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240 pages, Paperback
First published January 1, 1974
Fu allora, in quelle villeggiature solitarie, che io presi a detestare l’estate. Pensai allora che la mia presenza sui prati, nei pomeriggi splendenti, era come una macchia nera che deturpava la felicità della terra. Io non trovavo il mondo triste, lo trovavo bellissimo, solo che a me per qualche ragione oscura era vietato di celebrarne le radiose giornate. Così non potevo che cercare e amare l’autunno, l’inverno, il crepuscolo, la pioggia e la notte.
Scopersi, in seguito, che una simile sensazione non ero io sola a provarla, che era una sensazione comune a molti, perché molti come me in qualche istante della loro esistenza si sono sentiti esclusi e mortificati dall’estate, giudicati per sempre indegni di raccogliere i frutti dell’universo. Molti come me allora hanno odiato lo splendore abbagliante del cielo sui prati e sui boschi. Molti come me ai primi segni dell’estate si sentono in angoscia come all’annuncio di una disgrazia, perché in essi risorge lo spavento del giudizio e della condanna.
A noi sembra allora di trovarci senza scampo inchiodati nel punto dove siamo. Chi è solo, a un tratto ha l’esatta misura della propria solitudine. Il ritmo abituale dei giorni si spezza. Le consuete sofferenze diventano insopportabili, rischiarate incessantemente da una luce solare e crudele. La nostra vita giace in disordine ai nostri piedi. Ci sentiamo costretti a enumerarne ogni dolore o errore. La luce dell’estate illumina senza misericordia il nostro silenzio, la nostra persona immobile, circondata di antiche e nuove catastrofi.
Ci sentiamo a un tratto seduti sul banco degli imputati. Come in un interrogatorio di terzo grado, noi restiamo immobili, annichiliti e stravolti. Impossibile nasconderci a noi stessi e agli altri. Impossibile alzare un braccio per nascondere il nostro volto. Alle domande che ci saranno poste non sapremo rispondere. I gesti che ci verranno comandati non sapremo compierli. Essere noi stessi ci sembra una colpa peggiore d’un assassinio, e da ogni parte ci viene dichiarato che per una simile colpa non c’è assoluzione. Risorge in noi l’antica disperazione dell’adolescenza, quando abbiamo capito a un tratto che eravamo chiamati a essere diversi e felici ma noi eravamo incapaci di ubbidire a un simile richiamo.
“He was walking along with a serious air, holding his father’s hand yet absorbed in himself as if he was alone, carrying a nylon bag where he kept his windbreaker… In his pace, his long, austere, delicate head, his dark and deeply knowing gaze, I suddenly perceived something Jewish that I had never seen before. He looked like a little immigrant. When he used to sit on the porch in Boston, he seemed to reign supreme over the world around him. He looked like Genghis Khan. Now he wasn’t Genghis Khan anymore; the world had shown itself to be changeable and unstable, and he seemed to have been struck by a precocious awareness of the menacing, unreliable nature of things, of how a human being must learn to be self-sufficient. He seemed to know that there was nothing he could call his own except that faded nylon bag containing four little plastic figures, two chewed pencils, and a faded windbreaker. Little wandering Jew, crossing the street with his bag in his hand.”