Girellando qua e là, ho trovato giudizi “tiepidi” su questo romanzo di Alice McDermott, finalista per il Pulitzer 2007, vinto poi da “La strada”, di Cormac McCarthy. Qualcuno lo ha addirittura definito noioso. A me, invece, è piaciuto molto, sia per la sua scrittura nitida, sia per l’essenzialità espressiva. L’autrice ci accompagna alla scoperta di una famiglia americana, di origine irlandese, a partire dai primi anni del dopoguerra sino quasi ai giorni nostri, passando attraverso la rivoluzione sessuale e il Vietnam, ma soprattutto facendo i conti con l’educazione fortemente cattolica dei Keane.
Alice McDermott indugia raramente in descrizioni dettagliate dei suoi personaggi da un punto di vista esterno rispetto al narrato e con altrettanta parsimonia lascia che essi si abbandonino al cosiddetto stream of consciousness. Preferisce piuttosto che sia ciò che fanno e ciò che dicono a raccontarceli e a definirli poco a poco. Ne risulta così, per il lettore, un progressivo avvicinarsi a queste persone, quasi effettivamente abitassero accanto a lui e si svelassero quel tanto che è possibile che sia. Perché chi mai può sostenere di conoscere a fondo qualcuno?
Il ritratto di un’epoca, di un ambiente e di un gruppo di essere umani che ha il sapore della vita quotidiana, senza pretese di eccezionalità o di esemplarità, ma che ci riporta in ogni caso pensieri, stati d’animo e modeste aspirazioni che potremmo provare tutti. Più adatto, forse, a quelli della mia generazione che non a chi è cresciuto ai tempi di Internet, dei telefonini e dei social network. Comunque, un modo per ritrovare o conoscere, a seconda dei casi, quella forma di “pudore” che è stata anche ipocrisia, ma più spesso, credo, naturale inclinazione dell’animo e ormai diventata merce rara in tempi di esibizione a tutti i costi.
P.S. Il primo capitolo del romanzo è superbo, praticamente perfetto a mio modesto avviso.