Chi ha sparato all'ispettore capo Lanza del commissariato di Quarto Oggiaro? L'ispettore Michele Ferraro è alle prese con uno dei più difficili casi che gli siano mai capitati. Perché, in quella periferia milanese dove tutti si conoscono e dove è quasi impossibile distinguere gli innocenti dai colpevoli, sta succedendo qualcosa di grosso. Cosa c'è dietro? Che parte ha il Baffo, un sognatore finito a fare il barbone? E che strani intrecci si sono formati tra le mafie pugliesi, calabresi e slave? Ferraro indaga, facendo quotidianamente i conti con i suoi malumori, con l'ennesimo tentativo di prendere una laurea, e con il popolo minuto di una città raccontata con durezza sarcastica e simpatia contagiosa.
Gianni Biondillo (Milano, 3 febbraio 1966) è uno scrittore e architetto italiano. Autore di romanzi, testi per il cinema e la televisione, articoli di tema artistico, letterario e politico, saggi su Pasolini e Proust. È membro del blog collettivo Nazione Indiana.
Non mi ha entusiasmato. Ho faticato ad arrivare alla fine. C'è troppo di tutto: descrizioni, dialoghi; la narrazione risulta con un taglio un po' troppo televisivo. Peccato, perché di Biondillo avevo apprezzato lo stile coinvolgente, ma qui per me s'incaglia in continui barocchismi.
Una indagine difficile che coinvolge Lanza inizia proprio mentre l'ispettore Ferraro decidere di riprendere gli studi: dovrà quindi organizzare una indagine parallela per aiutare l'amico. Questo secondo libro con protagonista Michele Ferraro è strutturalmente diverso dal precedente (in cui per ogni stagione si seguiva un caso del poliziotto) presentando una trama continua; l'indagine è interessante (anche se alcuni aspetti possono essere intuiti), purtroppo alcune parti del romanzo risultano vagamente prolisse (soprattutto le morali su società e comportamenti) e fanno perdere ritmo al racconto.
I Biondillo non sono solo dei gialli. Parlano delle trasformazioni (architettoniche tanto quanto sociali, gergali, culturali) della Milano di oggi. I riti dell'aperitivo a buffet e dei messaggi in codice tra 'ndrangheta e Sacra Corona a Quarto Oggiaro, il dialetto milanese del Baffo e quello calabrese di don Leo, la parabola di un malavitoso serbo-croato-albanese di nobili origini e i suoi redditizi traffici di esseri umani spiegano più, su quelle trasformazioni e sui loro costi esistenziali, della cronaca spiccia sui giornali. Quasi imbarazza scriverlo all'indomani della guerriglia urbana di via Padova - subito cavalcata alla grande dai politici - ma casualmente l'ho finito l'altro ieri.
Tre stelle perché, al terzo libro, Ferraro e le sue vicende personali cominciano a diventare ripetitive, ma aspetto con curiosità il prossimo.
Un giallo complesso e intricato, che si perde fin troppo nella descrizione della società di Milano (ma anche della società più in generale) anche a scapito dei tempi narrativi e della tensione del racconto. Biondillo ha però una capacità molto apprezzata di cambiare il registro linguistico a seconda delle esigenze, spaziando per diversi generi in maniera creativa e convincente. La pecca però è che - come anche nei Gialli di Camilleri - non c'è un elemento fuori posto e stranamente non c'è un caso che non sia collegato all'indagine principale. Anche se il collegamento lo si coglie solo nel finale, ogni singolo passaggio del libro ha la sua dovuta importanza nel quadro generale. Anche se si tratta di considerazioni sul tempo, hanno il loro scopo nella trama; e questo secondo me va a scapito del realismo.
Di Biondillo posso dire che quello che mi piace sono soprattutto le descrizioni che fa della mia Milano (visto che conosco molto bene la zona di Quarto Oggiaro)e i suoi personaggi. Strepitosi i dialoghi tra Ferraro, Lanza e Comaschi con momenti decisamente surreali. Per ciò che riguarda il giallo che dire se non che il ritmo e i colpi di scena non sono all'altezza del resto? Nel complesso godibile anche se qualche taglio qua e là lo avrebbe decisamente snellito.
Mi piace come scrive Biondillo, la sua ironia e il suo stile, che ho ritrovato anche in questo libro. Devo ammettere però che in alcuni punti si è dilungato e compiaciuto un po' troppo in questo suo stile, facendo perdere smalto alla trama, che nel complesso rimane però ben strutturata. La sorpresa è stata quella di trovare tra le pieghe di questo suo tono ironico, dei piccoli camei della storia della Milano operaia del novecento.
“Quello che conta è giocare. Giudicare una partita senza avere le carte in mano non ha nessun senso. Chi sta in piedi dietro al tavolo a guardare i giocatori soffre infinitamente meno, è vero. Ma se c’è da godere, non gode affatto. “ (Citazione)
Un giallo complesso e intricato, che si perde fin troppo nella descrizione della società di Milano (ma anche della società più in generale) anche a scapito dei tempi narrativi e della tensione del racconto. Biondillo ha però una capacità molto apprezzata di cambiare il registro linguistico a seconda delle esigenze, spaziando per diversi generi in maniera creativa e convincente. La pecca però è che - come anche nei Gialli di Camilleri - non c'è un elemento fuori posto e stranamente non c'è un caso che non sia collegato all'indagine principale. Anche se il collegamento lo si coglie solo nel finale, ogni singolo passaggio del libro ha la sua dovuta importanza nel quadro generale. Anche se si tratta di considerazioni sul tempo, hanno il loro scopo nella trama; e questo secondo me va a scapito del realismo.
absolutely fantastic. the best book I've read in a long time and one of the best "gialli", if not the best, I have ever read. I can't wait to read more by this guy. his plot is very clever and ingeniously developed. his dialogues are brilliant. his characters are well developed. his sense of humor is fantastic. if the next novel I find by him is anything like this, he will jump to the top tier of my favorite authors list. as a side note, he reconfirms for me that therr is no language w as fantastic parolacce and bestemmie (cussing and swearing) as Italian. this is a GREAT book!!!
3.5 sarebbe stato il giusto voto. Mi piace la scrittura di Biondillo. E' attuale, moderno e diretto. Ti racconta milano e i milanesi come ti aspetti. Con una serie di cliché azzeccati ed efficaci. Rende benissimo i dialoghi. Caratterizza altrettanto bene i personaggi. Li fa crescere, e ti ci affezioni. Non altrettanto, secondo me, si può dire della "storia". Io durante il romanzo non avevo la curiosità di sapere chi fosse il colpevole, chi avesse ammazzato, chi avesse rapito ecc… Questo lo ritengo abbastanza limitante in un noir/giallo ecc...
Il primo romanzo, sebbene acerbo, poteva essere un interessante esperimento per via dello stile di scrittura. Ma quando ci si aspetterebbe il miglioramento, sopraggiunge invece la noia. La pecca principale e' la vicenda poco coinvolgente e portata avanti troppo a lungo. E che ammazza quanto ci potrebbe essere stato di buono negli altri aspetti come la scrittura e i personaggi, che vengono ridotti ancor piu' a caricature.
Piacevole, il commissario Ferrero è un personaggio ben costruito, gli scorci di Milano descritti danno un'idea visiva della città e delle sue contraddizioni. Se lo paragoniamo al commissario Bordelli di Vichi ha uno spessore minore ed anche dal punto di vista delle storie sono un po' più deboli come trama. Ma si sa in questo momento non sono molto obiettiva sull'argomento...
Avevo apprezzato il primo capitolo dell'ispettore Ferrario e ho attaccato con curiosità questo secondo capitolo. Subito la narrazione mi è parsa un po' macchinosa, con l'Autore che si perde in descrizioni fiume. D'accordo, conosce Milano, ma non è il caso di romperci la lettura ogni volta con parentesi che rallentano solo il ritmo. Peccato, perchè nè la trama nè i personaggi sono male.