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Les Chemins de la Liberté #2
The Reprieve
An extraordinary picture of life in France during the critical eight days before the signing of the fateful Munich Pact and the subsequent takeover of Czechoslovakia in September 1938. Translated from the French by Eric Sutton.
464 pages, Paperback
First published January 1, 1945
About the author
Jean-Paul Sartre
1,137 books13.6k followersJean-Paul Charles Aymard Sartre was a French philosopher, playwright, novelist, screenwriter, political activist, biographer, and literary critic, considered a leading figure in 20th-century French philosophy and Marxism. Sartre was one of the key figures in the philosophy of existentialism (and phenomenology). His work has influenced sociology, critical theory, post-colonial theory, and literary studies. He was awarded the 1964 Nobel Prize in Literature despite attempting to refuse it, saying that he always declined official honors and that "a writer should not allow himself to be turned into an institution."
Sartre held an open relationship with prominent feminist and fellow existentialist philosopher Simone de Beauvoir. Together, Sartre and de Beauvoir challenged the cultural and social assumptions and expectations of their upbringings, which they considered bourgeois, in both lifestyles and thought. The conflict between oppressive, spiritually destructive conformity (mauvaise foi, literally, 'bad faith') and an "authentic" way of "being" became the dominant theme of Sartre's early work, a theme embodied in his principal philosophical work Being and Nothingness (L'Être et le Néant, 1943). Sartre's introduction to his philosophy is his work Existentialism Is a Humanism (L'existentialisme est un humanisme, 1946), originally presented as a lecture.
Sartre held an open relationship with prominent feminist and fellow existentialist philosopher Simone de Beauvoir. Together, Sartre and de Beauvoir challenged the cultural and social assumptions and expectations of their upbringings, which they considered bourgeois, in both lifestyles and thought. The conflict between oppressive, spiritually destructive conformity (mauvaise foi, literally, 'bad faith') and an "authentic" way of "being" became the dominant theme of Sartre's early work, a theme embodied in his principal philosophical work Being and Nothingness (L'Être et le Néant, 1943). Sartre's introduction to his philosophy is his work Existentialism Is a Humanism (L'existentialisme est un humanisme, 1946), originally presented as a lecture.
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Community Reviews
Displaying 1 - 5 of 5 reviews
March 22, 2011
Non ho trovato il titolo in italiano, tradotto in edizione Mondadori "Il rinvio".
Sguardi, gesti e parole fanno da confine a questa moltidudine di storie che si susseguono intrecciandosi. Storie d'amore, storie di speranza, di rassegnazione e di disincanto. C'è chi spera e chi è disperato. Tutti attendono qualcosa che non arriva. Sanno che la guerra arriverà, e intanto si fa attendere. I bambini non comprendono, le donne piangono e nessuno sta a sentirle, non vengono mai prese sul serio. Gli uomini, sono i duri, devono fare i duri. A loro la guerra non fa paura. Così dicono! Una scusa per esser qualcuno per Mathieu. La fifa di Pierre. La giustizia per un mutilato della prima guerra, Charles. La fine per altri. L'inizio per Hitler!
Ecco cosa emerge da questo libro: storie di vita, dettagli. L'esistenzialismo di Sartre, con tutte le sue accortezze, le sue minuziosità.
Sguardi, gesti e parole fanno da confine a questa moltidudine di storie che si susseguono intrecciandosi. Storie d'amore, storie di speranza, di rassegnazione e di disincanto. C'è chi spera e chi è disperato. Tutti attendono qualcosa che non arriva. Sanno che la guerra arriverà, e intanto si fa attendere. I bambini non comprendono, le donne piangono e nessuno sta a sentirle, non vengono mai prese sul serio. Gli uomini, sono i duri, devono fare i duri. A loro la guerra non fa paura. Così dicono! Una scusa per esser qualcuno per Mathieu. La fifa di Pierre. La giustizia per un mutilato della prima guerra, Charles. La fine per altri. L'inizio per Hitler!
Ecco cosa emerge da questo libro: storie di vita, dettagli. L'esistenzialismo di Sartre, con tutte le sue accortezze, le sue minuziosità.
January 13, 2025
LA FRANCIA ASPETTA CHE LA GUERRA ARRIVI
“Un calor rosso, crepitante, laminato s’era rovesciato sull’Europa; la gente aveva caldo sulle mani, in fondo agli occhi, nei bronchi; aspettava, nauseata di afa, di polvere e d’angoscia.”
Non è forse facile da immaginare, ma nel settembre del 1938 l’Europa tutta, ancora mezza sudata dalla morente stagione estiva e già pronta all’arrivo della salvifica aria fresca autunnale, aspettava. Si stavano decidendo le sorti del continente, tra il 25 e il 30 settembre di quell’anno: la Germania di Hitler avrebbe acconsentito a un accordo tra le parti o avrebbe tirato dritto verso un conflitto di dimensioni apocalittiche? Jean-Paul Sartre annota minuziosamente l’attesa, gli scatti in avanti e i passi indietro delle trattative diplomatiche col Führer nel romanzo “Il rinvio”, edito in francese nel 1945 e in italiano nel 1948, da Mondadori. Seconda pubblicazione della trilogia “I cammini della libertà”, questo libro è una videocamera puntata in faccia a tanti personaggi, in città francesi e non, per ricavarne un documentario che risponda alla domanda: cosa fa la gente normale, mentre aspetta che una guerra scoppi?
“Il jazz era un inizio, e il cinema, che ho tanto amato, era un inizio. E il surrealismo. E il comunismo. Esitavo, ero lentissimo nella scelta, avevo tempo. Il tempo, la pace erano la stessa cosa. Ora tutto quell’avvenire è qui, ai miei piedi, morto.”
Dicevamo: che postura si assume, mentre attendi che le cose, animate e inanimate, finiscano? Perché se la guerra ci sarà, tutto finirà, questo i numerosi personaggi del libro (alcuni già introdotti ne “L’età della ragione”, primo volume della trilogia) lo sanno bene. E rispondono ciascuno a modo suo: Mathieu, il protagonista, si dimena tra il dolore di una vita che sente vissuta invano e un’angoscia che, almeno, restituisce una percezione del mondo meno alterata; Gros-Luis, pastore analfabeta, si ritrova coscritto, senza neanche sapere perché si imbracceranno le armi. Boris intende mettere finalmente alla prova la sua virilità in trincea, Daniel si sente sotto l’occhio scrutatore del divino, Philippe, ricco e viziato, ha il capriccio del pacifismo, senza sapere nemmeno cosa sia la vita vera dei proletari.
Sartre salta da una vita all’altra senza soluzione di continuità, accostando due esistenze opposte e accomunate dalla tragedia incombente (“Il cielo ci sprofonderà sulla testa”) anche nella stessa frase, finanche nella stessa riga. E non è neppure questa la magia migliore che compie: sbalorditivo è il talento di ritrarre il conflitto come una gas tossico infiltrante, che prima è diluito quasi omogeneamente nell’aria, sotto forma di vaghe voci di corridoio, e poi in modo inarrestabile si fa entità tangibile, prossima, mutando in discorsi di falsa diplomazia alla radio e, infine, in aerei che profanano cieli che erano pacifici. È questa, allora, la guerra: un destino che il singolo non può eludere – forse qualche singolo ricco, sì - e che perciò si affronta solo come collettività, a cui viene tolta la terra da sotto ai piedi, mentre le città si svuotano e le strade, dice Sartre, finiscono assassinate.
“Sulla rotonda del Provençal l’orchestra suonava la Sérénade portugaise. Erano tre musicisti. Italiani. Odette si sentì commossa: era sempre così strana la musica all’aria aperta, così tenue, così futile. Soprattutto ora: tonnellate di calura e di guerra gravavano sul mare, sulla rena, e quel grido di topo che saliva diritto verso il cielo...”
Gli uomini sono, naturalmente, le voci principali dell’opera: d’altronde, cosa possono dire o fare le donne, che in guerra comunque non ci andranno? Sartre le ritrae perlopiù come distanti, insensibili, annoiate; rompono questo ciclo, o almeno ci provano, solo Zezette, che appone una firma, speranzosa e impaurita, su una lettera che dovrebbe manifestare la volontà delle donne francesi di evitare il conflitto e Ivich, consapevole che le trincee sono lontane, ma che gli stupri di guerra accomuneranno le sorti delle francesi.
I politici, al contrario, sono qui descritti come stremati dallo sforzo inutile di ragionare con Hitler, ma restano anche distanti dal popolo, che, in ogni caso, è la vera preda in trappola. In effetti, la stregoneria della diplomazia è proprio questa: la vita di milioni di persone in mano a pochi, inavvicinabili personaggi, che ne dispongono a loro piacimento.
Consiglio assolutamente questo libro per due ragioni: la prima è la genialità delle immagini evocate da Sartre, che da sole valgono la lettura delle più di 400 pagine del libro (voglio dire, cosa grida più “apocalisse incombente” di un violino che suona come “un grido di topo diritto verso il cielo”???)
La seconda è squisitamente attuale: la guerra esiste da quando esiste il mondo e non bisogna mai, mai abbassare la guardia su chi la propaganda. Capisco bene la tentazione di sentirsi superiori ai nostri nonni o bisnonni, di credere che noi siamo evoluti, ragionevoli, razionali e che, a noi, la seconda guerra mondiale non possa accadere. E tuttavia è proprio su questa falsa percezione che inciampa la lucidità: chi vuole la guerra è sempre a lavoro per ottenerla ed è fondamentale assimilare la nozione che è la pace la vera eccezione. Per questo leggere le parole di chi la guerra l’ha vista avvicinarsi, infuriare e ritirarsi, come un’onda anomala che trascina via l’anima di persone e città, è un esercizio di immedesimazione e umiltà obbligatorio.
“Mathieu si fermò, alzò il capo e lo guardò. Un cielo qualsiasi, senza privilegi. E io sotto questa grande equivalenza: qualunque. Qualunque, in qualsiasi posto: è la guerra.”
“Un calor rosso, crepitante, laminato s’era rovesciato sull’Europa; la gente aveva caldo sulle mani, in fondo agli occhi, nei bronchi; aspettava, nauseata di afa, di polvere e d’angoscia.”
Non è forse facile da immaginare, ma nel settembre del 1938 l’Europa tutta, ancora mezza sudata dalla morente stagione estiva e già pronta all’arrivo della salvifica aria fresca autunnale, aspettava. Si stavano decidendo le sorti del continente, tra il 25 e il 30 settembre di quell’anno: la Germania di Hitler avrebbe acconsentito a un accordo tra le parti o avrebbe tirato dritto verso un conflitto di dimensioni apocalittiche? Jean-Paul Sartre annota minuziosamente l’attesa, gli scatti in avanti e i passi indietro delle trattative diplomatiche col Führer nel romanzo “Il rinvio”, edito in francese nel 1945 e in italiano nel 1948, da Mondadori. Seconda pubblicazione della trilogia “I cammini della libertà”, questo libro è una videocamera puntata in faccia a tanti personaggi, in città francesi e non, per ricavarne un documentario che risponda alla domanda: cosa fa la gente normale, mentre aspetta che una guerra scoppi?
“Il jazz era un inizio, e il cinema, che ho tanto amato, era un inizio. E il surrealismo. E il comunismo. Esitavo, ero lentissimo nella scelta, avevo tempo. Il tempo, la pace erano la stessa cosa. Ora tutto quell’avvenire è qui, ai miei piedi, morto.”
Dicevamo: che postura si assume, mentre attendi che le cose, animate e inanimate, finiscano? Perché se la guerra ci sarà, tutto finirà, questo i numerosi personaggi del libro (alcuni già introdotti ne “L’età della ragione”, primo volume della trilogia) lo sanno bene. E rispondono ciascuno a modo suo: Mathieu, il protagonista, si dimena tra il dolore di una vita che sente vissuta invano e un’angoscia che, almeno, restituisce una percezione del mondo meno alterata; Gros-Luis, pastore analfabeta, si ritrova coscritto, senza neanche sapere perché si imbracceranno le armi. Boris intende mettere finalmente alla prova la sua virilità in trincea, Daniel si sente sotto l’occhio scrutatore del divino, Philippe, ricco e viziato, ha il capriccio del pacifismo, senza sapere nemmeno cosa sia la vita vera dei proletari.
Sartre salta da una vita all’altra senza soluzione di continuità, accostando due esistenze opposte e accomunate dalla tragedia incombente (“Il cielo ci sprofonderà sulla testa”) anche nella stessa frase, finanche nella stessa riga. E non è neppure questa la magia migliore che compie: sbalorditivo è il talento di ritrarre il conflitto come una gas tossico infiltrante, che prima è diluito quasi omogeneamente nell’aria, sotto forma di vaghe voci di corridoio, e poi in modo inarrestabile si fa entità tangibile, prossima, mutando in discorsi di falsa diplomazia alla radio e, infine, in aerei che profanano cieli che erano pacifici. È questa, allora, la guerra: un destino che il singolo non può eludere – forse qualche singolo ricco, sì - e che perciò si affronta solo come collettività, a cui viene tolta la terra da sotto ai piedi, mentre le città si svuotano e le strade, dice Sartre, finiscono assassinate.
“Sulla rotonda del Provençal l’orchestra suonava la Sérénade portugaise. Erano tre musicisti. Italiani. Odette si sentì commossa: era sempre così strana la musica all’aria aperta, così tenue, così futile. Soprattutto ora: tonnellate di calura e di guerra gravavano sul mare, sulla rena, e quel grido di topo che saliva diritto verso il cielo...”
Gli uomini sono, naturalmente, le voci principali dell’opera: d’altronde, cosa possono dire o fare le donne, che in guerra comunque non ci andranno? Sartre le ritrae perlopiù come distanti, insensibili, annoiate; rompono questo ciclo, o almeno ci provano, solo Zezette, che appone una firma, speranzosa e impaurita, su una lettera che dovrebbe manifestare la volontà delle donne francesi di evitare il conflitto e Ivich, consapevole che le trincee sono lontane, ma che gli stupri di guerra accomuneranno le sorti delle francesi.
I politici, al contrario, sono qui descritti come stremati dallo sforzo inutile di ragionare con Hitler, ma restano anche distanti dal popolo, che, in ogni caso, è la vera preda in trappola. In effetti, la stregoneria della diplomazia è proprio questa: la vita di milioni di persone in mano a pochi, inavvicinabili personaggi, che ne dispongono a loro piacimento.
Consiglio assolutamente questo libro per due ragioni: la prima è la genialità delle immagini evocate da Sartre, che da sole valgono la lettura delle più di 400 pagine del libro (voglio dire, cosa grida più “apocalisse incombente” di un violino che suona come “un grido di topo diritto verso il cielo”???)
La seconda è squisitamente attuale: la guerra esiste da quando esiste il mondo e non bisogna mai, mai abbassare la guardia su chi la propaganda. Capisco bene la tentazione di sentirsi superiori ai nostri nonni o bisnonni, di credere che noi siamo evoluti, ragionevoli, razionali e che, a noi, la seconda guerra mondiale non possa accadere. E tuttavia è proprio su questa falsa percezione che inciampa la lucidità: chi vuole la guerra è sempre a lavoro per ottenerla ed è fondamentale assimilare la nozione che è la pace la vera eccezione. Per questo leggere le parole di chi la guerra l’ha vista avvicinarsi, infuriare e ritirarsi, come un’onda anomala che trascina via l’anima di persone e città, è un esercizio di immedesimazione e umiltà obbligatorio.
“Mathieu si fermò, alzò il capo e lo guardò. Un cielo qualsiasi, senza privilegi. E io sotto questa grande equivalenza: qualunque. Qualunque, in qualsiasi posto: è la guerra.”
April 30, 2024
Romanzo esistenzialista di Sartre che ci racconta l'angoscia degli europei nella settimana di crisi del 1938, quella che precede la firma degli Accordi di Monaco. Attraverso una nuova tecnica narrativa complessa, Sartre ci restituisce l'inquietudine e le incertezze dei personaggi attraverso una moltitudine di punti di vista
October 17, 2020
All'inizio non riuscivo a capire le varie location in cui si svolgevano le vicende dei vari personaggi, ma poi sono entrata nella storia e mi è piaciuta un sacco. Quest'idea dell'attesa pervade tutto il romanzo e ogni personaggio a modo suo sta in bilico sul bordo del baratro. D'effetto.
January 14, 2013
Un formicolare di personaggi, a occhio almeno una ventina, le cui vicende rimangono separate per tutto il romanzo, e di cui si descrivono le azioni alternandole all'interno dello stesso capoverso: un romanzo con la dose di sperimentalità che ci si aspetta da un famoso filosofo. Tutte queste vicende si svolgono all'ombra dei giorni precedenti la conferenza di Monaco del 1938, quando prima sembrò che stesse per scoppiare la guerra e poi tutti, o quasi, esultarono per la "pace" - e chiudendo il libro si ha un moto di simpatia per l'esclamazione di Edouard Daladier: "Che imbecilli!".
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