Un romanzo difficile da lasciarsi alle spalle, vincitore del Premio Strega nel 1985.
Ispirandosi a fatti storici, Sgorlon descrive la difficile convivenza tra gli abitanti di un piccolo borgo friulano e un'armata cosacca inviata dai tedeschi per combattere i partigiani in cambio della promessa di una nuova patria. I cosacchi, popolo fiero, di origini nomadi, legati allo zar, si erano alleati ai nazisti nella speranza di vedere sconfitto Stalin e poter ritornare nella propria terra, o almeno di poter trovare una nuova patria. Se all'inizio gli abitanti del villaggio, i partigiani e i cosacchi si studiano e cercano di mantenere lo status quo, limitando al minimo gli scontri, alla lunga l'incertezza sul futuro, le ristrettezze dovute alla guerra, l'esasperazione per il protrarsi di una situazione di pericolo continuo portano all'esplosione della violenza.
Ogni personaggio è ben studiato ed è interprete di un diverso atteggiamento nei confronti della vita e della guerra: la speranza per il futuro, l'orgoglio della propria stirpe, la disperata consapevolezza della perdita della propria identità, l'adattamento alle difficoltà della vita, la pietà verso i bisognosi.
Sgorlon è stato in grado al contempo di suscitare empatia verso questi soldati senza patria e di farli odiare.
Mi è piaciuto lo stile, molto descrittivo ma mai pesante, che fa scivolare di pagina in pagina senza fatica.
"Ora coglieva negli strani discorsi che Gavrila gli veniva facendo negli ultimi tempi una verità sottile, sfuggente, difficile da definire e da penetrare. Capiva ciò che voleva dire il colonnello quando ripeteva che gli uomini moderni non avevano più patria. Per i cosacchi era vero. Per gli zingari era vero. Per gli ebrei era una cosa reale da due o tremila anni. Bastava dare un'occhiata al vecchio Haha, alla sua faccia stupita e dispersa, per capire che neanche lui aveva più patria. Forse essa era soltanto un greto di torrente, un prato alla periferia della città, dove accamparsi coi suoi carrozzoni e con la sua gente, e niente di più. Ma adesso la sua tribù e i suoi carrozzoni erano stati dissipati e distrutti, e così anche quella patria da nulla gli era stata sottratta.
Chissà quante erano le popolazioni nel mondo sconvolto dalla guerra che erano state costrette a migrare, che erano state decimate, cacciate dalla loro terra, ed ora si stavano allestendo frontiere e linee di demarcazione che avrebbero loro impedito di ritornare; o che le avrebbero costrette, per le mutate condizioni politiche, per l'instaurarsi di sistemi politici nuovi e disorientanti, nei quali la gente non si ritrovava più, ad amdarsene raminghi in luoghi stranieri, che non conoscevano e dove nessuno li conosceva."