Il labirintico mondo della banca, con i suoi personaggi frustrati, gli sconcertanti retroscena, i ritmi alienanti di un lavoro spersonalizzante, è al centro di questo romanzo breve. Il protagonista, poco più che un adolescente, è costretto dalla difficile situazione economica ad entrare in un universo che gli è alieno e inizialmente spera di poter conciliare il lavoro quotidiano con le sue aspirazioni segrete. Ma presto si accorge dell'irrealizzabilità del suo progetto e si confina nel grigiore della sua condizione di impiegato. Al lungo racconto che dà il titolo al volume seguono sedici storie: immagini realistiche e grottesche dei nostri vizi quotidiani, realizzate con ironia e distacco.
Giuseppe Pontiggia was an Italian writer and literary critic.
He was born in Como, and moved to Milan with his family in 1948. In 1959 he graduated from the Università Cattolica in Milan with a thesis on Italo Svevo. After a first unnoticed short story anthology published in 1959, Pontiggia, encouraged by Elio Vittorini, decided to devote himself entirely to writing starting from 1961.
Avevo preso il libro per il racconto “La morte in banca”, ma non è stato quello che mi ha sorpreso più favorevolmente. La raccolta è davvero interessante perché dispone i racconti di Pontiggia in blocchi cronologici. Il racconto che dà il titolo alla raccolta è un frutto un po’ aspro (Pontiggia lo scrisse che non era ancora ventenne). Si nota già la tendenza all’essenziale, ma si capisce anche che la ricerca è agli inizi. Il racconto ha un finale aperto, anziché la morte in banca (dove la banca rappresenta l’appiattimento dell’ambizione) potrebbe essere la malattia in banca, non possiamo sapere se il protagonista si ribellerà alla propria condizione cercando nuovi stimoli. La prospettiva di ciò che potrebbe avvenire dopo quel finale aperto dipende dal livello di ottimismo di chi legge ma è influenzata dalla vena di pessimismo di chi scrive. Il titolo del racconto in fin dei conti è inequivocabile.
Nei blocchi successivi segnalo “Sera” che con un paio d’immagini trasporta in una Milano ancora incompiuta benché già grande città all’epoca (anni 50). Il racconto invece di esser chiuso è accostato. “Il lettore da casa editrice” è spassoso, potrebbe essere la nostra sorte se leggessimo opere di cui non conosciamo né il titolo né l’autore e poi dovessimo commentarle. Non vi anticipo altro perché il racconto merita di esser letto per apprezzare il modo in cui è costruito. Mi ha divertito anche “Avari”: è già complicata una vacanza con la propria famiglia, quando le famiglie sono due e la propensione a spendere è opposta, può diventare drammatica per entrambe. La formula dei racconti brevi mi aveva sfiancato ne “Le notti difficili” di Buzzati. Ho apprezzato quelli di Pontiggia perché sono molti di meno e soprattutto perché non viravano sull’onirico, il misterioso e l’assurdo come avveniva in buona parte di quelli di Buzzati. Quelle di Pontiggia sono schegge grottesche di vita quotidiana. I racconti dell’ultimo blocco sono i più precisi, la ricerca dell’essenziale è stata completata, ora è lì, a disposizione di chi legge. Pontiggia ha fatto incetta di grandezza e quando non la restituisce sintetizzata e rielaborata la cita direttamente: Gli tornarono alla memoria versi di Victor Hugo, non sapeva neppure se erano giusti; lui, in traduzione, li ricordava così: “Egli visse. Egli morì. / Tutto avvenne naturalmente / come scende la notte / quando il giorno tramonta”. Ricordava anche frammenti dell’originale: Tout cela ... lorsque le jour s’en va. Le cortecce sono state lavorate fino a diventare puntali, i tronchi degli ultimi racconti possono ferire chi vi si avvicini incautamente.
Sono un estimatore assoluto di Pontiggia: letterato raffinato, colto, sobrio e intelligente - uno scrittore dallo stile misurato, asciutto, equilibratissimo ma sempre altamente espressivo. Era da tempo che volevo leggere questa sua prima opera scritta in età giovanissima e centrata sulla propria esperienza da impiegato bancario non ancora ventenne (a dirlo oggi sembra un evento fantascientifico che un diciassettenne sia assunto in banca). Il romanzo breve che dà il titolo al libro non delude: la prosa di Pontiggia è già sicura e personale, costruita su brevi frasi icastiche, ma capace di generare un'atmosfera unica in poche righe - il topos dell'impiegato bancario che sprofonda nel grigiore alienante di una condizione inumana e soffocante è celeberrimo, ma Pontiggia ne riesce a fare un'opera originale ed efficace, scegliendo un registro misurato e controllato - come dice Mario Barenghi nell'ottima postfazione, già qui Pontiggia mostra le qualità che lo renderanno il più classico fra gli scrittori italiani dei nostri anni .
Completa il testo una serie di racconti composti in diversi periodi, alcuni riusciti, altri appena abbozzati e meno felici - su tutti lo splendido Storia di un verbalista che chiude un ideale cerchio con il testo giovanile iniziale, dato che è centrato su un personaggio dello stesso universo bancario di cui sopra.
Pontiggia si conferma anche questa volta succinto ma incisivo, fa centro nel descrivere il lavoro da travet bancario, anzi ne anticipa i tempi (di decenni), si ispirerà a lui, volutamente o meno, Paolo Villaggio nella sua famosa rappresentazione tragica del rag. Fantozzi e si affianca, senza esserne da meno alle opere famose "una vita" di Svevo o, forse qui il paragone è azzardato data la grandezza dell'opera di Kafka alla 'Metamorfosi". I racconti brevi che seguono li ho percepiti un po' scollegati dal contesto ma uno mi ha lasciato a bocca aperta (quando Pontiggia ha ritrovato l'argomento banca). Un modo di scrivere quasi farmaceutico per il dosaggio controllato delle frasi, dei termini ed anche per assurdo dei silenzi. In un primo momento questa scrittura sembra un agglomerato di appunti ma con la dovuta concentrazione di apprendono molte più cose rispetto a dei volumi molto più prolissi. Avevo già incontrato questo modo di scrivere anni fa leggendo 'le sabbie immobili" (e non avendolo apprezzato in un primo momento) e poi recentemente leggendo Lalla Romano. Come sosteneva anche Flaubert, una frase deve essere perfetta, studiata e qui nulla è messo a corollario.
Parziale delusione per questa prima prova di Pontiggia (di cui non avevo mai letto nulla), soprattutto a fronte della grande popolarità e stima di cui questo libro gode. La dimensione del romanzo breve, insieme allo stile piuttosto scarno della scrittura, non rende del tutto giustizia a una vicenda - di matrice autobiografica - che meritava di essere esplorata in maniera più compiuta. I sedici (brevissimi) racconti che completano la più recente edizione del testo sono una raccolta eterogenea che non lascia molto.
“Nati due volte” è bello, complesso, struggente; e pulito. Qui abbiamo una prosa meno rigorosa e uno scrittore giovane intriso di letture e preoccupato di non riuscire a nascondere abbastanza il malinconico disvelamento autobiografico della mediocrità della condizione adulta. Ma anche tra queste pagine un po’ crepuscolari ogni tanto emerge l’energia di chi continuerà a credere, anche in futuro, nella necessità della letteratura più ancora che della scrittura. I finali mi fanno venire in mente quelli dei racconti di Salinger: a voi? Interessante e utile la postfazione di Mario Barenghi della mia edizione della raccolta.
Il racconto principale è breve e interessante. Mi ha ricordato a distanza di anni le mie sensazioni con il mio primo "vero" lavoro. Poi ci sono molti altri brevissimi racconti, la gran parte piacevoli da leggere. Lo stile è asciutto. La lettura è filante e piacevole. I racconti sono interessanti. Raccomandato
Cos'ho imparato da questo libro? Ho imparato che non posso imparare niente ma che non sono sola. O meglio sono sola,sì sempre, tranne quando leggo. Ciò forse supera il dolore che hoprovato il giorno(d'estate) in cui Beppone Giuseppe se n'è andato. liliana