solo in un'aula tetra, solo sulla pedana al cospetto dei giudici, e solo a decidere, di fronte a se stessi o al giudizio altrui.


Il libro è breve, ma non è un bicchier d’acqua, è un bicchiere d’olio, non pensate di dissetarvi con esso, lubrificherà certe vostre idee non proprio onorevoli sul genere umano.
Profile Image for Dimitri.
176 reviews72 followers
June 9, 2020
Ha notato che i canali concentrici di Amsterdam assomigliano ai gironi dell’inferno? L’inferno borghese, popolato di brutti sogni. Quando si arriva dall’esterno, via via che si superano i gironi, la vita, e quindi i suoi crimini, si fa più densa, più oscura. Qui siamo nell’ultimo girone. Il girone dei … Ah! Lo sa? Diamine, allora lei diventa più difficile da classificare.

Che sia o non sia un brutto sogno, questo dialogo a una voce me lo immagino condotto da un diavolo di prima categoria o da un povero demone, uno di quelli raccontati da Dostoesvskij. Una confessione che si trasforma in uno specchio per l’ascoltatore. E la lettura diventa scomoda come la cella del malconforto.

Forse non conosce quella cella sotterranea che nel Medioevo chiamavano il malconforto. Di solito ti dimenticavano lì per tutta la vita. Era una cella che si distingueva dalle altre per le ingegnose dimensioni. Non era abbastanza alta perché vi si potesse stare in piedi, ma neppure abbastanza larga per potervisi coricare. Si era costretti a prendere una posizione scomoda, a vivere in diagonale; il sonno era una caduta, da svegli bisognava accovacciarsi. Ogni giorno, con l'immutabile costrizione che gli anchilosava il corpo, il condannato scopriva di essere colpevole e che l'innocenza consiste nello stiracchiarsi gioiosamente.

Ecco, la caduta. Mi viene in mente quella di Lucifero. E poi una notte c’è la caduta della ragazza da un ponte. Chi vi ha ha assistito? Il nostro falso profeta che grida nel deserto oppure il suo interlocutore? Giovanni Battista Clamence confessa le proprie colpe o prepara il terreno per poi rinfacciarle al momento giusto?

Non passo mai su un ponte di notte. E’ a causa di un voto che ho fatto. Supponga, per esempio, che qualcuno si butti in acqua. Delle due l’una, o lei lo segue per ripescarlo, e nella stagione fredda rischia grosso! Oppure lo abbandona, e i tuffi mancati lasciano a volte strani indolenzimenti.

Un affascinante e crudele gioco del gatto con il topo.

Troneggio tra i miei cattivi angeli, alla sommità del cielo olandese, e dalle nebbie e dall’acqua guardo uscire e salire verso di me la folla del Giudizio Universale.
Profile Image for Come Musica.
2,215 reviews686 followers
January 4, 2020
Ho letto questo monologo nel giorno del sessantesimo anniversario della morte di Camus.

Il protagonista è Jean Baptiste Clamence, un avvocato che vive in Olanda. In realtà, non è questo il vero nome del protagonista (vero nome che il lettore non scoprirà mai): egli si dà questo nome per incarnare la figura di Giovanni Battista (lo si evince verso la fine di questo libro breve e denso), fino a diventare un falso profeta che grida nel deserto. Anche il cognome “Clamence” è assonante a “Clémence”, clemenza, misericordia, perdono, che è ciò che in fondo il protagonista chiede.

Queste 94 pagine si possono leggere come una lunga arringa fatta da un avvocato difensore per assolvere se stesso dal suo male di vivere “La vita mi risultava meno facile: quando il corpo è triste, il cuore langue. Mi sembrava di cominciare a disimparare quello che non avevo mai imparato e che pure sapevo così bene, cioè vivere. Sì, credo che fu allora che tutto cominciò.”

Davanti al deserto della sua vita, sull’orlo del baratro, senza una sufficiente convinzione per farla finita e suicidarsi, Jean Baptiste tiene questa lunga difesa, sottraendosi dal’auto giudizio del proprio fallimento: “Gliel’ho detto, quel che conta è sottrarsi al giudizio. Siccome è difficile sottrarvisi, e arduo fare ammirare e insieme scusare la propria natura, cercano tutti di essere ricchi. Perché? Se l’è mai chiesto? Per il potere, ovvio. Ma soprattutto perché la ricchezza permette di scansare il giudizio immediato, ti strappa dalla folla della metropolitana per chiuderti dentro una carrozzeria lucente, ti isola dentro ampi parchi sorvegliati, vagoni-letto e cabine di lusso. La ricchezza, amico mio, non è ancora l’assoluzione, ma è un rinvio, ed è sempre meglio di niente…”

“Da questo grande fonte battesimale non usciremo mai. Ascolti! Lo sente il grido di gabbiani visibili? Gridano a noi, forse, ma a cosa ci chiamano?”

Rinnega la libertà, perché non riesce più a sottrarsi dalla schiavitù in cui si vede caduto: “Era una cella che si distingueva dalle altre per le ingegnose dimensioni. Non era abbastanza alta perché vi si potesse stare in piedi, ma neppure abbastanza larga per potervisi coricare. Si era costretti a prendere una posizione scomoda, a vivere in diagonale; il sonno era una caduta, da svegli bisognava accovacciarsi.”

Nega la libertà, nega la verità: siamo schiavi e viviamo nella menzogna. “A volte si vede più chiaro in colui che mente che non in colui che dice il vero. La verità, come la luce, accieca. La menzogna, invece, è un bel crepuscolo, che mette ogni oggetto in risalto.”

E sul finire la sua (la nostra?) disarmante confessione: “«Questo, ahimè, è quello che sono.» La requisitoria è conclusa. Intanto, però, il ritratto che porgo ai miei contemporanei diventa uno specchio.”
Profile Image for Roberto.
627 reviews1 follower
June 13, 2016

Per essere felici non ci si deve occupare troppo del prossimo

La caduta è un romanzo scritto da Camus nel 1956, quattro anni prima della sua morte. E' il monologo, quasi la confessione, di un avvocato che una sera in un bar racconta ad uno sconosciuto la sua vita.

Una vita segnata da due fatti, entrambi accaduti di notte: la caduta nella Senna di una donna che lui non ha nemmeno tentato di aiutare e una misteriosa risata sentita ma non identificata.

Camus usa l'avvocato, definito mentitore di professione, per descrivere i suoi pensieri.

“È molto difficile districare il vero dal falso in ciò che racconto. Un mio conoscente divideva gli esseri in tre categorie: chi preferisce non aver nulla da nascondere piuttosto che essere costretto a mentire, chi preferisce mentire piuttosto che non aver nulla da nascondere, e quelli a cui piacciono al tempo stesso la menzogna e il segreto”.

A poco a poco comprendiamo che la risata eccheggiata sulla Senna è una risata interna, una risata che ha il significato terribile del rimorso. Una risata che dentro di lui ride di lui, ride della sua viltà, della sua mancanza di coraggio, del suo incessante fingere.

Sembra che Camus ci voglia dire che l’uomo finge sempre, sia con gli altri che con sé stesso, perché si sente sempre innocente e puro. Si inventa mille modi per mostrarsi superiore alla realtà che lo circonda. Ma c'è sempre un particolare, un fatto, che in ogni esistenza è pronto a dimostrarci il contrario.
Nel caso dell'avvocato questo fatto è la viltà, che lo coglie all’improvviso e gli impedisce di aiutare la donna.
Ma anche la gentilezza che il protagonista dimostra nei confronti del prossimo non è altro che egoismo e vanità, non è altro che il desiderio di essere adulato per il bene che si elargisce. La vera sincerità e la vera bontà sono rarissime e troppo spesso inquinate dal nostro io più profondo che ci riporta verso la finzione.
La vita non è altro che una recita; ciò che si fa lo si fa per il pubblico, per l’applauso finale, non per vero altruismo.

Estremamente pessimistica la visione di Camus. Alla fine l'avvocato cambia lavoro e diventa giudice: può giudicare, ora, perché sa dentro di sé che gli uomini sono tutti colpevoli.

La felicità è raggiungibile? La felicità, o meglio la momentanea riduzione dall’angoscia, la possiamo ottenere imparando a gestire, accettare e sfruttare la nostra duplicità, ossia imparando ad amare noi stessi servendosi senza troppi rimpianti degli altri.

Un libro molto breve, ma complesso, amaro, pessimista, ambiguo, a tratti affascinante, a tratti poetico, a tratti noioso.
Difficile cogliere tutti i dettagli alla prima lettura; arrivato alla fine l'ho riletto quasi integralmente.
Profile Image for Siti.
431 reviews172 followers
December 16, 2019
Mi chiedo, dopo questa lettura, cosa avrebbe ancora scritto Camus, se la morte beffardamente anticipatrice , non lo avesse sottratto a tutti noi due anni dopo aver scritto questo testo . Mi chiedo se le sue visioni dell’uomo sarebbero diventate ancora più negative, e, al tempo stesso, anch’esse beffarde e sornione. Perché che qui, in fondo, ci abbia provato gusto, non me lo leva dalla mente nessuno, ha voluto giocare, dissimulare, intrattenere servendosi di un alter ego , Jean-Baptiste Clamence e, nello specchio della finzione letteraria, trasformare l’interlocutore dell’avvocato in tutti noi, i suoi lettori.
Il monologo/ requisitoria- d’ora in poi il lessico sarà quello prevalente nella giurisprudenza, con alcuni inserti riconducibili al cristianesimo- che l’avvocato parigino, ora giudice-penitente, intraprende con l’avventore borghese del bar di periferia di Amsterdam, quanto tiene nel sacco il suo indefinito ascoltatore, tanto tiene in pugno il lettore che si ritrova a desiderare di sentire ancora quella voce, di capire chi sia colui che parla e soprattutto di comprendere cosa vada dicendo. Il discorso, tra l’altro non è nemmeno racchiuso dentro l’unità di tempo, perché spezzato in una manciata di giorni e trasferito in diversi luoghi della città, quasi tutti esterni, per andare a culminare poi nell’appartamento dello stesso Jean-Baptiste Clamence, nell’ex ghetto ebraico, “nel luogo d'uno dei maggiori delitti della storia”.
Ma che ha da dire di così tanto pressante costui? Niente! Semplicemente si confessa, riconosce il limite della sua condizione umana e di riflesso di tutta l’umanità , di cui lui è un eccellente interprete rappresentandone un degno condensato. Certo che dalla sua parte pare avere, contrariamente a tutti gli altri, inteso alla perfezione quale possa essere la chiave di volta. Non resta che condividere la scoperta, perché essa sarà funzionale alla sua redenzione anche se ancora una volta sarà una scelta egoistica.
In un narcisistico e autoreferenziale atto liberatorio, egli potrà nuovamente porsi al traguardo di partenza, e, dotato della sua superiorità che gli deriva dal segreto, scalare le vette più alte dalle quali lanciare gli strali del suo giudizio.
“Il sentimento del diritto, la soddisfazione d'aver ragione, la gioia di stimarsi, caro signore, sono molle potenti per sostenerci o farci andare avanti. Gli uomini si trasformano in cani rabbiosi, se gliele togliete.”
Triste la condizione umana: i suoi esemplari si ritrovano a poter essere felici e ad avere successo a patto di condividere tale felicità e tale successo, solitudine e felicità non vanno di pari passo come sono incompatibili anche solitudine e successo. L’uomo si ritrova dunque felice solo se viene assolto dal consorzio umano che lo sottopone a giudizio e poiché è necessario questo passaggio ( giudizio- condanna- assoluzione) è di conseguenza un miserabile. L’uomo è dunque in un eterno Limbo.
Qualcuno può sfuggire al giudizio altrui? Qualcuno può vivere libero?Basterebbe uscire dal consorzio umano, sottrarsi al giudizio?
E la giustizia terrena che ruolo esercita?Dov’è la colpa? Qual è l’innocenza?Dove risiede veramente il giudizio?È possibile svincolarsene?Che posto avrebbe la coscienza in un atto umano di estrema ribellione al proprio giudizio ?
L’uomo non ha scampo: a nulla può l’etica , a niente vale la morale.
Profile Image for miledi.
114 reviews
September 21, 2018
Un affascinante (e ostico) viaggio intorno al proprio ombelico, che sancisce il trionfo (e la solitudine) dell’io-io-io.
Cento pagine che sembrano mille per quante cose Camus riesce a concentrare in esse. Non tutto è chiaro, non tutto è semplice, non tutto è condivisibile, ma l’intelligenza e la sensibilità di Camus sono fuori discussione.
Da rileggere.
Profile Image for Simona.
1,000 reviews235 followers
April 13, 2014
Non è mai facile leggere Camus, dal momento che le sue opere risentono molto dei libri di filosofia che ha amato leggere e "La caduta" non fa eccezione.
Attraverso la figura di Clamence, un avvocato parigino che ha condotto una vita all'insegna della doppiezza, della falsità e dell'ipocrisia, Camus analizza la condizione umana, l'assurdo della condizione umana in un'opera che ci spinge a guardarci indietro ad andare oltre il pregiudizio, perché come dice Camus:

"Il grande ostacolo, per sfuggire al giudizio, non consiste forse nel fatto che siamo noi i primi a condannarci"?

L'obiettivo di Clamence è la redenzione, non solo degli altri, ma anche di se stessi. Una redenzione che non avverrà, perché è come se Clamence vivesse in una gabbia, una gabbia dalla quale grida nel deserto, ma cui rifiuta di uscire.
Profile Image for FeLegia.
65 reviews13 followers
September 15, 2021
All'inizio ho giudicato questo libro come tedioso e terribilmente complesso, ma fortunatamente non ho desistito fino ad ottenere la consapevolezza di come in realtà sia un piccolo capolavoro moderno. Non lasciatevi scoraggiare dalle prime pagine, che vi sembreranno un rebus, proseguite e non ve ne pentirete.
Di chi ci parla Camus e soprattutto in cosa consiste la caduta e perché tutti ne possiamo essere protagonisti? Non vi resta che scoprirlo leggendo queste taglienti pagine che non risparmiano nessuno, nemmeno l'uomo pio.
In un turbinio di considerazioni che spesso sfidano le leggi del contegno, verrete assorbiti dalla paranoica quanto realista prospettiva di un misero giudice-penitente che, però, di remissione non ne pratica alcuna.
Buona lettura e buona filosofia.
Profile Image for Maria Beltrami.
Author 49 books78 followers
October 1, 2012
Non un monologo, ma un dialogo di cui si sente una sola voce. Una specie di lunga confessione di una vita normalissima, quella di ciascuno di noi, che pure pare piena di delitti. E infatti la voce narrante è quella del giudicepenitente, colui che confessando i suoi normalissimi crimini fa si che chi lo ascolta sia indotto a prendere coscienza della proria normale nullità.
Poche, densissime pagine rivelatrici.
Profile Image for Giulio Minniti.
168 reviews8 followers
March 15, 2023
CONFESSIONI DI UN GIUDICE-PENITENTE

“In fin dei conti, è proprio questo che sono, rifugiato in un deserto di pietre, di nebbie e d'acqua putrida, profeta vuoto per tempi meschini, Elia senza messia.”

“La caduta” è una lunga, ininterrotta conversazione che si sviluppa, per la durata di sei capitoli corrispondenti ad altrettante giornate, tra il protagonista, Jean-Baptiste Clamence, e un anonimo interlocutore incontrato in un sordido bar di Amsterdam. Siccome l'improvvisato compagno di Clamence non apre mai bocca, o se lo fa Camus lascia sempre sottintese le sue rade parole, il dialogo assomiglia tanto a un incessante monologo. La memoria letteraria non può che andare ad altre famose opere del passato, da “La tana” di Kafka a “Memorie dal sottosuolo” di Dostojevskij, accomunate a “La caduta” non solo dall'analogo procedimento stilistico (l'uso della prima persona singolare) ma anche – soprattutto la seconda – da un analogo impianto filosofico. Apparentemente le differenze tra i loro protagonisti non potrebbero essere più grandi: mentre quelli di Dostojevskij e di Kafka sono personaggi del sottosuolo (anche letteralmente, se si considera l'animale de “La tana”), frustrati, inappagati e diffidenti, Clamence si presenta fin dall'inizio come un uomo ben inserito nella società in cui vive, soddisfatto di sé, moralmente irreprensibile, dalla parte del giusto e – guarda caso – amante dei luoghi elevati (“alla metropolitana preferivo l'autobus, ai mezzanini le terrazze”). Egli è a prima vista quello che Dostojevskij definisce polemicamente un “homme de la nature et de la vérité”, la cui esistenza è improntata esclusivamente a meschini e conformistici principi come l'utile o il piacere. Ciò non gli impedisce però di lasciarsi andare ad appassionate requisitorie contro gli aspetti più ipocriti della società del tempo, come l'amicizia (“ci salvi il cielo dall'essere collocati troppo in alto dai nostri amici!”), la famiglia (“i parenti sanno la parola che ci vuole,... ma è una parola proiettile;... e mirano giusto, i traditori!”), il matrimonio (“orgia burocratizzata”, “monotono carro funebre dell'audacia e dell'inventiva” che “ha ridotto il nostro paese in pantofole”), la morale religiosa (“ci sono persone per cui la religione consiste nel perdonare tutte le offese, e le perdonano effettivamente; ma non le dimenticano mai”), ecc. L'istintiva simpatia e la disarmante sincerità di questo ex-avvocato parigino induce il lettore, nonostante la sua fastidiosa logorrea (è un po' come il troppo loquace compagno di viaggio in treno che ti impedisce con le sue chiacchiere di leggere in santa pace il tuo libro) e una sorta di malcelata ambiguità che trapela dalle sue parole, a empatizzare con lui, a condividere la sua irresistibile, vitalistica, anche se vagamente contraddittoria, volontà di “épater le bourgeois”, convinto che egli è, come il bombarolo di Fabrizio De André, “se non tutto giusto, quasi niente sbagliato”. E così le tirate polemiche contro i francesi (“mi è parso che i nostri concittadini avessero due frenesie: le idee e la fornicazione”), gli intellettuali da caffè (che si scandalizzano, contorcendosi “in preda alle convulsioni come il diavolo sotto l'acqua santa”, di fronte alle opinioni illiberali e reazionarie), ai romanzieri atei (che per partito preso professano nei loro libri idee anti-religiose, ma non riescono a evitare di adottare un moralismo altrettanto ipocrita dei pensatori cristiani, in una sorta di “satanismo virtuoso”: una frecciata dell'autore all'amico-nemico Jean-Paul Sartre?), gli uomini di fede e i ministri del culto (che “hanno installato il Signore in un tribunale, nel fondo di loro stessi, e picchiano, e giudicano, soprattutto giudicano […] col perdono sulle labbra e la sentenza nel cuore”), e perfino Dio (che non è più necessario come entità garante della morale, al punto che oggigiorno l'unica funzione della religione sarebbe quella di essere “una grande impresa di lavatura”) e la società contemporanea (dominata dalla cieca violenza del potere e dall'hobbesiano principio che “homo homini lupus”), queste tirate polemiche – dicevo – funzionano come altrettante trappole che, abilmente predisposte da Camus, catturano poco alla volta il lettore, trasformandolo a sua insaputa in un complice del protagonista, una sorta di suo “doppelganger” (“La caduta è in fondo come uno specchio in cui, guardando l'immagine riflessa, egli vi si riconoscesse e, parafrasando la famosa frase di Flaubert, fosse costretto ad ammettere: “Clamence c'est moi!”)
Quando, verso la metà del romanzo, il gioco finalmente si scopre, è ormai troppo tardi. A fare da linea di demarcazione tra la chiacchierata spensierata tra due compagni di bevute e la discesa agli inferi di un'anima ferita ed esacerbata è un episodio fatidico, il classico evento del quale si può dire che dopo di esso niente è più come prima. La notte d'autunno in cui Clamence, passeggiando lungo la Senna, sente distintamente una persona, presumibilmente una donna fugacemente incrociata pochi attimi prima, gettarsi dal ponte che ha appena attraversato e non fa nulla per salvarla o per chiamare i soccorsi, fa irruzione nella sua vita la coscienza, sotto forma di una beffarda risata che lo perseguiterà negli anni a venire, risuonando nei luoghi e nei momenti più inaspettati. La risata, oltre che la coscienza, rappresenta anche l'assurdo che fatalmente entra senza preavviso nella vita dell'uomo, mettendo a nudo la sua falsità e la sua ipocrisia. Le certezze acquisite da Clamence iniziano così a vacillare, facendo trapelare l'egoismo alla base delle sue scelte di vita (“Sono sempre stato pieno di vanità da scoppiare. Io, io, io, ecco il ritornello della mia cara vita”) e lasciando come ineliminabile scoria di una esistenza di dissolutezze e di sterile ricerca del piacere un sordo, disperante disagio. Ma l'uomo non vuole sentirsi in colpa e non ammette di essere giudicato in alcun modo (“Vorremmo nello stesso tempo non essere più colpevoli e non fare lo sforzo di purificarci. Non abbastanza cinismo e non abbastanza virtù”). L'unico modo per evitare il giudizio (“Il problema è... di evitare il giudizio. Non dico evitare il castigo. Il castigo senza giudizio è sopportabile […] No, si tratta invece di sfuggire al giudizio, di evitare d'essere sempre giudicati senza che mai venga pronunciata la sentenza”) e non essere più dalla parte del torto è quello di giudicare a propria volta gli altri. Camus modifica impercettibilmente la massima di Kafka (“La colpa è sempre fuori discussione”), trasformandola nella più confortevole formula “la colpa degli altri è sempre fuori discussione”. Ma siccome non si possono condannare gli altri senza giudicare immediatamente se stessi, bisogna fare la strada inversa: incolpare se stessi per avere il diritto di giudicare gli altri. Ecco quindi Clamence trasformarsi da avvocato in giudice-penitente. Cosa significa essere un giudice-penitente? La spiegazione risiede in tutto quanto si è letto fino ad allora, in una sorprendente e inattesa mise en abyme. La confessione di Clamence (il racconto apparentemente franco e privo di reticenze della propria vita) è il meccanismo da lui studiato per provocare l'immedesimazione degli altri (“Non mi accuso grossolanamente, a pugni sul petto. No, navigo con destrezza, moltiplico le sfumature e digressioni, insomma adatto il discorso all'ascoltatore, lo induco a rincarare la dose. Mescolo quel che mi concerne e quel che riguarda gli altri. Prendo i tratti comuni, le esperienze sofferte insieme, le debolezze che abbiamo entrambi, le buone maniere, l'uomo d'oggi insomma. […] Quando il ritratto è terminato... lo mostro, tutto sconsolato. “Ahimé, ecco chi sono.” La requisitoria è finita. Ma in quel preciso istante il ritratto che mostro ai miei contemporanei diventa uno specchio. […] Poi, inevitabilmente, passo nel discorso dall'io al noi. Quando arrivo all'”ecco che cosa siamo”, il gioco è fatto, posso dire a ciascuno la sua verità. […] Il vantaggio è chiaro... Più mi accuso e più ho il diritto di giudicare”). Con questo sistema il processo intestato a se stessi si rovescia come un guanto e coinvolge gli altri. Camus capovolge quindi il famoso grido di Ivan Karamazov citato nel suo “L'uomo in rivolta” (“Se non sono salvi tutti, a che serve la salvezza di uno solo!”) in una sorta di “Se non sono condannati tutti come si riesce a realizzare la felicità di uno solo?”. Ne “La caduta” il protagonista, come un demoniaco demiurgo, si auto-assolve dai suoi peccati, si ripulisce la coscienza, o meglio dimentica di averne una, sfugge la responsabilità di un vero pentimento e abdica alla propria libertà in cambio di un po' di smemorata tranquillità. Clamence usa il suo stratagemma come un anestetico, che non fa sentire il dolore della vita ma ottunde i sentimenti più profondi, rendendolo in fondo meno umano. La morale de “La caduta” è profondamente pessimistica: Clamence rinuncia, insieme alla sua angoscia, anche alla sua libertà e quindi, dal momento che Kierkegaard e Heidegger ci avevano insegnato che l'uomo è condannato a essere libero, rinuncia alla sua unica possibilità di una vita autentica. Come ne “La leggenda del Santo Inquisitore” di Dostojevskij, la libertà è per l'uomo un fardello insopportabile (“alla fine di ogni atto di libertà c'è una sentenza: per questo la libertà pesa troppo”), ed egli è disposto a cederla in cambio del servaggio (“L'essenziale è di non essere più liberi e di obbedire, nel pentimento, a qualcuno più furfante di noi. […] Tutti uniti, finalmente, ma in ginocchio, e a capo chino”). Se “Il mito di Sisifo” e “La peste” avevano, dopo il nichilismo de “Lo straniero”, gettato un barlume di speranza nella filosofia esistenzialista di Camus, esaltando il primo la sopportazione, l'accettazione del proprio destino, sia pure quello di rotolare un masso per l'eternità, la seconda la solidarietà umana (di stampo, oserei dire, leopardiano) come gesto di ribellione nei confronti dell'assurdo, ne “La caduta” si registra un netto passo indietro: l'uomo prende sì coscienza dell'assurdo, ma non cerca mai – sia pure in modo velleitario – di lottare contro di esso; al contrario egli si sforza di evitare il giudizio con la dimenticanza e di sfuggire alle responsabilità facendosi scorrere sopra le cose, in tal modo sprecando la sua libertà e la sua possibilità di scelta, e decretando in tal modo lo scacco della filosofia esistenzialista (le ultime parole - “Adesso è troppo tardi, e sarà sempre troppo tardi, per fortuna!” - sono fin troppo emblematiche).
“La caduta” è un libro lucido e incalzante, caratterizzato da una densità filosofica inusitata. Dalla prima all'ultima delle sue ottanta pagine, Camus non dà un attimo di tregua al lettore, incalzandolo con domande esistenziali di ineludibile urgenza, fino al delirante e quasi satanico finale. La costruzione del romanzo, scritto con uno stile di limpida e adamantina chiarezza, è eminentemente astratta e mentale: tutto è proiezione dell'io ipertrofico del protagonista, e lo stesso interlocutore potrebbe essere benissimo una sua invenzione (e del resto ciò non è così importante, dal momento che – come abbiamo visto – Clamence è come se parlasse a tutti noi, con un meccanismo analogo a quello cinematografico dello sguardo in macchina, quando cioè in un film un personaggio comunica rivolgendosi direttamente alla cinepresa). Clamence passeggia nelle viuzze del Ghetto Ebraico e lungo i canali di Amsterdam oppure naviga nello Zuiderzee alla volta dell'isola di Marken, ma l'Olanda stessa è null'altro che un luogo fantomatico, utile tutt'al più come pretesto di eleganti metafore (i canali concentrici della capitale assomigliano ai girono dell'inferno, le dune e le spiagge livide davanti al mare color lisciva fanno pensare a una terra morta e spopolata, e gli stessi olandesi, “costretti in un piccolo spazio di case ed acqua, assediati da nebbie, da terre fredde e da un mare che fuma come un bucato”, sono espressione della duplicità della natura umana, essendo come degli spettri, qui e altrove nello stesso istante). Tutto ne “La caduta” è ambiguo, segnato da aporie e contraddizioni, e il lettore deve imparare a destreggiarsi tra verità e menzogna (“E' molto difficile districare il vero dal falso in ciò che racconto... In fin dei conti che importanza ha? Le menzogne finiscono per mettere sulla strada della verità”). Alla fine di questa lettura, al tempo stesso esaltante e ostica, splendida ed estenuante, veniamo come risucchiati dall'inesauribile vortice delle sue riflessioni e finiamo per sentire sulla nostra stessa pelle il disagio del protagonista e per patire i suoi medesimi rovelli mentali, come insetti catturati nella sua mitrabile ragnatela, accomunati a lui da una ineffabile sensazione di torbida e vergognosa connivenza. “Pronunzi lei le parole che da anni non hanno smesso di risuonare nelle mie notti e che finalmente dirò per bocca sua: “Fanciulla, gettati di nuovo in acqua perchè io abbia una seconda volta la possibilità di salvare entrambi!”. Una seconda volta, eh, che imprudenza! Supponga, caro avvocato, che ci prendano in parola? Bisognerebbe decidersi”. Noi che decisione prenderemmo al suo posto? Ci butteremmo in acqua rischiando la vita per salvare un suicida o gireremmo la testa dall'altra parte, facendo finta di nulla?
Profile Image for Lorenzo Ferrara.
88 reviews3 followers
September 3, 2024
Un lungo monologo di un uomo pieno di sé, che sbrodola ad un ascoltatore silente tutti i suoi pensieri come in un flusso di coscienza, compiaciuto di se stesso e delle alte riflessioni che crede di star facendo, sparando tutte le sue concezioni e opinioni sul mondo come se non si accorgesse di essere inopportuno, noioso e senza un nesso logico.

Sarà anche un modo semiserio per ritrarre la gente che fa così nella vita reale, ma come lettura è improponibile.
Profile Image for Reb tra le pagine.
106 reviews5 followers
March 29, 2021
Pensi che mi hanno parlato di un uomo che aveva un amico finito in prigione e che dormiva ogni sera sul pavimento della camera da letto per non godere di una comodità negata a colui al quale voleva bene. Chi mai, caro signore, dormirà per terra per noi? Se io ne sono capace? Senta, vorrei esserlo, lo sarò. […] Ma non è facile, poiché l’amicizia è distratta, o quanto meno impotente. Quel che vuole, non può. Che non lo voglia abbastanza, dopo tutto? Non amiamo a sufficienza la vita, forse? Ha notato che solo la morte risveglia i nostri sentimenti? Quanto bene vogliamo agli amici che ci hanno lasciato, non è vero? Come ammiriamo i nostri maestri che non parlano più, con la bocca piena di terra!

“La caduta” (“La chute“) è un racconto lungo di Albert Camus, pubblicato per la prima volta nel 1956. La prima edizione italiana risale al 1958. La mia edizione è di Bompiani e fa parte della collana tascabili nella sua edizione speciale 1+1=€9.90 di Marzo 2021, tradotto da Yasmina Melaouah.

Per leggere la recensione completa clicca qui: https://squittiitralepagine.wordpress...
Profile Image for Mici.
3 reviews
August 3, 2026
La caduta mi ha spiazzato. Il tono di Camus in questo libro l'ho trovato diverso da quello dello Straniero, pur preservando l'inettitudine del protagonista.
Clamence, l'uomo con cui trascorriamo 4 giorni di monologhi, è un vile carismatico.
La sua è una tesi pirandelliana sulla "messa" in scena di problemi, espiazioni, gioie, amori e libertà, condizione gravosa da cui l'uomo sfugge attuando il Giudizio Universale. Un'analisi chirurgica del complesso del martire che mi ha fatto sentire talvolta fastidiosamente vista, talvolta disgustata all'idea che qualcuno possa pensare effettivamente tutto questo. Clamence ci è riuscito a creare il volto di lui, di tutti e di nessuno. "Lui (noi) è l'ultimo degli ultimi"
Molto molto bello
Profile Image for Ornella.
191 reviews26 followers
September 26, 2025
Filosofia in forma di romanzo. Dalla trama e all'inizio della lettura mi ricordava quasi La panne di Dürrenmatt ma ero fuori strada.
3.5.
Profile Image for castellidilibri.
45 reviews92 followers
October 19, 2020

- “La caduta” consiste in un monologo di un ex avvocato, che per anni è vissuto pensando di essere onesto e coerente, nella sua vocazione di aiutare gli oppressi. Poi, un giorno, ha capito che lui, come tutti gli altri, era falso, che recitava una parte, e ha tentato di spezzare questa “maschera” che indossava, svelando man mano la sua vera natura, piena di contraddizioni e di vizi. Il libro é molto pirandelliano in questo senso.
- Ma in fondo, perché non lasciarsi andare da subito alla propria natura? Perché gli altri giudicano, forse.
- Questo libro parla molto di giudizio, di quanto tutti si sentano in grado e, quasi, in dovere di giudicare gli altri, nonostante nessuno di noi possa definirsi effettivamente “innocente”.
- “Supponiamo che io abbia accettato di difendere qualche pietoso cittadino, omicida per gelosia. (...) Non é invece ben più grave trovarsi da questo lato della sbarra, sul mio banco, senza essere mai stato buono, nè aver mai sofferto per essere stato ingannato?”
- Ma nonostante tutto, per il protagonista la liberazione dalle proprie colpe sta proprio nel raccontarle, non a Dio, non a qualche autoritá, ma ai frequentatori del locale Mexico-City, in un quartiere malfamato di Amsterdam.
- Ecco il perché di questo sproloquio: il protagonista racconta la sue contraddizioni ad un avventore casuale, nella speranza di poter ascoltare le sue e, in questo modo, acquisire la facoltá di giudizio nei suoi confronti.
- “Più mi accuso e più ho il diritto di giudicarla. Meglio ancora, la provoco a giudicarsi da sé, cosa che mi sgrava ulteriormente.”
- Infatti questo personaggio non deve essere visto come qualcuno che confessa le sue colpe per redimersi. Egli non si redime. La confessione per lui è proprio il mezzo per poter continuare con la sua vita dissoluta. Egli é un “falso profeta che grida nel deserto e si rifiuta di uscirne.”
- “Non ho cambiato vita, continuo ad amare me stesso e a usare gli altri. Ammettendo le mie colpe, peró, posso ricominciare con più leggerezza e godere due volte, prima della mia natura, e poi di un pentimento squisito.”
- Questo nuovo metodo, che lui chiama addirittura la sua “professione” è la sua salvezza. Non ha trovato una morale che possa renderlo una brava persona, ha trovato invece un modo di prendere con leggerezza il fatto di non esserlo.
- In effetti lui non crede ad una morale suprema, non crede in nulla, se non al caso, e al fatto che tutti dobbiamo fare qualcosa, e se questo qualcosa sia giusto o sbagliato, non importa.
- “Qualcosa deve succedere, ecco la spiegazione di gran parte degli impegni che gli uomini prendono. Qualcosa deve succedere, sia pure la servitù priva di amore, sia pure la guerra, o la morte.”

Profile Image for chiara_librofilia.
427 reviews36 followers
May 8, 2020
Questo libro di Albert Camus racconta il momento nel quale cade la maschera e si svela tutta la profonda duplicità della natura umana, attraverso la quale vi è una netta presa di coscienza che annulla tutte le proprie certezze, le debolezze, le ipocrisie, le ambizioni e tutti i limiti umani per restituire solo caos e vulnerabilità.

Secondo Albert Camus quella inscenata dal protagonista de "La caduta" non è una redenzione bensì una recita fatta per evitare il giudizio altrui e per sottolineare il fatto che non è possibile sostenere l'innocenza di nessuno ma solo affermare la colpevolezza di tutti. È possibile, inoltre, solo condannare sé stessi e comprendere che non ci può essere mai benedizione o assoluzione.

Poche pagine queste di Albert Camus, così intense, vivide, magistrali e piene di significato che ci ricordano, ancora una volta, che dietro ogni libertà c'è una sentenza e poiché siamo esseri liberi dobbiamo sempre e comunque cavarcela da soli.
Profile Image for Giovanni84.
327 reviews81 followers
July 7, 2020
Un ex avvocato si "confessa", con un tizio appena conosciuto, raccontando la presa di coscienza della propria doppiezza morale, e le conseguenze di questa consapevolezza.
Un racconto fatto di non poche digressioni, e condito da riflessioni varie.

Si tratta di un romanzo che racconta la caduta morale di un uomo, e la sua soluzione che non è davvero una soluzione, ma un'accettazione. Un argomento di per sè affascinante, e che Camus sa rendere credibile e coinvolgente.

Non condivido la visione dell'umanità che esprime il protagonista del romanzo, che giudico piuttosto semplicistica. Ma poco importa: la scrittura è notevole, il protagonista sembra parlare direttamente a noi, come se fossimo con lui ad Amsterdam, ed il suo racconto è incisivo e convincente.

Profile Image for Sergio Caredda.
298 reviews14 followers
August 31, 2019
Clamence, avvocato parigino, abbandona la sua carriera e sceglie un locale malfamato ad Amsterdam come “ufficio” per un nuovo lavoro: il giudice-penitente.
Attraverso un quasi monologo con un connazionale, Egli descrive il perché abbi scelto di redimersi confessando se stesso e spingendo gli avventori del locale a fare lo stesso per pulirsi la coscienza. Non è però un racconto di redenzione: tutt’altro. Tutto alla fine viene giustificato, dando una lettura matura e acida della società tutta, e del suo vivere nel rimorso costante.
Profile Image for Freca - Narrazioni da Divano.
413 reviews25 followers
January 10, 2020
Un monologo, o meglio un dialogo in cui mancano le risposte dell'interlocutore che vengono però lasciato intendere esistano, del protagonista sulla sua vita: tramite questo racconto, molto coinvolgente per la tecnica narrativa che fa sembrare come se il personaggio ti parlasse direttamente, l'autore mostra la sua concezione della miseria umana quasi in un ideale continuazione de lo straniero dal punto di vista tematico.
2 reviews2 followers
April 7, 2024
Impossibile non riconoscersi in almeno un difetto descritto dall'eroe di Camus. Impossibile non provare ribrezzo e, allo stesso tempo, rivedersi a malincuore nelle dinamiche narrate dal penitente, che riesce così nel suo scopo e si erige a giudice. Più in alto di tutti, e sicuramente di te.

Se non ti fai un po' schifo dopo averlo letto probabilmente menti a te stesso, ed è divertente proprio per questo. Lo straniero non mi aveva preso molto, questo lo rileggerei domani.
Nuovo libro preferitooo
Profile Image for Nicola  Balestri.
39 reviews9 followers
December 2, 2014
In questo libro una frase ogni tre è da sottolineare, infatti la Bompiani ha messo quattro fogli per le note in fondo al volume... Sono frasi molto ciniche che potrebbero rivoltarvisi contro, vanno pesate ad ogni uso, attenzione!!
Profile Image for giulia grauso.
22 reviews
April 18, 2020
Assurdo, forte, brutalmente umano
e senza mezze misure.
Jean-Baptiste Clamence è l'esasperazione esponenziale dell'egocentrismo umano, privato della maschera che solitamente veste.
Profile Image for Scassandra.
421 reviews12 followers
July 9, 2023
Quando uno, di mestiere o per vocazione, ha meditato a lungo sull’uomo, gli accade di provare nostalgia per i primati. Quelli non hanno pensieri reconditi.
Profile Image for _julsreads_.
66 reviews85 followers
July 17, 2024
5/5
letto d’un fiato
scritto BENISSIMO
amo la forma del monologo
amo camus
amo la descrizione così precisa dell’egoismo di fare il bene al prossimo
🎀
Profile Image for Elettra.
450 reviews28 followers
October 17, 2025
Romanzo breve di Albert Camus, “La caduta” è un monologo incalzante e serrato del protagonista Clemence rivolto a un interlocutore muto. Questo espediente narrativo coinvolge direttamente il lettore, perchè senza volerlo si trova nei panni dell'ascoltatore, costretto a confrontarsi con le confessioni di Clemence. Avvocato parigino che, dopo aver vissuto nell'illusione della propria virtù e altruismo, presa coscienza della sua doppiezza e falsità, è costretto, a seguito di una “caduta” a confrontarsi con la sua profonda vanità e il palese egoismo. Cambiata vita e divenuto “giudice penitente”, pensa di redimere sé stesso confessando le proprie colpe, autoaccusandosi in modo ossessivo davanti agli eventuali uditori. In questo c’è un’analisi lucida dell’ipocrisia morale in cui si dibatte la società. Ma tali confessioni non costituiscono una vera redenzione, anzi! Il suo non è un atto di reale redenzione, ma una tattica sottile. Confessando le proprie colpe egli costringe l'interlocutore a riconoscere la stessa falsità e la stessa colpa in sé. Incolpando sé stesso, ottiene il diritto morale di giudicare tutti gli altri. Ma non si è redento affatto! Anzi da questa sua forzata penitenza emerge lo stesso egocentrismo, la stessa vanità che aveva prima. In conclusione ci troviamo di fronte ad una riflessione molto amara sullo smarrimento dell’innocenza della condizione umana e sull’impossibilità di una redenzione.
Profile Image for bianca.
100 reviews10 followers
January 29, 2022
cosa posso dire. una storia alternativa e a tratti, ammetto, difficile, ma che colpisce e stupisce per la bravura di Camus nello scrivere. Credo mi sia piaciuto molto di più lo straniero, in quanto si soffermava su episodi e riflessioni più facilmente comprensibili e concreti. In ogni caso, anche in questo libro, ci si confronta con riflessioni e pensieri comuni, ma che mai avevo visto essere espressi così magnificamente. E' un libro che sento di dover rileggere ancora molte volte, quando forse sarò anche più grande e consapevole, per comprendere al meglio tutto ciò che Camus voleva spiegare. Ma ciò che si capisce, con a tratti delusione e sorpesa, è che questa non è la storia di Jean Baptiste, di un giudice penitente ormai senza lavoro, ma è la descrizione più accurata del genere umano, delle sue menzogne e verità, della sua bramosia di potere e di sopraffazione. E Camus lo sottolinea bene nel finale del libro, dicendo: "Intanto, però, il ritratto che porgo ai miei contemporanei diventa uno specchio.”
credo proprio di aver trovato uno dei miei autori preferiti!

(storia 3.5, scrittura 4.5)
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