Questo libro racconta la vita di Alberto Sed dalla nascita ai giorni nostri. Rimasto orfano di padre da bambino, Alberto è stato per anni in collegio. Le leggi razziali del 1938 gli hanno impedito di proseguire gli studi. Il 16 ottobre 1943 è sfuggito alla retata effettuata nel ghetto di Roma. E' stato catturato in seguito, insieme alla madre e alle sorelle Angelica, Fatina ed Emma. Dopo il transito da Fossoli, la famiglia è giunta ad Auschwitz su un carro bestiame. Emma e la madre, giudicate inabili al lavoro nella selezione condotta all'arrivo, sono finite subito nella camera a gas. Angelica, un mese prima della fine della guerra, è stata sbranata dai cani per il divertimento delle SS. Solo Fatina è tornata, segnata da ferite profonde: ha assistito alla fine di Angelica ed è stata sottoposta agli esperimenti del dottor Mengele. Alberto è sopravvissuto a varie selezioni, alla fame, alle torture, all'inverno, alle marce della morte. Ha partecipato per un pezzo di pane ad incontri di pugilato fra prigionieri organizzati la domenica per un pubblico di SS con le loro donne. Dopo essere scampato a un bombardamento, è stato liberato a Dora nell'aprile 1945. Tornato a Roma, superate le difficoltà di reinserimento, ha iniziato a lavorare nel commercio dei metalli e si è sposato. Ha tre figli, sette nipoti e tre pronipoti.
Ieri, 2 novembre 2019, ci ha lasciati Alberto Sed, e con la sua scomparsa il numero di quanti hanno potuto vedere con i propri occhi e narrare l’inenarrabile si assottiglia sempre di più. Noi possiamo leggerlo, però, e continuare a essere così la sua, la loro voce, parlandone e spingendo altri a leggerlo.
La memoria è uno strano luogo in cui gli eventi possono accadere all'infinito.
Anche quest'anno, come ogni anno dai tempi di Anobii, ho letto un libro sulla Shoah per ricordare, commemorare, onorare, attraverso il Giorno della Memoria, i sei milioni di ebrei uccisi dai nazisti. Cerco di farlo, perlopiù, attraverso le testimonianze dei sopravvissuti, facendo risuonare dentro di me le loro voci. Ho il timore, forse ancor più il terrore che il timore, di quello che succederà quando anche l'ultima fra queste voci si sarà spenta, quando resteranno solamente le parole scritte, ma non sarà più possibile guardare nel fondo dei loro occhi, spostare lo sguardo sul numero marchiato a fuoco sulle loro braccia, ascoltare ancora una volta, nelle loro parole, lo sgomento, il terrore, l'incredulità, il dolore. Anche per questo, convinta che la forza delle parola scritta e della testimonianza sia comunque importante, perché indelebile, continuo a leggere, nella speranza che quando toccherà alla seconda linea, ai loro parenti e amici, agli studiosi agli intellettuali e agli storici raccogliere il testimone, il passaggio sarà ben saldo, la presa non sarà distratta, né l'ascolto sarà mai superficiale o indebolito dal trascorrere del tempo. Perché, come scriveva Primo Levi, se è accaduto potrà accadere di nuovo.
Qualche mese fa, in tutt'altro contesto, ho incontrato Roberto Riccardi e ascoltato il suo breve cenno a questo libro, il suo racconto sulla sua conoscenza con Alberto Sed, che era passato a salutare poco prima della presentazione e che non vedeva da un po' di tempo. Mi ha incuriosita l'idea di un colonnello dell'Arma, qual è Riccardi, scrittore di gialli, alle prese con quello che forse è il più grande delitto compiuto dall'umanità. Dico "delitto" non a caso, perché sono fra le prime parole che usa, forse già in prima pagina, e questo mi ha colpita profondamente, perché Riccardi è un Carabiniere, ma è anche uno scrittore, e non usa a caso questo temine, le parole sono importanti: è stato un delitto, prima di tutto, poi tutto il resto, tutti i termini che siamo soliti associare alla Shoah; così come gli ebrei preferiscono usare il termine Shoah (catastrofe, distruzioni) a quello Olocausto (bruciato interamente); le parole sono importanti.
Storia di Alberto Sed, dunque, del ragazzino di quindici anni (oggi novantenne), che sfuggì con la sua famiglia (madre e tre sorelle, orfano di padre) ai rastrellamenti del ghetto del 16 ottobre, ma che fu catturato poco tempo dopo in un magazzino nei pressi di Porta Pia dove si nascondevano insieme ad altri parenti.
Alberto Sed e la sua famiglia, la madre Enrica e le sorelle Emma, Angelica e Fatina: da Auschwitz tornarono solo lui e Fatina, l'ultima a destra.
Storia di Alberto Sed che giunto ad Auschwitz fu separato dalla madre e dalle sorelle (la mamma e la più piccola furono uccise subito, perché ritenute inadatte al lavoro) visse l'orrore per un anno e mezzo della sua vita (da Auschwitz fu evacuato a Nordhausen attraverso la drammatica marcia sulla neve di cui altri hanno già scritto e alla quale in pochi sopravvissero) e che al suo ritorno (fra i pochissimi minori, racconta Riccardi tornati a casa da Auschwitz e fra i pochissimi sopravvissuti della sottosezione del campo Dora-Mittelbau), ritrovò solo la sorella Fatina che ad Auschwitz, nella zona femminile, aveva assistito all'uccisione della sorella Angelica (lasciata sbranare dai cani per divertimento) ed era stata lei stessa sottoposta da Mengele ai suoi bestiali esperimenti.
Storia di Alberto Sed, al quale Riccardi la fa raccontare in prima persona, in cui non c'è mai una parola di odio, né di vendetta, né di rivincita: l'unica sua rivincita, a chi gli chiedeva in suo nome di tornare ad Auschwitz da uomo libero (e dove mai è voluto tornare) è stata la sua bella famiglia: la moglie Renata, le tre figlie, i nipoti e, ora, anche i pronipoti, e con loro la vita che è stato capace di ricominciare a vivere, il coraggio che è riuscito a trovare, dopo anni di silenzio, per raccontare la sua storia, per far sì che la sua voce, unita alle tante altre dei tanti altri sopravvissuti, non finisse per essere dimenticata.
Storia di Alberto Sed, che è stato un numero, ma poi è tornato alla vita.
Il cuore degli uomini, anche se è ferito, calpestato, resta il fondo di un prato. Gli bastano l'acqua e il sole per fiorire. Gocce quante ne occorrono, certo, e i raggi adatti a dargli luce. Ma l'erba non può trasformarsi in sabbia.
Ne želim da stavim brojčanu oznaku na utiske o ovoj knjizi. Želim da vam je preporučim kao što preporučujem Dnevnik Ane Frank i želim da je zaista pročitate i želim da se zlo pamti i želim smrt fašizmu.
Gledam ovu knjigu na polici godinama i sve me grize savest jer je poklon (hvala, Borise) a ja nikako da smognem hrabrosti i da je pročitam. I na kraju sam se sad naterala jer je leto i dani su dugi, ima dovoljno svetlosti da se pretrpi i takav mrak. "Bio sam samo broj" predstavlja uobličene i povezane autorove razgovore s Albertom Sedom, preživelim logorašem. Sve vreme sam bila ubeđena da je Rikardi neki publicista pa me je iznenadilo to što je čovek zapravo vojno lice i ovo mu je bila prva objavljena knjiga. Rikardi se, koliko se može proceniti, potrudio da u što većoj meri prepusti scenu Albertu: čujemo prevashodno njegov glas, ovaj tekst se može čitati kao njegova celovita, zaokružena ispovest, i tek po nekim intervencijama i vremenskim "preskakanjima" u tekstu postaje jasno da su u pitanju morali biti duži razgovori koji su potom povezivani u celinu i prerađivani. Rikardi možda nije Svetlana Aleksijevič, ali jeste na tragu takve dokumentarne proze. Alberto Sed nam prenosi svoju tešku i mučnu priču o gubitku najbližih, o životu u logoru i naporu povratka u normalni život, uz česte digresije o drugim ljudima koje je tako upoznao, našao ili izgubio. I tu se krije za mene najveće iznenađenje ove knjige: Sed, naime, o užasu i mraku govori otvoreno, ali takođe naglašava postojanje svetlosti i dobrote, i u celom nevelikom tekstu vraća se na primere ljudi koji su njemu ili drugima pomogli u ključnim trenucima, često rizikujući vlastiti život - od upravnice internata koja je uspela da sakrije svoje jevrejske đake od nacista, pa do čoveka koji ga je za vreme bombardovanja potkraj rata uvukao u zaklon, na sigurno. I taj veliki, svesni trud da se nađe i prepozna ono najbolje u ljudskome rodu, trud da se nađe i zadrži potvrda i vera u život i u druge, jeste ono što Seda i njegovu posleratnu egzistenciju izdvaja od tolikih drugih koji nisu imali takvu gotovo zastrašujuću snagu i volju za životom.
Kako da vam napišem osvrt na knjigu za koju sam prije samog čitanja znala da će mi izvrnuti dušu naopako i želudac vezati u čvor? Kako da vam objasnim moju svjesnu odluku da vrlo često uzimam baš takve teme, čak i kad znam uglavnom sve, bilo iz škole još ili iz života?
Mogu to u stvari objasniti na dva načina.
Prvi je da ja stvarno više od svega cijenim lična iskustva i lične priče, bez obzira o čemu se radi. Volim ih čitati kad su u pitanju uspjesi i bilo šta lijepo, jer iz takvih ukradem mrvu inspiracije i za sebe. Ali ih isto tako volim čitati i kad su u pitanju patnje i muke bilo koje vrste, jer iz njih možemo naučiti koliko je čovjek neobično i misteriozno biće.
Preko tri godine truda je uloženo da ovu knjigu izdamo i mislim da ovdje nema baš dovoljno prostora da opišem zbog čega je sve volim, ali pisao sam za mondo.ba nešto više o tome pa koga interesuje neka pročita tekst. Inače, knjiga je da vam se digne kosa na glavi. http://mondo.ba/a795175/Magazin/Kultu...
Divna jedna i užasno potresna knjiga o svim srećama i nesrećama nekoga čiji je život obilježio Aušvic. Pored tog sloja iznošenja potresnih događaja, knjiga je veoma lijepo pisana, ispunjena fino utkanim poređenjima i uspjelim metaforičkim konstrukcijama. Jedna od meni dražih jeste ta gdje se masovno stradanje naroda u logoru i činjenica da su svi umirali tako zajedno poredi sa stradanjem šume u požaru, gdje sva stabla zajedno dočekuju svoj kraj.
Sedetevi, ma non troppo comodi:abbiate una via di fuga al sole e nell’azzurro. Copritevi bene, sentirete freddo oppure cercate l'abbraccio di chi amate. Nascete con Alberto Sed, crescete con lui nella Roma delle leggi razziali: siate ebrei. Nascondetevi, siate catturati e deportati da ragazzini: siate soli. Siate numerati, rasati e affamati. Stremati dal lavoro, dalla paura e dai colpi. O dalle marce della morte, con la neve negli occhi e la morte nelle gambe. Siate troppo piccoli per capire quella luce di speranza che vi fa battere il cuore e che richiama angeli in carne ed ossa ad aiutare la sorte e la Vita. La vostra. Sopravvivete e contatevi: quanti siete? chi? Sopravvivete e raccontate. E lasciate che con l’autore di questo libro anch’io mi faccia delle domande: dov’era Dio mentre avveniva quella catastrofe? dov’era l’uomo? dove il suo cuore, la sua coscienza? dove mi sarei stata io, durante la Shoà? e come vivo io, qui e ora? Vero che adesso dovete uscire a respirare a fondo, facendovi scaldare il cuore? R@
Come raccontare la negazione di ogni valore, come raccontare l'inferno in terra, come raccontare il dolore, la sofferenza, la crudeltà, ma anche come raccontare la dignità, la speranza, la forza.
Grazie mille, Alberto, per il tuo coraggio e per il tuo racconto. Non lo dimenticherò mai.
Tetovaža sa brojem je za mnoge značila gubljenje smisla života, ljudskog dostojanstva i tragova prethodnog života. Tetovaža je bila otisak zveri. Ali to nije pogodilo Alberta Seda, glavnog naratora ove priče. On je, uprvkos svim tragičnim trenucima koji su ga pratili do kraja Drugog svetskog rata, uspeo da se izdigne iz ruševine života i dostojanstva u koje su ga bacali u radnim i koncentracionim logorima. Preživeo je i nastavio je da živi, gledajući na život nekim drugim očima..
Ova drama-biografija obiluje brojnim opomenama zato je važno da čitamo o Holokaustu i zašto je važno da poštujemo žrtve, kao i one koji su preživeli. Ona je omaž na milione glasova koje nikada nećemo čuti..
Un racconto di uno spaccato di vita doloroso, un racconto dell'inimmaginabile, dell'inferno umano, del Male che schiaccia l'umanità e ogni tipo di valore. Leggere questo libro è un dovere, un dovere che abbiamo come essere umani, un dovere in modo da venire a conoscenza di ciò che crediamo non possa esistere, perché troppo perfido o malvagio, un dovere perché ci crediamo troppo superiori per non compiere di nuovo gli errori compiuti da altri nel passato, quando in realtà basta molto poco. È stato un onore leggere la vita di Alberto Sed. Mi auguro che chiunque abbia la possibilità di farlo. Un libro in cui ogni singola parola ha un suo enorme peso, ed è necessario riflettere e fermarsi ad ogni pagina.
Per non dimenticare "Ma quel 27 gennaio, che oggi viene celebrato come il Giorno della Memoria, dai cancelli aperti di Auschwitz non uscirono solo poveri prigionieri, ridotti in fin di vita. Uscì la libertà rinchiusa, la giustizia calpestata. Forse a uscirne fu l'intera umanità." Di fronte a questo libro, preferisco pormi così: in ascolto rispettoso delle parole di Alberto Sed, così come ha fatto lo stesso Riccardi che come autore è quasi scomparso, dietro il suo protagonista. Perché non ci sono parole per commentare l'orrore e il male assoluto, ma è meglio lasciar emergere le figure di grande umanità di Alberto e dei suoi compagni, che ci dimostrano che anche in mezzo al buio più assoluto può aprirsi uno spiraglio di luce.
Bello, per quanto bello può essere ripercorrere l'orrore dell'Olocausto attraverso lo sguardo lucido e mai carico d'odio di chi quell'orrore l'ha vissuto. Alberto Sed ha scelto di non odiare, questo lo ha aiutato a sopravvivere non solo al campo di sterminio, ma al rientro nella normalità. Quel rientro che a tanti sopravvissuti non è riuscito. E la sua testimonianza ci lascia alla fine con la domanda più importante: perché è successo? Né Sed né Riccardi, che ne ha raccolto le parole, danno una risposta. Ed è interessante la spiegazione che Riccardi dà di questa scelta: capire sarebbe un po' giustificare. E non c'è giustificazione per la banalità del male assoluto.
Questo è un romanzo che fa male, le pagine sono intrise dei sentimenti più disparati, terrore, angoscia, dolore, vergogna, umiliazione, speranza, amore, rinascita, le singole parole sono stilettate, profonde e pungenti. Un viaggio commovente ed emozionante che racconta la storia del giovane Alberto Sed, un bambino cresciuto troppo in fretta, un bambino il cui mondo, improvvisamente, cade in pezzi in nome di quelle leggi razziali, senza fondamento, secondo le quali "...quelli come lui non possono più stare con gli altri...". Recensione completa sul blog: http://appuntidiunagiovanereader.blog...
Pročitali smo mnogo knjiga i pogledali mnogo filmova sa tematikom Holokausta, ali ovakva knjiga se neće ponoviti. Ne mogu vam reći zašto i koliko je bitna knjiga dok sami ne pročitate. Njena veličina leži u iskrenom, detaljnom pripovedanju. O stradanjima znamo faktografski, ali kako ta stradanja vidi neko ko je sve osetio na svojoj koži dok je imao tek 15ak godina... Odrastati u logoru smrti, čekati jedan glas da je neko naš živ. Pitati se ko smo, kolika je naša izdržljivost i da li život vredi nastavljati. Ova knjiga je mnogo više od jedne priče. Ova knjiga je iskrena emocija koju bi svako morao pročitati.
Divna jedna i užasno potresna knjiga o svim srećama i nesrećama nekoga čiji je život obilježio Aušvic. Pored tog sloja iznošenja potresnih događaja, knjiga je veoma lijepo pisana, ispunjena fino utkanim poređenjima i uspjelim metaforičkim konstrukcijama. Jedna od meni dražih jeste ta gdje se masovno stradanje naroda u logoru i činjenica da su svi umirali tako zajedno poredi sa stradanjem šume u požaru, gdje sva stabla zajedno dočekuju svoj kraj.
"La certezza che la vita non rinnega de stessa, che l'amore non dimentica l'amore che nel cuore dell'uomo ci sono tesori di cui nessun carnefice può privarci, nemmeno usando le torture più efferrate."
Mi sembra quasi scorretto assegnare delle stelle a questa storia, mi sembra di classificarla nuovamente. Metto la votazione solo perché merita veramente di essere letto, merita di essere diffuso, merita di fare il giro delle anime di tutti. Questa storia è oltre. Ho già letto altri racconti su Auschwitz ma nessuno è mai stato così schietto, così duro e vero. Ho sempre provato una profonda tristezza e ho sempre pianto tutte le mie lacrime sopra le pagine dei libri sulla deportazione. La differenza, tra questo e gli altri libri, è che, nonostante ogni riga faccia venir da piangere, non ti fa piangere. Qualche lacrima è scesa, ma è stato tutto talmente coinvolgente e spiazzante che non c'è spazio per i pianti. Mi sento piena e vuota allo stesso tempo. La lettera finale è un tocco veramente fragile e prezioso, non so dire quanto io mi sia ritrovata tra le parole dell'autore. Mi pongo spesso le stesse domande, provo lo stesso sgomento. Non nego che mi piacerebbe fare un viaggio come il suo, magari un giorno lo intraprenderò. Nel frattempo chiederò a tutti i miei conoscenti se hanno voglia di entrare a contatto con questa storia, perché leggerla cambia qualcosa nel cuore. Grazie all'autore per averla riportata su carta, ma soprattutto grazie ad Alberto per aver avuto la forza di parlare: nulla può ripagare come il realizzare che il buono esiste ed è nascosto tra le persone più inaspettate.