Con il senno di poi, questa è un'opera molto particolare, potente dal punto di vista emotivo. Pazienza era un eroinomane, morto per un'overdose. Il testo ci parla, appunto, degli ultimi giorni di vita di un eroinomane di nome Pompeo. La stessa fisicità di Pompeo ricorda le fattezze di Pazienza (ma soprattutto alcune rappresentazioni che Pazienza faceva di se stesso nei suoi fumetti).
Questa è la storia di una generazione che negli anni '80 incontrò la droga. Gli anni '80 furono gli anni in cui tutte le belle speranze del '68 e del '77 si arenarono contro una società che stava cambiando velocemente, in favore di tutti quei valori consumistici ai quali, oggi, siamo abituati. Quella grande stagione, non priva di pecche, ma sicuramente ricca di emozioni e movimento, era finita. Avere alle spalle una tale forza e un tale vitalismo, di sicuro, non è stato facile.
La vita di Pompeo è la descrizione di una vita normale, in cui si è costretti a una routine priva di senso. Il tutto viene reso molto bene dalla forma diaristica: infatti, le tavole assomigliano a pagine di diario, in cui spuntano disegni che rappresentano quanto narrato. Il linguaggio è particolare: è un flusso di coscienza dai tratti lirici, ma scritto in terza persona. E' come se Paz, per parlare del suo dramma, avesse dovuto per forza guardarsi dall'esterno, immaginarsi non in prima, ma in terza persona. Questo crea un effetto di distaccamento dalle vicende narrate, come se al lettore fosse richiesto un giudizio e non un'immedesimazione. E' un'opera che, nonostante la sua forte connotazione patetica (nel senso che vuole suscitare emozioni), ha come fine la riflessione sul tema della droga.
Dicevo: una vita normale, che si ripete, che mostra tutto il vuoto di un eterno ritorno nonsense, in cui ogni azione viene fatta per andare avanti, solo per andare avanti. Il vuoto non è provocato dalla droga, il vuoto preesiste e la droga vorrebbe essere il suo rimedio. Purtroppo, essa produce solo un'indifferenza nei confronti del mondo (fonte di questo vuoto), conducendo il drogato in un mondo solipsistico, privo di uscita. L'umanità rappresentata intorno alla droga è un'umanità che si attacca a un ultimo brandello di identità, solo perché c'è bisogno di una mano che spinga lo stantuffo della siringa e poi via, via il dolore, via tutto, ci si tuffa nel nulla venendo dal nulla. La differenza è che il primo è un nulla doloroso, il secondo è un nulla che, per un piccolo arco di tempo, fa dimenticare che anch'esso è doloroso.
Il mondo di Pompeo non è un mondo privo di elementi positivi: ci sono figure che tentano di aiutare Pompeo. Ma il loro aiuto è parziale, privo di progettualità: soddisfano una necessità del momento, per poi lasciarlo di nuovo a se stesso. C'è un'indifferenza di fondo anche agli animi più altruistici. Difficile criticare queste persone, perché nel nulla sono delle luci che, però, riescono a diradare solo una misera porzione di tenebra.
SPOILER
Pompeo è un personaggio dell'azione circolare: ci si droga per non soffrire, ma poi si soffre quando finisce l'effetto della droga. Il circolo della tossicodipendenza non è che la versione estrema della vita circolare borghese, fatta di un lavoro per sopravvivere che si ripete senza aprire a chissà quali orizzonti (Pompeo è un insegnante di disegno annoiato in una classe di ragazzi privi di talento. Si ricorda che lo stesso Paz fu insegnante di disegno).
L'overdose è la naturale conseguenza, eppure non la fine del personaggio: viene salvato da due donnine che rappresentano quell'umanità positiva, ma dall'azione molto limitata. L'unico gesto che resta da compiere a Pompeo è il suicidio: l'unica azione che gli permette di prendere su di sé la responsabilità del suo vuoto, senza che altre persone ne soffrano. Pompeo si suicida affinché la morte sia davvero sua e non conseguenza di una sostanza tossica esterna da sé. La chiamata della madre, tra l'overdose e il suicidio, è il tragico cliché della madre meridionale che chiama il figlio lontano, che nel suo ripetere ossessivamente "Dillo alla mamma, cos'è successo?" mostra tutto il suo affetto... e la sua impotenza. Non è colpa di nessuno, si è tutti impotenti di fronte al nonsense della vita, ma ci sono animi più fragili che non riescono a resistere.
Le pagine che chiudono quest'opera, dove Pazienza si rivolge direttamente al lettore, sono di una potenza toccante: è la confessione di un fu ragazzo arrogante, che si credeva un genio, ma che nonostante il suo talento artistico, era riuscito ad ottenere poco e niente. Una vita tranquilla, ma una vita come tanti altri. Ecco, Pazienza soffriva perché nonostante tutto, anche lui era come tutti gli altri. L'illusione del genio, l'illusione di una vita 'altra' destinata ai grandi talenti, cozzava con la sua vita abitudinaria. Da ciò il cocente senso di sconfitta (ingiustificato, ma è facile per noi che siamo venuti dopo ad ammirare la bellezza che ha creato).
Un'opera necessaria per capire un'epoca, per imparare che cosa si cela dietro il dramma della droga, per non saltare a troppe facili conclusioni. Ma anche un'opera di una bellezza struggente, che parla dell'esistenza umana al di là del tema specifico di cui è pregna, ma dal quale non dipende.