La parabola di tre sorelle si staglia su una Cina poco incline a far posto alle donne. Parliamo della famiglia Wang, su di essa si incentra il racconto di Bi Feiyu, ma si potrebbe prendere come exemplum qualsiasi famiglia. Una Cina ben lontana dagli ideali comunisti, comunque interpretati in maniera del tutto personale da uno Stato che aveva e che ha tutto l’interesse di mantenere un controllo e un potere sul corpo e sulla vita di una donna.
Potrei qui elencare i temi che emergono, ma non lo farò. Rischierei di ripetermi e comunque non sono difficili da immaginare (la donna come perenne colpevole in caso di stupro, l’uomo padre-padrone, la donna come incubatrice, mi sembra di sentire un disco rotto).
È più interessante invece soffermarsi sul rapporto tra le tre sorelle sulle sette della famiglia Wang. Yumi, sorella maggiore, è un’infame che si atteggia a capo famiglia pensando di aver solo lei l’esperienza del mondo. Fino a quando però il mondo non le sbatte in faccia la dura realtà. E non è che lei cambi, no, resta un’infame fino alla fine. Non posso dire perché, incapperei in spoiler, ma sappiate che nemmeno le sorellastre di Cenerentola la vorrebbero come sorella. Yuxiu, la seconda sorella presa in esamine, vittima della prima, è sostanzialmente una donna del XXI secolo del tutto fuori posto nella Cina degli anni Ottanta.
Yuyang fino alla fine avrebbe anche potuto salvarsi a livello umano se non incappasse anche lei alla fine nell’errore di fare l’infame.
Ora, solo il rapporto tra le prime due indica lo sfacelo di famiglia raccontato in questo romanzo. Lasciando perdere le altre quattro sorelle non pervenute. Sicuramente un arcano vecchio come il mondo, le donne sono le prime rivali delle donne e in effetti all’interno del romanzo la cosa interessante è proprio questa: è tutta una lotta tra donne che si traduce in un climax crescente, dal particolare all’universale. Rivalità tra sorelle, rivalità tra madre e figlia, rivalità tra vicine di casa, rivalità con le donne dell’intero villaggio. La figura maschile è la ragione primaria di questa lotta continua anche se rimane del tutto marginale rispetto al racconto. L’uomo c’è, ma solo per far litigare le donne ed è piuttosto stridente il fatto che a parole sulla bocca delle tre sorelle ci sia in continuazione una dichiarazione di intento di riscatto sociale, ma poi nei fatti, nessuna di loro intende rinunciare alla figura maschile.
Naturalmente c’è da considerare il contesto rurale in cui parte la narrazione, ma a livello cittadino le cose risultavano ben diverse e quando le occasioni si presentano in tutti e tre i casi, nessuna delle tre pare afferrare l’ultimo passo per l’indipendenza, continuando a ricadere nel circuito vecchio stampo.
Il degrado finale è inspiegabile in termini di narrazione: le sorelle sono vittime di una società, o semplicemente sono vittime del loro egoismo e della loro superbia? Oppure sono manipolate dagli eventi della vita? L’estremo e crudo realismo di Bi Feiyu lascia da pensare, sicuramente non c’è spazio per la “farsa” e c’è ben poco di farsesco nella tragica realtà delle sorelle Wang che, sebbene non assolvibili sul piano morale e umano, risultano essere comunque preda di eventi più grandi di loro e indipendenti dalla loro volontà.
Il significato di quest’opera dunque non è il solito slogan “Girl Power”, non solo perché le donne qui falliscono su tutta la linea, ma anche perché c’è ben poca solidarietà. Piuttosto, l’opera è da identificarsi in una corrente che va oltre le questioni di genere: il realismo. Un realismo crudo e non edulcorato, un realismo che non contiene giudizi morali né sentenze, semplicemente espone i fatti così come sono avvenuti senza intromettersi. Un approccio quello di Bi Feiyu che è ben lontano da autori come Flaubert e come Tolstoj (i quali giudicano eccome le loro anti eroine, Anna Karenina ed Emma Bovary) e proprio per questo più apprezzabile e più delicato. Possiamo interpretare le opinioni di Tolstoj e Flaubert sui loro personaggi, ma non possiamo interpretare alcunché nel romanzo di Bi Feiyu. Reputare la cosa positiva o negativa dipende dal lettore, per me è essenzialmente positivo in quanto permette di crearsi un proprio giudizio sui personaggi e le loro dinamiche.
La pecca maggiore di questo romanzo è che i cinque fratelli restanti vengono completamente ignorati. Le loro storie, le loro voci non vengono espresse né trovano il loro spazio, il che porta ad un ulteriore dubbio che purtroppo rimarrà senza risposta: perché l’autore ha scelto proprio queste tre sorelle? Doveva spicciarsi a finire il romanzo e l’ha lasciato incompiuto? In ogni caso, gli altri cinque personaggi restano delle pistole di Cechov che non spareranno mai. Il che è un peccato, fornisce un senso di incompletezza al romanzo.