Goliarda Sapienza, leggo, ha scritto diciannove autobiografie e un romanzo, L’arte della gioia. Basterebbe questo, per capire il tipo. E infatti, anche L’arte della gioia non è un vero romanzo. Lo è forse nella prima parte, laddove una vicenda improbabile e molto feuilleton ci racconta di una bambina poverissima, di un collegio di suore, di una sontuosa villa siciliana dove la miserabile orfanella, un po’ per caso e un po’ trafficando con oscure e torbide manovre, si trova a vent’anni ricchissima e libera.
Da qui si rivela la vera natura del libro: una sorta di manuale teorico e pratico che rivendica la libertà come primo principio del vivere. Libertà da conquistarsi a ogni costo, senza scrupoli e senza riguardi per gli altri. Libertà di vivere a proprio piacimento, libertà politica, libertà sessuale, libertà che soprattutto le donne hanno da rivendicare. Questo romanzo viene considerato una pietra miliare del femminismo, per molte donne è un mito. Effettivamente, vi si incontra una spregiudicatezza davvero notevole, benché sia stato scritto nei già molto spregiudicati anni Settanta. A sentenziare per centinaia di pagine (spesso con insopportabile verbosità) sotto forma di dialoghi, è la protagonista Modesta, non l’autrice; ma è lecito supporre che la Sapienza abbia usato questo espediente -il romanzo- per esporre le sue teorie. E c’è del buono in queste sue teorie, ma anche tanta provocazione, volta certamente a scandalizzare, nella proclamata disobbedienza alle leggi comuni e nella mancanza di rispetto per i diritti degli altri.
Modesta, nome quanto mai incongruo (quanto azzeccatissimo fu Goliarda!), che a volte narra in prima persona e a volte, chissà perché, in terza, è una donna disposta a tutto pur di fare i comodi propri. Non esita un attimo, fin da bambina, davanti all’omicidio di persone da cui è stata amata e aiutata, e mai se ne pentirà. Non esita a sposarsi per interesse, approfittando cinicamente di un malato debole e indifeso, non esita a bruciare un testamento e a prendere in mano, sola, l’enorme patrimonio che il caso, aiutato dalle sue manovre, le ha messo in mano. Personaggio fastidiosamente supponente e sentenzioso, saggia fin da bambina, vuole convincerci di quanto è bello e giusto non lavorare e dedicarsi invece ai propri piaceri e ai propri talenti.
Abbiamo le soffitte, i corridoi pieni dei quadri di zio Jacopo. Lo sai che sono una fortuna, Mody? È per questo che allora li conservai.
Lo so, lo so Cavallina, ma bisogna portarli all'estero e ci vuole qualcuno astuto, raffinato e comune nello stesso tempo. Un esperto, insomma. Chi può essere, avvocato? Mi trovi un uomo.
Ma è contrabbando, Modesta! Io non capisco perché mettersi nei guai con la legge quando ci sono tutte le proprietà che Carlo ha lasciato a Ida.
No, i soldi di Bambolina non si toccano! Una donna è perduta senza soldi!
Ma perché? Anche lei ha concorso e concorre a mangiarseli i tuoi soldi, no? E poi di che ti preoccupi? Ida è un fiore di ragazza, farà un bel matrimonio!
Eh no! non si sposerà a quel modo, caro il mio vecchio liberale.
Lavorerà allora! Eri tu che sostenevi che la donna deve lavorare, mi pare!?
Prima caro, prima, quando si credeva che la rivoluzione fosse alle porte, ma a come stanno le cose, no! Bambolina lavorerà solo se vorrà.
Dunque la donna, per le difficoltà che incontrava e tutt’oggi incontra nel mondo del lavoro, dovrebbe piuttosto trafficare fuori dalla legge e addirittura uccidere per guadagnarsi il privilegio di vivere da parassita. Questo è il femminismo di Goliarda Sapienza, che francamente non mi piace.
A volte l’autrice si ricorda che sta scrivendo un romanzo, interrompe le teorie e si sforza di far accadere qualcosa: è il caso dell’ingarbugliata storia d’amore con Joyce. Ed ecco che subito riprendono gli intrighi, i segreti torbidi, i tentati suicidi, l’atmosfera da telenovela. Per carità. Un cattivo gusto che stupisce in un'autrice benestante e colta. Doveva essere, forse, un po’ matta: come non ricordare che finì in carcere per un furto di gioielli in casa di amici!
Questo romanzo fu rifiutato da molti editori, pur essendo la Sapienza personaggio noto, con amicizie importanti nei salotti e nell'intellighenzia romana. Non credo sia stato rifiutato per il modo in cui parla della libertà sessuale delle donne, dell’omosessualità, dell’aborto. Secondo me fu rifiutato perché è un romanzo molto brutto, mal scritto e mal congegnato, prolisso e spesso incomprensibile, davvero un lavoro da dilettanti.
Forse come attrice era più brava che come scrittrice; ma è lecito e logico dubitare anche di questo. Io credo che il suo unico, grande talento sia stato quello di affascinare, per il temperamento passionale e intenso, la vivacità, la gioia di vivere, la sicurezza di sé e la disinvoltura amorosa, molti uomini in gamba.