Selezionate e introdotte da Claudio Magris, quattordici storie, istantanee epifanie del quotidiano, nelle quali si mescolano sapientemente realismo sanguigno, pietas, umorismo e slanci visionari. Sulla scia di Svevo, Saba e Scipio Slapater, Roveredo sviluppa l'antiletterarietà propria della narrativa triestina in cinque racconti dove l'esperienza vissuta infrange le regole del galateo narrativo. Pino Roveredo è nato nel 1954 a Trieste da una famiglia di artigiani. Dopo varie esperienze di vita disordinata, ha lavorato per anni come operaio in fabbrica. Scrittore e giornalista, fa parte di varie organizzazioni umanitarie che operano in favore delle categorie disagiate.
Pino Roveredo è nato a Trieste nel 1954. Ha scritto racconti, romanzi, testi teatrali. Si è sempre occupato di ultimi, dai reclusi per decenni negli ospedali psichiatrici ai tossicodipendenti; è garante dei detenuti del Friuli Venezia Giulia. Dopo l’esordio nel 1996 con Capriole in salita ha vinto il premio Campiello nel 2005 con Mandami a dire. Per Bompiani ha pubblicato anche Caracreatura, Attenti alle rose, La melodia del corvo, Mio padre votava Berlinguer, Ballando con Cecilia e Mastica e sputa.
Questo è un piccolo gioiellino! Una raccolta di racconti che ha per protagonisti la gente comune, con i suoi piccoli grandi drammi, con le sue paure, le sue tragedie soprattutto. Sono racconti toccanti, di una incedibile umanità, scritti con una maestria e un linguaggio che si incontrano raramente sullo scaffale delle librerie.
Anche questo libro mi è stato consigliato da un utente di aNobii. Si tratta di quattordici racconti brevi, alcuni dei quali, forse, non si possono neppure chiamare così, poiché sono talmente rapidi e privi di un vero intreccio da poter essere meglio definiti “pensieri”. L’andamento è decisamente altalenante. Alcuni sono deludenti, ma altri veramente belli. Lo stesso può dirsi del linguaggio, che passa senza soluzione di continuità da un tenore non particolarmente coinvolgente a frasi che ti lasciano senza fiato per il modo preciso in cui riescono a cogliere l’essenza di sentimenti che sono sicuramente comuni a tutti gli uomini.
Personalmente, ho particolarmente apprezzato 100! 120! 140! ... e L’uomo dei coperchi. Nel primo si narra, in modo insolito, ma efficace, di un padre e di una madre che perdono il figlio in un incidente. L’inizio non è granchè, ma poi Roveredo, a mio avviso, trova la strada giusta per condurci dentro un dolore così difficile da raccontare. Nel secondo ho ritrovato un poco il Faussone di Primo Levi ed un bellissimo finale che mi ha persino commosso.
Difficile da giudicare in toto. Un autore su cui tornare sopra, penso.
Racconti tenerissimi ci connettono al mondo degli invisibili: prostitute, alcolisti, barboni, accattoni, gente solitaria e in qualche modo fallita, spesso rabbiosa, sempre carica di un'umanità dolente che ci coinvolge e ci fa identificare nella sua fragilità. La prosa di Roveredo è straordinaria, pur nella sua discontinuità. Suscita immagini che colpiscono come un'improvvisa lama di luce, capace di dare ai suoi mille personaggi una forza espressiva che ha trova pochissime analogie tra gli scrittori italiani. La capacità di compassione di Pino Roveredo che affiora dai suoi scritti suscita il dispiacere di non averlo conosciuto né sentito parlare personalmente.
Lettura bellissima e felice scoperta di un autore che riesce a tratteggiare con sensibile partecipazione e tenero rispetto le umiliazioni e le sconfitte dei suoi personaggi che sono spesso ai margini se non proprio all'ombra della vita ma che riescono spesso a conservare caparbiamente sogni e speranze.
Il gusto della metonimia e della sineddoche, del piccolo lutto, della minima sorpresa, costituiscono l'ossatura di queste pagine, nel vano tentativo di rendere epica una scrittura purtroppo priva di spessore. Non vi sono vette o abissi, mentre i temi trattati li reclamerebbero. Neppure la carta della sorpresa, dello spiazzamento solleva le sorti di questa raccolta, che sembra ispirarsi, senza riuscirci perché troppo tiepida e razionale, alla prosa fiorettistica di un Calvino, ai suoi arabeschi ironici e surreali.
Non conoscevo Pino Roveredo, per caso mi è capitato di leggere 'Attenti alle rose', l’ho trovato piacevole ed emozionante. 'Mandami a dire' é una raccolta di 14 piccole storie, alcune delle quali sono veramente carine, in particolare, 'Parlare con me mani, ascoltare con gli occhi', 'Mandami a dire', '100 120 140' e 'La famiglia Starnazza'. Mi piace il suo stile di Pino Roveredo, lo consiglio ai più sensibili.
Una piccola raccolta di piccoli racconti che aveva vinto il Campiello (credo) nel 2005. L'autore si mette dalla parte di personaggi poveri e trascurabili, vite non illustri direbbe Pontiggia, con una lingua semplice e partecipata. Mi è piaciuto in particolare il racconto che da il nome alla raccolta, Mandami a dire, con la sua cadenza ritmata.
strano questo libro, strana storia cioè per me questo libro. L'ho comprato piena di aspettative, non so perché, ma la copertina, il titolo, la quarta di copertina, mi promettevano un libro bellissimo. Ho cominciato a leggere, al terzo racconto ero già al limite della pazienza: di nuovo mi ritrovavo in mano un libro di quelli della serie "un caso pietoso al giorno" che non sopporto!! ma poi il terzo racconto (nonostante si tratti anche questo di un caso pietoso) mi è piaciuto, il tema del dolore di un padre che ha perso suo figlio e della distruzione dell'armonia familiare dopo un evento così tragico, beh, mi sembra che sia stato trattato bene, in modo non banale, non scontato. ma dopo questo barlume, i racconti successivi sono il nulla. di tanto in tanto si sente un po' la voce autocompiaciuta dell'autore che guasta l'andamento generale.
Semplicemente perfetto. Intimo, profondo, disperato, ma vero. Roveredo è un maestro con le parole e un professionista di sentimenti. Vedi anche la recensione sul mio blog: http://unavitadilibri.wordpress.com/
Questo libro mi ha fatto riscoprire la bellezza di leggere, consigliato da Mia madre lo raccomando a tutti. Racconti bellissimi e scritto veramente bene