Gian Arturo Ferrari ha trascorso tutta la propria vita nel mondo editoriale italiano, conoscendone personaggi, miti e tendenze nella maniera più approfondita. Questo libro è il racconto della propria esperienza e contemporaneamente un’interessante e approfondita disamina della storia dell’editoria e dei suoi protagonisti. Per quanto possa apparire una narrazione estremamente soggettiva, sia pure da una persona grandemente informata dei fatti, sicuramente questo non piccolo libro vale anche come compendio storico, e aiuta anche a chiarire i retroscena e le ragioni di molti fatti avvenuti in Italia e non solo. Alcuni di questi fatti sono alquanto noti - i colpacci messi a segno da un giovane editore ricchissimo e comunista, Giangiacomo Feltrinelli, con il Dottor Zivago e poi col Gattopardo, romanzo pervicacemente rifiutato dalle majors dell’editoria - altri meno, tipo la fissazione dell’Einaudi per le enciclopedie e le grandi storie della cultura, che l’hanno trascinata nella rovina con conseguente acquisizione da parte della berlusconiana Mondadori.
A proposito di Berlusconi e Mondadori, molto interessante è la gerarchia morale, riportata dall’autore, che il noto personaggio privato e pubblico attagliava alle varie figure professionali con cui doveva confrontarsi. All’apice ovviamente i capitani d’industria, quelli che si sono fatti da sé; poi gli imprenditori generici; poi gli “specialisti” ovvero tutti coloro che sanno fare un mestiere, quale che sia, lo spettacolo, il calcio o scrivere libri; alla fine, gli unici degni di disprezzo, i manager, coloro che non rischiano nulla del loro e pretendono tutto, soprattutto dal punto di vista retributivo. E’ la prima volta che mi sono trovato d’accordo su qualcosa con Berlusconi, dato che anche a me la categoria dei manager, gente pronta a vendersi al miglior offerente peggio di Giuda e a millantare conoscenze che non possono materialmente avere, non ha mai fatto particolare simpatia. “Come gli impiegati, i manager sono esecutori, gente che non rischia, non crea e non inventa nulla. Pericolosi però, dato che, senza rischiare e senza saper fare, coltivano smodate ambizioni di potere”.
Si è sempre ritenuto che Berlusconi condizionasse le scelte della Mondadori, per cui l’autore ha lavorato a più riprese. A suo dire, c’è stato solo un caso di palese condizionamento: quando Berlusconi si incazzò per la pubblicazione di un pamphlet che attaccava duramente tutti i vertici economici e industriali italiani… tranne lui. Era stato a una riunione di Confindustria e tutti lo avevano guardato male pensando che dietro questa iniziativa editoriale, peraltro calendarizzata prima del suo arrivo, ci fosse lui. Proibì allora la ristampa del volume in questione (che venne invece ristampato di nascosto).
Ferrari aveva lavorato anche per RCS, il gruppo editoriale Rizzoli-Corriere della Sera di proprietà della famiglia Agnelli. Vi era approdato pensando, come gli era stato promesso, che vi avrebbe trovato grande libertà. Si rese conto invece con sconcerto che la proprietà, senza mai apparire ufficialmente (troppo poco aristocratico sporcarsi le mani…), faceva valere la propria volontà per interposta persona, facendo “cadere dall’alto” i propri desiderata. Un atteggiamento abbastanza comune in quest’ambito, spesso manifestato anche nei confronti di parti pubbliche o di ogni organizzazione di qualsiasi genere nei cui confronti si potesse far valere il peso del proprio prestigio o più spesso quello economico. Non a caso Ferrari se ne andò appena potè.
Lo sguardo dell’autore si amplia anche alla grande editoria internazionale, alle case editrici americane, francesi, tedesche e inglesi; le informazioni sono ampie e sempre molto interessanti. Curiosa peraltro, in un panorama che offre qualche parola a tutti, l’assenza della UTET, importantissima casa editrice torinese, che fu poi assorbita dalla De Agostini che l’ha praticamente liquidata (anche della De Agostini non si parla mai). Ci sarebbe molto da sapere e da capire a questo proposito.