25/07/2021 (**** 1/2)
L'impressione, alla fine, è di aver letto un gran romanzo, uno di quei grandissimi resoconti che, per ragioni misteriose, la Finis Austriae ha saputo partorire nella prima metà del Novecento, da Roth (Joseph) e Zweig in giù.
Il romanzo di Lernet-Holenia inizia anni dopo la grande guerra, quando due vecchi commilitoni si incontrano per le strade di Vienna. Uno dei due, quello che poi sarà il narratore della storia, Johann Menis, mostra una strana attenzione per i reduci di guerra che mendicano per le strade della città; all'incontro con uno di questi militari menomati, Menis sbianca, poiché quest'uomo era stato un caporale del suo reggimento e parte fondamentale della storia che, seduto a un caffè, Menis si appresta sconvolto a raccontare all'amico.
Dal capitolo 2, inizia dunque la narrazione di Menis, che solo apparentemente sembra indirizzarsi verso il romanzo rosa; in realtà, le schermaglie amorose che aprono il racconto sono solo il motore narrativo che porta l'alfiere (in sostanza, un giovane ufficiale) a essere trasferito da Belgrado, capitale del Regno di Serbia che nel 1918 è occupata dall'esercito austro-ungarico, ai reggimenti di cavalleria posti al di là del Danubio, a tenere un fronte che nessuno - dopo l'uscita dalla guerra della Bulgaria e la contemporanea catastrofe in atto in Italia - sa bene dove sia.
Qui Menis, fatta amicizia con i suoi colleghi e in particolare con il suo capitano, il conte tedesco Bottenlauben, assiste all'incredibile ammutinamento di interi squadroni a cavallo composti in particolare da ucraini, cechi e polacchi, che di combattere per l'Impero non hanno più nessuna voglia e si rifiutano di avanzare verso il fronte. Ne segue un paradossale e tremendo massacro, che annichilisce il reggimento. E' in quest'occasione che Menis diviene il portatore dello stendardo, ossia di quel logoro e vecchissimo gagliardetto che identifica da secoli il reggimento Dragoni Maria Isabella, simbolo dello stesso e portato in battaglia da molte mani. Menis, giovane discendente di una famiglia di militari e parte integrante di quell'aristocrazia guerriera tipica di tutti gli eserciti dell'epoca, comincia a identificare in quello straccio tutto un mondo - quello degli Imperi, delle aristocrazie, della forma pomposa e affettata - che semplicemente sta ormai collassando.
Riesce, con una rocambolesca fuga, a scappare da Belgrado, ormai occupata dall'avanguardia dell'esercito dell'Intesa, e successivamente riesce a rientrare in Austria, dopo un altrettanto rocambolesco viaggio attraverso le frontiere degli stati che fino a pochi giorni prima componevano le regioni dell'Impero e ora stanno diventando confini nazionali, con i popoli un tempo uniti sotto la bandiera asburgica che iniziano già a armarsi l'uno contro l'altro, difendendo le regioni di confine, mentre treni e treni di profughi e militari in rotta cercano solo ognuno di raggiungere la propria casa.
Nel viaggio tutti i compagni di Menis muoiono, e lui rimane - per quel che si sa - l'ultimo superstite del reggimento Dragoni Maria Isabella, portatore di uno stendardo che ormai è solo un logoro straccio, privo di importanza; in un allucinato e bellissimo finale, Menis si muove stordito in una Vienna irriconoscibile, dove già la rivoluzione serpeggia, sentendo e immaginando le voci delle migliaia di soldati che prima di lui avevano combattuto e erano morti per un giuramento di fedeltà all'Impero, dietro quello stendardo. Resosi infine conto della realtà delle cose, decide di rendere lo stendardo secolare al proprio Imperatore; si reca a Schonbrun, ma vede solo il giovane imperatore Carlo partire per l'esilio; poco oltre, in una stanza, alcuni ufficiali stanno gettando nel fuoco bandiere e stendardi dell'esercito, al fine di distruggerli per non farli cadere in mano nemica; Menis, istintivamente, butta anche il proprio stendardo nel fuoco, guardandolo consumarsi.
Alla fine torna a casa e si sposa, aderendo a quella vita borghese che non concepisce ma che lo aspetta, come ultimo salvagente, senza riuscire tuttavia a mettersi davvero alle spalle il vecchio mondo da cui proviene.
Romanzo stupendo, a tratti magnifico. Le pagine dedicate all'ammutinamento dei cavalieri polacchi cechi e ucraini sul ponte di barche sul Danubio, al conseguente massacro, alla ritirata su Belgrado e al viaggio disperato dei protagonisti dalla Serbia all'Austria nel caos indescrivibile dell'Impero in disfacimento sono straordinarie, così come lo sbalorditivo finale.
Il libro ha invece due difetti.
Il primo, le pagine dedicate alla relazione fra il protagonista e la bella Resa sono assai noiose. Non amo i modi affettati dei corteggiamenti dell'ancient regime né i resoconti degli stessi. Troppe pagine dedicate a una storia d'amore del tutto marginale (se si lascia stare la sottolineatura che l'autore ha voluto dedicare allo stravolgimento totale maturato nel carattere del protagonista - il tracollo del suo mondo diventa uno shock psicologico, e il collasso dell'Impero finisce per importare a Menis molto più dei pur bellissimi occhi di Resa, che lo avevano stregato all'inizio del racconto).
Il secondo è la fuga sotterranea dalla Belgrado assediata dagli inglesi. Seppure la narrazione sia stata a tratti potentissima, la fuga è stata dilatata a mio parere oltre misura, con connotazioni e situazioni assai poco credibili che devono molto, nello stile, a Verne, apparendo però fuori contesto rispetto a tutto il resto.
Per il resto, quasi un capolavoro.