Quando "La terza pallottola" apparve nel 1915, pochi conoscevano il nome del suo autore, un giovane matematico praghese cresciuto nel fervido clima letterario della Vienna di inizio Novecento. Il successo fu immediato, e non c’è dubbio che quel romanzo d’esordio mostrasse già lo stigma inconfondibile dell’arte del suspense di Perutz: l’insinuarsi, in una vigorosa narrazione storica, dell’elemento onirico-fantastico, che, simile a un perturbante soffio metafisico, arriva a pervaderla interamente, fino a sfociare in una visionarietà allucinata. Lo sfondo principale, estremo e feroce, è qui l’assedio spagnolo di Tenochtitlán, e protagonista è Franz Grumbach, wildgravio tedesco bandito da Carlo V per la sua fede luterana e rifugiatosi nel Nuovo Mondo, dove ora, obbediente ai suoi nobili ideali, combatte i conquistadores al fianco degli indios. Fra inganni, atti di brutale violenza, inquietanti fenomeni «naturali» (come l'edera che avanza rapidissima dalla selva e per tre giorni e tre notti avvolge l'accampamento spagnolo) e apparizioni diaboliche, assisteremo all’implacabile rivalità tra Grumbach e il sadico, seducente duca di Mendoza, figlio come lui del re Filippo di Spagna e amico fidato di Cortés. E seguendo le loro traversie rimarremo anche noi avvinti – come lo fu Borges, che venerava Perutz – da questa narrazione fragorosa, folta di immagini e colori, intarsiata di continue dissolvenze tra sonno e veglia, dove gli innumerevoli fili sembrano convergere su un archibugio che può sparare solo tre pallottole: tre pallottole maledette in cui sono iscritti il destino dell’Impero azteco e, insieme, quello tragico di Grumbach.
Nella Germania dell'imperatore Carlo V, un vecchio capitano orbo ha dimenticato il suo passato, ma il vino di un alchimista può fare miracoli, è cosa risaputa, così quella notte Grumbach ricorda la propria storia udendola narrare per caso da un soldato spagnolo attorno a un fuoco da campo, ascolta di quando era conte del Reno, di quando nel Nuovo Mondo difese l'oro di Montezuma da Cortès, e pian piano gli tornano alla mente guerre di religione, duchi con la sabbia al posto del sangue, schiave bellissime, amici fedeli, stragi atroci, diavoli gabbati e maledizioni ineluttabili, come quella che l'ha portato a riposare in quel bivacco, dopo aver rinnegato se stesso e tutti i suoi ideali, dimentico di tutto e tutti.
Nella sua opera prima, Leo Perutz mostra già in nuce tutte le doti che ne faranno il grande narratore di talento dei suoi scritti più maturi, pochi altri autori hanno saputo impastare come lui la Storia col Fantastico in un'amalgama equilibratissima e perfetta. Si avverte tuttavia ancora un goccio di acerbità, il finale non ha la rotondità delle opere successive, ma ciò non diminuisce in alcun modo la gioia della lettura.
La terza pallottola è il romanzo d’esordio di Leo Perutz e va detto che questo aspetto si sente, perché se lo stile, i temi, l’abilità nell’intreccio tipici dell’autore praghese sono ben presenti al suo interno, si ha l’impressione che questi preziosi ingredienti non siano ancora ben amalgamati nella tavolozza dello scrittore, come invece avverrà in Di notte sotto il ponte di pietra e in altri romanzi della maturità.
Specialmente nella parte centrale appaiono eccessivamente reiterati gli scambi verbali e le smargiassate che i cavalieri spagnoli e i capitani di ventura tedeschi scambiano fra loro, così come un po’ forzata è la diatriba intorno all’archibugio, arma che rappresenta un punto focale della vicenda, e le trattative ed i raggiri per impadronirsene. D’altra parte restano pregevoli e avvincenti le invenzioni di sceneggiatura e l’originale ambientazione che si trasferisce d’improvviso dalle Fiandre fino al nuovo continente in occasione (e, per quanto riguarda il protagonista, in contrapposizione) dell’invasione dell’Armada di Ferdinando Cortez nel regno azteco di Montezuma con i relativi massacri tramandati dalla Storia.
Inizialmente ho creduto di percepire una fugace assonanza (rivelatasi poi ingannevole) con il contesto di Q, nella contrapposizione fra il cavaliere tedesco luterano e il duca spagnolo cattolico, dualismo che accompagnerà buona parte del racconto, ma si tratta di un paragone fuorviante quanto meno per l’interesse che i gli autori di Q (storiografi di formazione) sono soliti rivolgere a una puntigliosa aderenza alla Storia, che in Perutz invece sembra rappresentare un punto di partenza per elaborarvi trame fantastiche, picaresche, vertiginose, proiettando i personaggi nei punti focali degli eventi, a volte beffandosi della verosimiglianza delle coincidenze in nome dell’incidenza determinante del Caso.
Anche il tasto del “mistero” che l’autore adopera enigmaticamente in altri romanzi, qui sembra agire in modo troppo esplicito, nella profezia e nelle apparizioni del Diavolo che ossessiona diversi personaggi, in primis il protagonista Grumbach ricollegandone la sensibilità a quella degli operosi contadini che popolano la patria tedesca, quanto mai agognata con malinconia dalla prospettiva dell’altra sponda dell’Atlantico.
In definitiva un’opera ingegnosa e tipica della miscellanea di generi e di toni espressivi caratteristica di Perutz ma che, almeno a mio avviso, non raggiunge l’altezza dei vertici della sua produzione narrativa.
Dieser erste Roman von Leo Perutz schildert eine alternative Historie von der Eroberung des Aztekenreiches durch Cortez und die Ermordung Montezumas. In Perutz' Version der Geschichte spielt die Liebe des Wildgrafen vom Rhein, Grumbach, zur schönen Dalila, die ihn mit seinem Halbbruder dem Herzog von Mendoza betrügt, eine tragende Rolle. Instrument von Grumbachs Rache an Mendoza und den Spaniern soll eine Arkebuse mit drei Kugeln werden, die sein Diener Melchior Jäcklein bedient. Doch auf den Kugeln liegt ein Fluch, dass sie nicht die von Grumbach gewünschten Ziele treffen...
Alexander Lernet-Holenia hat den Roman einmal als "Ur-Perutz" bezeichnet, der schon alle Charakteristika seines späteren Schreibens enthält. Unrecht hat er damit nicht; es ist alles da: die unzuverlässige Erzählerfigur, die Problematisierung von Identität, das Verwischen der Grenze zwischen Fiktion und Wirklichkeit, die hohe Dramatik von Liebe und Eifersucht, Schuld, Verrat und Sühne. Trotzdem hat mir das Buch nur mäßig gefallen. Das liegt vor allem daran, dass mir die gekünstelte pseudo-altertümliche Sprache schon nach kurzer Zeit gehörig auf den Geist ging: da ist einfach ein Übermaß an "Potz!" und "dass dich...!". Aber auch die Zeichnung der Charaktere ist noch nicht so ausgereift, wie dies in den späteren Romanen der Fall ist. Zu undurchsichtig, holzschnittartig und fremd bleiben mir die handelnden Charaktere. Perutz-Einsteigern empfehle ich eher ein späteres Werk wie "Nachts unter der steinernen Brücke" oder aber "Zwischen Neun und Neun".
Perutz agrega variados elementos a sus libros, pero nunca se pierde, siempre mantiene el foco hasta la última página, a veces solapadamente sin que nos demos cuenta. Son sutiles toques de fantasía y misterio, con personajes y hechos históricos en tramas muchas veces atemporales y que indefectiblemente se resuelven de manera brillante. Da lo mismo que te cuente el desenlace al principio, igual termina sorprendiendo.
En esta novela los personajes son tremendos, empezando por Grumbach, el conde del Rhin, que en plena conquista de México desata un drama de dimensiones colosales, con maldición incluida, todo contado a través de una narración incontinente, de sucesos extraordinarios y voluntades inquebrantables en escenario exótico, no se puede pedir más.
Siendo su primera novela, Perutz se puso el listón bien alto.
La conquête des Aztèques par Cortes m'a toujours fasciné. Mon ex-voisin était un Grand Explorateur spécialisé dans cette grande culture et savait décrypter leurs hiérogliphes; j'ai passé quelques mois au Mexique, sac à dos sur les épaules, à visiter leurs pyramides et leurs musées; lu la brique Azteca de Jennings en deux jours et dévoré la Conquête de l'Amérique de Todorov, nettement plus sérieux et sociologique. Voilà pourquoi La troisième balle m'intéressait: le sujet m'intéressait. Écrit vers 1929 l'écriture de Perutz vieillit mal. Ses métaphores tombent à plat. La profondeur de ses personnages atteint à peine celle d'un dé à coudre. Le récit est mauvais et mal exprimé et en bout de ligne on s'en fout totalement. Si vous cherchez un roman sur la conquête de l'Amérique et des Aztèques, oubliez ce livre, bien qu'il figure dans une quelconque liste des romans historiques à lire. Énorme déception.
Esordio un po' acerbo e un po' invecchiato male a tratti (Dalila sembra la "sposa bambina" di Montanelli, per non parlare della posa da White savior di Grumbach) di un maestro della narrativa come Perutz. Ma in nuce c'è già tutto quello che l'ha contraddistinto e consacrato, tutta quella sua penna che incanta e ammalia, portando i lettori in un tempo Altro e in un altrove storico-fantastici.
Seduto vicino al fuoco dell’accampamento dell’esercito imperiale di Carlo V, un cavaliere spagnolo racconta la storia di Grumbach, nato conte del Reno, poi ribelle e fuggiasco nelle Americhe. Come fu che un solo uomo, con un pugno di compagni, un archibugio vinto ai dadi e tre pallottole tenne in scacco l’Armada di Cortez durante le guerre contro gli indios di Re Montezuma? E’ solo una leggenda tramandata dai reduci delle colonie o la testimonianza di fatti davvero accaduti?
La vicenda comincia durante le guerre di religione tra i principi luterani tedeschi e il cattolicissimo Carlo V di Spagna, il cui luogotenente duca Juan de Mendoza si confronta con il conte Franz Grumbach, WildGraf am Rhein, di cui forse è il fratellastro minore. Prosegue nelle colonie americane, dove i conquistadores guidati da Cortez fanno scempio degli indigeni, contrastati solo da un manipolo di ribelli tedeschi, che si sono uniti al Re Montezuma, per terminare di nuovo in Germania.
Al suo esordio, Perutz ha già chiaro come si racconta una storia, costruisce un intreccio affascinante e complesso, storicamente verosimile e denso di significati, spesso affidati a momenti o personaggi simbolici.
La cifra stilistica del racconto è la commistione tra sogno, incubo e realtà, tra cronaca e racconto.
Le ambientazioni sono efficacissime anche se sono prive delle descrizioni eccessive e zeppe di inutili dettagli, di cui gli scrittori d’oggi non sanno fare a meno, forse per la necessità di raggiungere le ormai consuete mille pagine d’ordinanza. Fortunatamente, il problema non si poneva per Leo Perutz, il cui obiettivo era offrire al lettore un mondo passato, renderlo vivo e presente. Farlo in poco più di duecento pagine è senza dubbio segno di un talento autentico.
L’unico limite del libro sta nella conclusione, nella quale l’autore deve tirare le fila di un racconto fin lì impeccabile ma troppo ricco di eventi, di persone, di temi e suggestioni. Perutz darà piena prova della sua abilità in questo campo nei romanzi più maturi, soprattutto ne Il marchese di Bolibar.
I temi della narrativa di Perutz sono già quasi tutti presenti. Scelgo quello per me più interessante, ossia il ruolo del destino e del caso. Il caso fa vincere l’archibugio al protagonista in una partita giocata con dadi truccati. Il perdente verrà condannato a morte da Cortez per aver smarrito la sua arma e sulla forca maledirà Grumbach e le sue tre pallottole. Ma il destino è più forte del caso, sembra raccontare Perutz, rimettendo le sorti della guerra e della sua vita nelle mani del WildGraf. Passioni come odio e vendetta, ossessioni spingono Grumbach a combattere per alti ideali e, nello stesso tempo, lo portano a tradire se stesso, a rinnegare la sua umanità e quegli stessi ideali, compiendo così la maledizione delle tre pallottole.
Il destino nei racconti di Perutz ha un ruolo filosofico e allo stesso tempo narrativo. Non è un mero espediente, un deus ex machina che interviene a sbrogliare una trama che non riesce più ad avanzare, ma una macchina inesorabile, le cui leve sono comunque sempre nelle mani dei personaggi. Liberi di agire, liberi di scegliere.
It’s all very confusing, but the bulk of it seems to be about rebel Germans (from the Bandschuh rebellions of the late 1400s early 1500s?) who somehow are in Mexico on the side of the Aztecs as Hernan Cortes marches on Tenochtitlan. Lots of weird fairy tale stuff keeps happening and the Devil is involved. Towards the end I started to realize, this is not only a great premise: peasant uprisings in solidarity with anticolonial struggles... it’s also full of characters with some kind of allegorical meaning just beyond my grasp. Like, OK, the conquistador out for glory and the one obsessed with gold, yeah, obviously. But the German who never speaks? The Spanish nobleman who can make people do all kinds of weird stuff by telling them stories? Maybe I will look for some literary criticism of this.
The German, I mean the language of this book, was really hard for me. There’s a lot of antiquated words to make it all sound more 16th Century-ish. More than one native speaker told me they didn’t know what those words meant either. That can be fun, but always using a word like “countenance” and never “face” can get annoying after a while.
There was also how the indios are portrayed, that I can’t really judge. That Cortes and them view the natives as less than human and the Germans consider them to be innocent and childlike is probably accurate; it would be too much to have the Europeans thinking too critically about racism in 1521. But it is hard through all the weirdness and lack of Aztec point-of-view to judge where Perutz is on all this. I suspect that the young native girl who is traveling with the Germans might represent more gendered aspects of the conquest and genocide than even Perutz is aware of himself.
2.5/5, pero no puedo redondear hacia arriba porque sería puntuarlo igual que El marqués de Bolibar, que es bastante mejor.
De hecho el presente libro es una especie de versión primigenia del otro, pues todo está ahí: alemanes mezclados con españoles (aquí unos siglos antes), un cierto toque fantástico, algún salto en la narración, y sobre todo lo que menos me gustó de la otra novela - el hecho de que te cuenten al principio lo que va a ocurrir y se centre sólo en el cómo ocurrirá. Aunque esto último está resuelto de una manera bastante torpe, ya que no es hasta el último tercio del libro en donde el tema en cuestión entra en escena; el resto es un "ponernos en contexto" excesivamente largo.
Si a esto le sumamos una especie de raro giro final, un narrador que nunca me queda claro (no simplemente un narrador sospechoso - típico en Perutz - sino que realmente a veces narra como si fuera español, otras no se incluye entre ellos, otras narra como si todo fuese vivido en persona y otras no, etc.), un abuso de ciertas estructuras (no sé cuántas frases comienzan con "¡hidalgo!"), y alguna otra cosa más, me queda un libro que se me hace difícil de recomendar.
Quizás únicamente recomendable como curiosidad, ya que fue el primer libro de Perutz y si bien se nota en exceso, al mismo tiempo tiene el interés de ya contener muchos de los ingredientes típicos en sus (mucho mejores) libros posteriores.
L’histoire se passe au Mexique lors de la conquête espagnole et la bataille de l’Armada de Cortez contre les indiens Aztèques. Dès le début on comprend qu’il s’agit d’une histoire qui nous est contée: celle du seigneur allemand qui mit en déroute toute l’armée espagnole et Cortez lui-même avec trois balles d’arquebuse. L’auteur est un narrateur magistral, c’est un art que de raconter des histoires dont Leo Perutz est passé maitre. Totalement inconnu pour moi, ce livre est une formidable découverte. Je le recommande vivement tellement l’écriture, la construction, la narration sont fascinantes!
Lecture pénible : aucune émotion, aucune surprise dans les péripéties (on a régulièrement une phrase du type "et ce fut ce jour-là que X fit cela" ; et les 10 pages qui suivent nous expliquent comment X fit cela), et un gros défaut de construction narrative (le narrateur raconte ce qu'il a vu dans la première moitié du livre, puis il continue de nous raconter des choses auxquelles il n'a pas pu assister ; c'est grotesque).
Les passionnés d’histoire... ce livre n’est pas pour vous. Le décor ne sert qu’à servir une histoire perutzienne. Par contre, soyons honnêtes, ce n’est pas son roman le mieux construit, pas le mieux écrit et du coup, pas le plus simple à comprendre. Mais enfin, même si c’est le plus imparfait des Perutz, ça reste un Perutz.
Una scoperta improvvisa e inaspettata, una perfetta fusione tra romanzo storico e realismo magico.
Avvincente e profondo, storicamente accurato e ricco di avventure e magia. Troverete l'ambizione, l'amore, la disperazione e le tragedie umane perché "Dunque le vesti e il manto dei re sono sempre tessuti del dolore altrui".
Grottesco, ironico, desolante storia fra realtà e sogno, nel Nuovo Mondo Azteco del 1500. L'Aantieroe, Junker Grumbach, tedesco, scomunicato dal papa perché luterano, affronta gli Spagnoli di Cortez per proteggere gli Indios dallo sterminio compiuto in nome di Dio.
Le tre pallottole fatalmente seguono un ciclo ineludibile, contro ogni libero arbitrio, fino alla fine del nostro eroe.
Le cadre avait tout pour me plaire: la première moitié du XVIe siècle avec les guerres religieuses allemande et la conquête du Mexique par Cortès. Mais surtout le 4e de couverture français parlait d'histoire alternative. Le style a été un premier problème: s'il évoque à merveille les mémoires de l'époque, une vision d'un monde incompréhensible parce que trop différent (les Espagnols parlent des mosquées des Aztèques), tout en étant très bien écrit (ou traduit), il manque aussi complètement de passion. Ensuite le récit est avant tout fantastique, rappelle le mythe de Faust mais d'histoire alternative point.
Curiously eclectic: one layer is close to baroque literature, as it should be, as the events take place in the 16th century, and the narrator is a contemporary, and there is a lot of speaking in the book; but the other layer seems to be well rooted in the German romanticism, as it should be judging from the time it was written.
It is the first novel by Leo Perutz, and if I run across any of his later works, I will go for it.
Ein ausgezeichnetes Buch. Liebe, Verrat, Kampf, Starrsinn, rebellische Deutsche, goldgierige Spanier und ein rachsüchtiger Teufel wirbeln die Neue Welt auf.