A questo romanzo sono legati due fatti curiosi (sarà che io, quando si parla di libri, credo poco alle coincidenze…).
Il primo è un fatto avvenuto quest’estate mentre mi trovavo sul tram che, da un bel borgo, mi stava riportando al centro città di una nota località della Costa Azzurra. Per assicurarmi di aver preso il tram che mi portasse nella giusta direzione, mi sono rivolta, nel mio francese impeccabile, alla passeggera seduta di fianco a me, una ragazzina, poco più di una bambina, tra l’altro dall’aspetto molto simile a quello della bambina ritratta sulla copertina di questo libro. Lei, che inizialmente ha faticato a capire la mia domanda, ha poi annuito e infine mi ha detto, quasi per scusarsi della poca comprensione, di non essere francese. “Et vous etes d’où?” ("E di dov'è"?) le ho chiesto io, incuriosita. Lei ha fatto una faccia indefinibile, che non ha nascosto l’imbarazzo, la vergogna, quasi lo schifo di quello che doveva dire…”Ukraine”. Sono seguiti dieci, quindici secondi di imbarazzo totale, da parte sua ma anche da parte mia, quei momenti brutti e vuoti, nei quali sei a disagio e d’ingombro, non sai cosa dire e resti lì con le mani in mano, annuendo tra il dispiacere e la comprensione, ma senza riuscire a replicare qualcosa di solido, di intelligente, di sensato. Anche perché, improvvisamente, ti senti la più fortunata del mondo a visualizzare una tragedia a distanza, senza che sia toccata a te.
Ecco, il disagio che ha vissuto questa ragazzina che resterà per me sempre sconosciuta, è quello che vive Alisa, la protagonista di questo romanzo. Me le sono immaginate uguali, in fuga da un destino che, di colpo, ha rovinato la loro quotidianità. Alisa ha 10 anni quando la guerra, di cui fino a quel momento si parlava con insistenza ma anche con incredulità, entra nella sua casa, a Kiev…e così è costretta a lasciare tutto, e a fuggire col nonno a Leopoli, verso Ovest, allo scopo di raggiungere la Polonia, mentre il padre perde tragicamente la vita e della madre si perdono le tracce. Da bambina diventa adulta in un baleno, e si rende conto che le favole non esistono più, ma anche che è importantissimo, vitale, non perdere del tutto la speranza.
Luca Crippa (già noto nelle mie passate letture per il toccante “Il fotografo di Auschwitz”) ci racconta il viaggio di Alisa e del nonno, tra città distrutte, palestre e stazioni trasformate in centri d’accoglienza e personaggi combattivi e disperati nell’Ucraina sconvolta dalla terribile guerra in corso. Un racconto incredibile che riporta alla crudeltà dei misfatti perpetrati con gratuità ai tempi del Nazismo: cambiano gli attori, i tempi e il contesto, ma lo scenario, macchiato da sangue innocente, resta purtroppo lo stesso.
Il secondo fatto curioso? Beh, uno dei maggiori terrori di ogni buon lettore, ovvero…il cosiddetto "buco delle pagine". Mi trovavo a pagina 96, ormai catapultata nel racconto, quando la pagina successiva è saltata al 145…in pratica, il volume usato appena acquistato aveva, per errore tipografico, un vuoto di oltre 50 pagine. Che fare? Dovevo assolutamente proseguire la lettura (e il libro risultava fuori nel circolo inter-bibliotecario). Sono dunque tornata subito in libreria e ne ho acquistata un’altra copia (stavolta nuova), pagando la differenza. Questa storia, attuale e crudele, non doveva assolutamente essere lasciata a metà, e non doveva nemmeno aspettare. Questa storia urlava di essere scoperta, continuata e terminata subito…Fatelo anche voi.