Milano, 1969. Università occupate, cortei, tensioni nelle fabbriche. Il 12 dicembre la strage di piazza Fontana. Alberto Boscolo ha vent’anni, viene da una famiglia normale, né ricca né povera, è iscritto alla Statale ma vuole di più. Vuole realizzare un proprio progetto politico. Deluso dall’inconcludenza del Movimento Studentesco, si avvicina a quello che di lì a poco sarà il nucleo delle Brigate Rosse. I mesi passano, Alberto partecipa alle azioni dimostrative, alle rapine di autofinanziamento e al primo attentato incendiario, ma il suo senso di insoddisfazione non si placa. Vuole agire sul serio. Il gruppo organizza il sequestro lampo di Idalgo Macchiarini, un dirigente della Sit-Siemens, e lo sottopone al primo processo proletario. «Mordi e fuggi », scrivono i brigatisti. La stampa batte la notizia; nei bar degli operai non si parla d’altro, le Brigate Rosse sono pronte ad alzare il livello dello scontro. In una metropoli nebbiosa, violenta e indimenticabile, Alessandro Bertante dà vita a una vicenda umana tumultuosa e vibrante, nella quale, intrecciando fiction e cronaca, vediamo scorrere i fatti cruciali che innescheranno la tragica stagione degli anni di piombo. Un romanzo che non cerca facili risposte ma che apre nuove domande su uno dei periodi più drammatici della recente storia italiana.
Idalgo Macchiarini dirigente della Sit-Siemens fu il primo sequestrato e processato dalle BR: rapito per mezz’ora, fotografato per sempre, il 3 marzo 1972.
Total Chaos. L’eredità partigiana è chiara ed evidente sin dal nome: la Brigata - che dal secondo comunicato si pluralizza e diventa Brigate per dare una sensazione di maggiore estensione, di vastità della lotta – è un rimando diretto ai partigiani. Partigiane sono anche le prime armi utilizzate nelle azioni, tenute ben nascoste e ben oleate ma sempre pronte all’uso: appartenevano alla resistenza comunista, quella parte di partigiani che dopo aver sconfitto il nemico fascista pensava e sperava di entrare in lotta contro lo stato borghese, per completare l’opera, per portare a termine la rivoluzione italiana. La Brigata fu Rossa sin dal principio perché il rosso è il colore della rivoluzione comunista che abbracciava le Brigate Garibaldi, l’URSS dell’Armata Rossa, Cuba, i Vietcong, e soprattutto i Tupamaros, i primi combattenti urbani, guerriglieri metropolitani.
Segrate, 14 marzo 1972: il corpo di Giangiacomo Feltrinelli.
Alberto Boscolo è l’alias scelto dall’io narrante che, come se fosse il diario dei suoi primi vent’anni (dal novembre 1969 al giugno 1972) racconta la nascita delle Brigate Rosse delle quali fu un membro fondatore, e uno dei pochi a non finire mai in prigione. Anzi, uno dei due fondatori mai identificati. Nella nota finale per il lettore, dopo le duecento pagine di questa incredibile cavalcata, veniamo informati che Alberto Boscolo lasciò la lotta armata nel giugno del 1972. Diversi anni dopo tornò a Milano per finire gli studi universitari e in seguito divenne uno stimato professionista. Individuato fin dai primi processi come membro fondatore delle BR, tuttavia non fu mai incriminato: nessun brigatista del nucleo storico rivelò la sua vera identità. E certo non lo fa il romanzo di Bertante, che mantiene l’alias e il mistero. E così Alberto Boscolo, qualunque sia stato il suo vero nome, ha partecipato, è rimasto lontano dalle sbarre, e si è rifatto una vita. Essendo nato nel 1949, quest’anno ne compie settantatre.
Milano piazza Fontana: 12 dicembre 1969, la bomba all’interno della Banca dell’Agricoltura.
E sì, forse il percorso in bilico tra finzione e realtà, tra invenzione e cronaca, tra romanzo e saggio, in qualche momento cede il campo a espressioni un po’ forzate, di giornalismo colorito, reminiscenze del liceo classico. E sì, forse un aiuto da parte della casa editrice, una revisione editoriale, qualche ripetizione in meno e qualche sinonimo in più, avrebbe giovato. Ma il racconto è bello, il tentativo generoso, e, secondo me, riuscito. Mi ha preso e trascinato in una lettura tour de force (un giorno scarso). Un romanzo di formazione inserito in un preciso contento storico che prende l’avvio dall’insoddisfazione e l’inquietudine tipica dei vent’anni, sempre coniugata con la convinzione d’essere immortali, che il tempo davanti sia un infinito ripetersi di ultimi attimi. Bertante è bravo a raccontare e spiegare il passaggio, tipico di quell’epoca incandescente, dal classico rifiuto dell’eredità paterna di un giovane studente piccolo borghese al bisogno di rivoluzione anche passando attraverso la clandestinità, le rapine, i sequestri, la lotta armata. O forse dipende dal fatto che l’avevo adocchiato nel momento in cui l’ho visto entrare nella dozzina dello Strega e ho subito avuto voglia di leggerlo. O forse dipende dal fatto che negli ultimi tempi sto leggendo diversi libri ambientati negli anni Settanta (e altri ne leggerò presto) perché m’è nata un’insopprimibile voglia di ri-esplorarli.
8 settembre 1974: l’arresto di Renato Curcio e Alberto “Mega” Franceschini.
Mi è molto piaciuto. Da sempre interessata ai romanzi che parlano, raccontano, romanzano, investigano sugli anni di piombo in Italia, mi sono comprata subito il libro di Bertante - che non conoscevo - e l'ho letto d'un fiato. È bella la storia di Alberto, ventidue anni, l'università che l'ha stancato, la lotta politica che lo coinvolge così tanto da metterlo contro tutti.
Io mi sono sempre chiesta cosa abbia spinto tanti ragazzi a diventare dei brigatisti, come l'ideologia li avesse inghiottiti costringendoli, poi, a una vita che non volevano. Questo libro non mi ha dato risposte, ma mi ha raccontato molto, mi ha fatto pensare e mi ha anche riportato alla mia gioventù, così diversa, così conformista, così banale, di certo.
Leggetelo, perché racconta un bel pezzo di certa gioventù in anni davvero difficile in Italia.
Dal 1969 al 1972: la nascita delle Br e, soprattutto, i pensieri di un ventenne che vive negli anni in cui l'esistenza aveva senso solo nella militanza.
Bertante restituisce un quadro psicologico preciso di un’epoca in cui cresce la tensione tra Stato e società civile. L’odio, la rabbia contro ciò che è considerato ingiusto s’incanala in scelte radicali.
Nasce la Brigata Rossa che subito dopo si moltiplica in Brigate perché tanti credevano che la lotta dovesse compiere questo passo. Un gruppo che all’inizio fu altro da quello che divenne col passare degli anni rinchiudendosi in una feroce ideologia sempre più incomprensibile e lontana dal popolo.
La voce narrante è quella di Alberto un nome immaginario che si riferisce ad un personaggio reale ma sconosciuto perché, poco dopo le prime azioni del gruppo ed una soffiata tesa ad arrestarli tutti, scompare nel nulla.
Questa è la storia di chi ha creduto che quella fosse l’unica strada possibile salvo poi svanire dietro una curva.
Ottima ricostruzione.
” Impresso in un bianco e nero sfocato, vedo un uomo di mezza età pesto e impaurito. Ha gli occhi obliqui, rivolti verso il suo carceriere, e due pistole puntate sulla faccia. Ha un grande cartello appeso al collo. Sopra c’è scritta una celebre massima di Mao Zedong.
Mordi e fuggi. Niente resterà impunito. Colpirne uno per educarne cento. Tutto il potere al popolo. Brigate Rosse.”
In Italia il 1969 è considerato un anno spartiacque: la strage di Piazza Fontana (12 dicembre) e la morte di Pino Pinelli rappresentano il culmine di una violenza che nel paese porterà ad una lunga stagione di terrore, i così detti “Anni di piombo”. Attraversata da una enorme crisi politica e all’interno di una rinnovata fase di rapporti fra operai e industriali, la società italiana sperimentava un nuovo ciclo di tensione che credeva di essersi lasciata alle spalle. La natura di questa violenza, le sue ragioni e il brodo di coltura entro il quale nacque e prosperò, non possono essere elementi spiegati in questo articolo [1]. Ciò che però dobbiamo tenere presente per parlare del nuovo romanzo di Alessandro Bertante, Mordi e fuggi. Il romanzo delle BR, è il clima di quegli anni, l’instaurarsi di una serie di condizioni che portarono alla nascita di numerosi gruppi extraparlamentari, di centri di riflessione e contrasto al potere, di una profonda coscienza operaia, e di frange che ritenevano la lotta armata l’unica soluzione possibile per rovesciare lo status quo.
Alberto Boscolo – il protagonista di questo diario-confessione – nel 1969 ha vent’anni ed è studente della Statale di Milano. Le università sono occupate, c’è un notevole fermento e Alberto non è soddisfatto, ricerca altro, qualcosa di più. La sua famiglia (elemento che narrativamente rimane sullo sfondo, così come rimane sullo sfondo per lo stesso Alberto che ce ne parla solo in un’occasione) non è né borghese né operaia, è uno dei tanti nuclei famigliari tipicamente italiani che sembrano non prendere parte, vivendo così una vita di tranquilla ignavia.
A cena, tutte le sere, cominciava la predica sullo studio, sulla mancanza d’impegno, sulle infantili quanto fugaci distrazioni della politica che non mi avrebbero portato da nessuna parte. Mi faceva da maestro, manco fossi un ragazzino. Proprio lui, Giovanni Boscolo, il quadro dell’Alfa Romeo, un colletto bianco […].
Nella prima fase del romanzo, quella in cui il legame amoroso per Anita (il richiamo garibaldino è fin troppo evidente, così come lo è quello delle BR alla Brigata Garibaldi) diventa via via un elemento di frizione e distanza, Alberto continua a frequentare il Collettivo Politico Metropolitano percependo, però, una crescente insoddisfazione. Le iniziative politiche e le discussioni non bastano più, la violenza inizia a diventare una prospettiva di lotta reale, davvero capace di cambiare le cose. Questo cambiamento non è solo un fattore d’influenza esterno, politico: Alberto infatti muta, dà corpo all’insoddisfazione che sente dentro di sé, lascia Anita alla sua vita di “finta” lotta, spostando di molto il suo punto di osservazione. Ciò non avviene facilmente e il travaglio è ben cadenzato, soprattutto dai tantissimi spostamenti che il narratore compie in una Milano protagonista tanto quanto Alberto.
Le cose cambiano con una certa velocità e la Brigata Rossa dà vita ai primi attentati incendiari, poi al rapimento di Idalgo Maccarini (dirigente della Sit-Siemens), sottoposto al primo processo proletario. Ex partigiani forniscono ai combattenti armi e coraggio, sottolineando così l’inizio anche di un riconoscimento delle attività e degli scopi delle BR. Riconoscimento che porta i componenti del gruppo ad abbracciare la clandestinità, interrotta solo da una retata a cui Alberto riesce a sfuggire casualmente. È il 1972 e la parabola brigatista di Alberto Boscolo (personaggio realmente esistito, mai condannato e mai riconosciuto: nulla si conosce della sua vera identità) si chiude con una fuga in treno, il giorno dopo l’uccisione del commissario Calabresi.
Il romanzo è un tentativo audace di raccontare una porzione ben precisa, attraverso la lente umana di un ventenne, di una vicenda molto complessa. La nascita delle BR è un pezzo di storia che viene spesso tralasciata, o che passa in secondo piano rispetto a tutta la fase successiva dell’azione brigatista, culminata con il sequestro Moro (marzo-maggio 1978). Il contesto è fondamentale per il romanzo che, tutto imperniato sulla vicenda umana di Alberto Boscolo, prova a descrivere un momento decisivo della storia italiana. Buona parte di questa descrizione avviene però attraverso l’utilizzo di cliché abusati (gli Stravecchio bevuti a qualsiasi ora nei bar pieni di operai, i capelli lunghi, i baffi nerissimi, le giacche di velluto…), particelle narrative che sembrano riprese da fiction televisive.
Dopo la strage, le già accese divisioni interne divennero inconciliabili e non poteva bastare il profumo del risotto giallo con la luganiga a metterci d’accordo.
A volte un linguaggio mutuato dal giornalismo che si maschera da ricerca storica sembra impossessarsi del narratore che, invece di essere parte attiva della vicenda, la osserva dall’interno, ricavandone immagini evocative e poco più («Giardini di Palestro, la nuvola di fumo si alzava nera e densa»; «Non serviva un meteorologo per capire dove tirava il vento»). L’intreccio alterna momenti concitati che si condensano in poche ore a lunghe pause da un mese all’altro. Queste ultime si riassumono spesso in una espressione non certo ricercata e che ritorna ciclicamente: erano mesi febbrili.
La costituzione della Brigata genera una certa euforia in Alberto; sentimento esaltante controbilanciato da una solitudine per certi versi voluta e per altri trovata sul percorso, come effetto collaterale della lotta. Per questo Alberto vaga nei bar, cerca (e trova) una spalla in Arturo – un vecchio libraio antiquario da cui lavorava saltuariamente e che scopriremo avere un passato diverso da quello che ci si sarebbe atteso –, dorme in case comuni e condivide tutto, tantissimo, con sconosciuti. La presa di consapevolezza del peso della clandestinità, però, è piatta, appoggiata a un linguaggio che sembra ancora grezzo, non ripulito, o, altre volte, fuori contesto.
Io, uno studentame qualsiasi, un aspirante intellettuale piccolo borghese, grazie all’enormità della loro violenza ero diventato un combattente pronto alla lotta. […] Noi saremmo diventati la Storia.
Chiunque in tasca poteva avere in tasca cento lire (sic!).
Mi venne una forte nostalgia di casa e in un momento di debolezza uscii di casa per raggiungere la cabina del telefono pubblico.
Traumatizzati dalla bomba, i giovani comunisti avevano cominciato a figliare come non ci fosse un domani.
Non è molto facile esprimere un giudizio su un romanzo che muove da intenzioni interessanti, il cui intreccio è senz’altro ben pensato, ma che si esplica in modo così poco preciso, a volte superficiale e inutilmente suggestivo. Anche nel tentativo di descrivere l’ingenuità dei giovani e delle giovani che fondarono il movimento di lotta armata (un tratto realmente presente, con una sua importanza e oramai acclarato da tutte le ricostruzioni e testimonianze), l’autore non riesce a trasferire a pieno il conflitto, risultando grottesco, come nell’episodio in cui Mara spara accidentalmente un colpo nei confronti del Mega [2]. Ciò che rimane alla fine del romanzo è la sensazione di aver letto delle pagine sfilacciate, con oggetti non messi a fuoco, che tentano di ricostruire atmosfere per mezzo di immagini già viste, già commentate, già superate.
[1] Un consiglio su tutti è il recente L’Italia di Piazza Fontana, di Davide Conti – Einaudi.
[2] Un passaggio che contiene anche una inesattezza, o almeno una non completa concordanza: «Un pomeriggio eravamo tutti dentro alla cascina in attesa di pranzare, quando Mara e il Mega cominciarono a scherzare con due vecchi fucili da caccia, manco fossero dei bambini. Improvvisamente a Mara, che pensava l’arma fosse scarica, partì un colpo a pallettoni che colpì il braccio destro e la spalla del Mega. La ferita non era gravissima ma poteva infettarsi facilmente per via delle decine di piccoli tagli che la rosa di pallini provoca».
“Gli anni Sessanta ci avevano raccontato che potevamo avere tutto, che il mondo stava cambiando e che saremmo stati proprio noi la generazione motore del cambiamento. A quella promessa ci credevamo, eravamo certi che stesse accadendo qualcosa, era nell’aria ed era ovunque ti girassi, potevi sentirla sulla pelle.”
Quando si sente parlare di Brigate Rosse, comprensibilmente, si pensa subito al caso di Aldo Moro, il sequestro, la prigionia e infine l’omicidio; eppure le BR sono state molto di più, e Alessandro Bertante in questo libro ce ne parla in maniera approfondita. Ci troviamo a Milano, uno dei luoghi simbolo delle Brigate Rosse, quello milanese sarà infatti tra i principali nuclei d’Italia; il protagonista del libro é Alberto Boscolo, ragazzo di 20 anni, di famiglia ‘normale’, studia all’Università eppure vuole di più. Vuole realizzare il proprio progetto politico: l’autunno caldo, la prima strage, quella a Piazza Fontana, e l’inconcludenza del movimento studentesco, lo spingono ad avvicinarsi sempre di più a quello che sarà il nucleo delle brigate rosse. Mese dopo mese Alberto, insieme a quelli che saranno i più famosi brigatisti, inizieranno le prime azioni dimostrative, rapine, attentati incendiari, per poi arrivare al primo sequestro lampo, quello di un dirigente della Sit-Siemens, e sottoporlo al primo processo proletario, “Mordi e fuggi”, e ormai non si parlerà d’altro, se non delle Brigate Rosse. L’autore attraverso questo libro dà vita ad una vicenda umana tumultuosa e vibrante, fiction e cronaca si intrecciano, e vengono riportati i fatti cruciali che innescheranno la tragica stagione passata alla storia con il nome di anni di piombo. Essendo io appassionata di questo periodo storico non vedevo l’ora di leggere il libro, avevo alte aspettative, e sono state tutte più che soddisfatte. L’autore ci racconta in maniera perfetta la nascita del gruppo terroristico più famoso d’Italia. Vengono spiegati i motivi che hanno spinto gli uomini della cosiddetta sinistra extraparlamentare, ancora più a sinistra del partito comunista, del quale, si sa, non condivideranno diverse scelte, a diventare brigatisti, tra i più crudeli e cinici. Parlare degli anni di piombo e delle brigate rosse non è facile, é necessario uno studio attento e approfondito riguardo questi anni che caratterizzeranno per sempre la storia del nostro paese, ma Alessandro Bertante ci riesce a pieno. Consiglio sicuramente questo libro a tutti coloro che vogliono conoscere ancora di più questa parte di storia italiana; il romanzo vi permetterà di guardare, per una volta, con un occhio diverso le brigate rosse, e la loro storia.
È molto difficile per me criticare questo libro, perché nonostante gli anni della militanza siano lontani, riconosco gli sprazzi di quella speranza ardente e di quell'incrollabile fiducia nella """"rivoluzione""". Non paragono il mio fulmineo e tutto sommato gentile attivismo universitario con l'attività politica delle BR, non solo per i metodi differenti, ma soprattutto per il clima in cui si inseriscono i percorsi diversi e le diverse Italie che hanno attraversato, ma mi rivedo nel febbrile incanto del movimento.
Nonostante sia conscia del fatto che è un romanzo con una narrazione in prima persona, quindi inevitabilmente incompleto, e non un saggio politico sulle BR, e nonostante apprezzi la volontà di scrivere di un periodo storico ancora così lacerante nella nostra memoria, l'ho trovato deludente per diverse ragioni:
- per anni si è fatta una fatica immensa ad arricchire il dibattito sulla lotta armata, a demistificare il percorso politico della militanza delle BR come un covo di esaltati bombaroli, per restituire la complessità di quelle scelte, ed ecco qua che ci ritroviamo un'altra narrazione semplicistica e machista di un esaltato che vuole fare la rivoluzione ma non sa nemmeno da che parte è girato.
- lo stile è confuso, artificioso, l'autore sembra voler appropriare una sintassi che non gli appartiene, infarcendo la narrazione di una sequela di "proletari" "borghesi" "alzare il livello dello scontro" e "servi", in uno zoppicare incerto fra il gergo movimentista, turpiloquio messo a caso e tentativi mal riusciti di lirismo, che messi a caso interrompono semplicemente il flusso. È chiaro che c'è un tentativo di mostrare sia il background universitario del protagonista che la sua "deriva del gergo attivista" dell'epoca - si sa che le parole d'ordine la fanno da padrone nei movimenti - ma il risultato è straniante e spesso anche banale.
- è di un sessismo brutale. All'inizio pensavo di no, che forse l'autore voleva mettere in evidenza un certo elemento misogino dei movimenti dell'epoca (e di oggi oserei dire), e disvelarli in modo critico, ma la realtà è che le donne non alcun posto in questo romanzo se non per andare a letto con lui o per essere la moglie di qualcuno sullo sfondo, importantissima ma che non parla mai. Ancora mi viene da ridere se penso alla scena post coitale in cui l'autore pensa sia importante sottolineare lo stato di erezione del pene di Alberto e il fatto che lei lo avesse in mano.
- secondo me è scritto male. Dico secondo me perché mi riservo il beneficio dell'essere contraddetta, spero insomma di aver capito male io, di non aver colto le sottigliezze del linguaggio. Spero veramente di sbagliarmi, però di rado ho letto un libro scritto in un modo che sembra altrettanto frettoloso e svogliato. Ma alcuni passaggi sono veramente farraginosi e inefficaci.
D'altro canto, le prime pagine e l'epilogo mostrano un tipo di scrittura capace di dire e dare molto, una prosa efficace e prorompente, una capacità innegabile di veicolare emozioni e approfondire tematiche complesse. Ho avuto l'impressione che l'autore si sia ritrovato a raccontare qualcosa di non davvero suo, e che a discapito di una volontà onorevole di raccontare tematiche complesse abbia fallito nell'impresa di sentire davvero il materiale, di farlo suo, e si sia trovato costretto ad "atteggiarsi" troppo, a fingere troppo, e quella mancata coesione si sente molto.
C’è chi dice che per raccontare gli anni bui delle Brigate Rosse bisogna documentarsi meglio. Io penso invece che questo libro un po’ romanzato abbia espresso molto bene quegli anni e come, prendendo una strada invece che un’altra, ognuno potrebbe pensare come i brigatisti. Bravo Bertante !
Il primo aggettivo che mi viene in mente è: interessante. Non è il termine che si cerca quando si legge un romanzo, ma questo è un romanzo particolare, quasi un saggio sul pensiero rivoluzionario(?)Terrorista(? )Estremista(? ) che ha sconvolto la nostra vita negli anni settanta. Alberto si muove nella Milano grigia delle fotografie di quegli anni, incrocia nomi (a cui con facilità il lettore aggiunge noti cognomi) che hanno fatto della banda armata la loro identità, Alberto ci crede, ma ha solo venti anni e venti anni sono davvero pochi a volte per rendersi conto delle conseguenze di un pensiero.
Il popolo è sempre muto, la storia di tutte le rivoluzioni è la storia di un manipolo di esaltati che cerca di spezzare questo luttuoso silenzio.
Dal punto di vista narrativo è scritto molto bene. Una successione dei fatti avvincente, personaggi credibili e una dose di suggestione un po' nostalgica della Milano che fu, quella della scighera, la nebbia che arrivava fino in centro. Poi c'è l'aspetto storico, e credo che questo libro non sia una agiografia delle BR. Il racconto si concentra su quel biennio '69-'70, anni in cui alcuni movimenti di estrema sinistra attivi clandestinamente nelle fabbriche in difesa degli operai vessati dai dirigenti e dai padroni si sono trasformati in un'organizzazione paramilitare dedita alla lotta armata.
Attraverso il protagonista Alberto, ventenne studente universitario e membro dei Collettivo Politico Metropolitano, si assiste dall’interno a tutti i passaggi della trasformazione, in primis a quell'impulso primigenio che incoraggiava il superamento di assemblee troppo intellettuali e sterili per riorganizzarsi in una realtà più presente sul territorio e che parlasse davvero la lingua degli operai; che portasse a dei risultati concreti e che conquistasse finalmente gli onori della cronaca, anche ricorrendo ad atti violenti. Un impulso che acquisisce intensità dopo la bomba di Piazza Fontana e la successiva esecuzione di Pinelli in Questura; che alimenta la convinzione, cioé, che fosse proprio lo Stato ad ammazzare impunemente attraverso la sotterranea alleanza tra servizi segreti, gruppi neofascisti e poteri internazionali. Si sente poi la cacofonia delle voci appartenenti a tutte quelle diverse identità di estrema sinistra, a volte alleate ma più spesso in conflitto tra loro; si vede la diffidenza tra operai e studenti, e la contrapposizione tra padri e figli. Quei figli che ereditavano il boom economico e sui quali incombeva il peso enorme delle aspettative. Si assiste all'arrivo di Renato, di Margherita, di Mario, e di altri di cui possiamo facilmente conoscere il cognome che hanno battezzato come Brigate Rosse quella organizzazione terroristica sanguinaria che hanno voluto diventare.
Infine penso a quanta somiglianza possa esserci tra quella situazione sociale e l’attuale. Ora che una nuova contrapposizione fortemente ideologica tra destra e sinistra rischia di provocare nuovi scontri, negli angoli bui di una massa silenziosa drogata dai social, sempre più povera e sfiduciata, rinunciataria e arroccata sull’astensionismo.
Non mi è dispiaciuto ma non sono nemmeno pienamente convinta. Mi è sembrato che venga dato, soprattutto nella parte iniziale, troppo spazio alle riflessioni e al pensiero del protagonista, con ben poco che accade, e che per descrivere le fasi iniziali della storia delle BR lo stile usato per descrivere gli eventi sia troppo didascalico, troppo "da compitino". Ritengo che il libro migliori andando avanti, acquisendo un ritmo più serrato. Resta un esperimento di romanzo ibrido, un po' narrazione un po' ricerca storica e biografica, comunque interessante.
Mi sento confusa e mossa da opinioni contrastanti a riguardo di questo testo.
Se da una parte ha pretese di ricostruzione storica del post sessantotto e dei conseguenti anni di piombo iniziati con la strage di pizza Fontana, l’ho trovato troppo romanzato e sbrigativo. Pochi fatti pretesto concentrati più sulle riflessioni personali del protagonista piuttosto che su una vera e dettagliata ineluttabilità. Ma dall’altra, probabilmente, si propone come testo “leggero” di divulgazione, in cui allora i particolari sono anche troppi rispetto al filo del romanzo e del flusso di pensieri della storia. Anche il protagonista, personaggio realmente esistito, così come la modalità di narrazione delle varie vicende, sempre Alberto, il protagonista, in prima persona, l’ho trovato un po’ troppo nel mezzo, troppe divagazioni personali e ipotesi di pensiero. Avrei preferito una lettura più dettagliata e ricca di particolari storici, meno riflessioni personali e più documentazione.
Comunque resta una lettura piacevole e adatta a chi ha poca o nessuna conoscenza riguardo la nascita delle BR e il contesto in cui si collocano.
Avevo aspettative alte per questo romanzo di Bertante e sono state tutte mantenute. Nonostante la brevità, Bertante è riuscito secondo me ha raccontare cosa sono state le Brigate Rosse mettendo in luce, attraverso la formazione di Alberto Boscolo, tutti i topos della narrazione sulle BR: ideali traditi, utopia della rivoluzione, i mutamenti urbani ma soprattutto l’umanità, perché prima di essere “terroristi” (tra virgolette, perché è un termine borderline da usare quando si parla di BR) i brigatisti erano umani (infatti Margherita Cagol e Renato Curcio vengono chiamati la prima col suo nome di battaglia, ovvero Mara, e il secondo solo Renato, quasi a spogliarli della loro fama di brigatisti e criminali). Bravo Bertante!
- Interessante dal punto di vista storico - Componente narrativa in sé un po’ debole, in particolare i dialoghi - Topografia urbana onnipresente abbassa ulteriormente la letterarietà - Deludente che si concluda prima del rapimento Moro (titolo fuorviante) - Refusi
Ho iniziato la rincorsa al Premio Strega: ricordo l’ebrezza del tifo e la soddisfazione per il “già letto” quando le pagine dei quotidiani si concentrano sul vincitore e vorrei riassaporare la sensazione.
Per interesse storico e ipotetica contiguità con i miei gusti di lettore ho pensato di partire da Mordi e fuggi, romanzo di Alessandro Bertante che promette di raccontare la “storia delle Brigate Rosse”, come recita il sottotitolo. Naturalmente la forma è narrativa e non saggistica, con un protagonista io narrante e il tentativo di ricreare ambientazione storica e sociale degli anni Settanta.
Mettiamola così: non farò il tifo per questo.
Nonostante le premesse, ho trovato Mordi e fuggi deludente. Prima di tutto nella forma: dialoghi poco efficaci, una scrittura che sconta il tentativo di ricreare lessicalmente anni passati con un risultato che appare artificioso, in un insieme che appare tutto sommato quasi frettoloso nel divenire così come nella sua espressione.
C’è poi un problema di contenuto, che – come sempre accade quando si parla di letteratura – può essere dovuto alla mia sensibilità personale: il romanzo mi è parso fortemente assolutorio, quasi che l’esperienza della lotta armata fosse una inevitabile strada da intraprendere e non una precisa scelta politica e militare di cui non si faticava certo a intravedere la tragicità. Ogni azione delle BR è conseguenza di un torto subito, ogni momento di discussione interna sfiora il manicheismo fra chi non ha il coraggio di andare fino in fondo e chi ci crede davvero. Ho la fortuna di non aver vissuto quegli anni, ma immagino una infinita gamma di grigi fra il bianco e il nero delle due opposte posizioni, e in un romanzo che ambisce a raccontarne la storia avrei voluto vederne una rappresentazione.
“Noi cosa volevamo alla fine? Cosa volevamo veramente? Un sentimento assoluto, inderogabile che ponesse fine a ogni disuguaglianza e a ogni conflitto. Questa ambizione smisurata ci ha condotto per forza a fare i conti con la storia e con la sua fine. Ma non siamo seguaci di Spartaco, non siamo schiavi in catene ammutinati e neppure servi della gleba, non c’è così grande differenza tra noi e loro. Ancora noi e loro. La nostra è una strada senza uscita. La guerra e l’uccisione saranno per forza fratricide. E poi non rimarrà più niente da combattere, solo rimpianti per le perdite e la gioventù sprecata.”
Il romanzo scorre velocissimo ed è scritto molto bene. La parte interessante è il fatto che si differenzia dagli altri libri, almeno fra quelli che ho letto, riguardanti gli anni di piombo che si concentra più su una vera e propria introspezione di chi ne è stato protagonista, da chi gli ha dato inizio in un certo senso. Non critica gli eventi ma ti fa semplicemente avere una chiacchierata con Alberto, un ragazzo.
Con un titolo così impegnativo é inevitabile deludere le aspettative del lettore. Superficiale e frettolosa, la storia cerca di ammantare con squarci poetici di urbana decadenza una serie di riflessioni e di azioni che di poetico nulla possiedono. Alla fine resta la convinzione che chi si é fermato, come l’anonimo narratore di questa storia reale, l’abbia fatto soltanto per paura e non per la maturata convinzione di partecipare a una lotta folle, ingiustificata e inutile. Del resto, basta una delle ultime frasi, Rifarei tutto e non mi pento di nulla, accostata a quella finale, Non parteciperò a questa guerra, a rendere il senso della confusione che regnava in molte menti, e che costò così tanto al Paese e alle sue vittime innocenti.
“Quell’immagine non aveva un nome e anche se lo avesse avuto non sarebbe stato uguale per tutti. Uguaglianza, giustizia, comunità, incanto, avventura, alla rivoluzione puoi dare il nome che preferisci e sarà soltanto tuo e lo dovrai difendere perché nei momenti di debolezza sarà quel nome a darti la forza necessaria a continuare a lottare. Quel nome che tu hai scelto quando hai spalancato i tuoi desideri fino all’impossibile.”
Continuo la maratona dei candidati al Premio Strega con Mordi e Fuggi - Il romanzo delle BR, di Alessandro Bertante. Il tema è sicuramente il più interessante dei candidati e lo sviluppo della figura di Alberto Boscolo fascinosa e fascinifera. Gli esordi delle BR, la lotta operaia e Milano protagonista ne fanno fino ad ora il mio candidato preferito.
Milano, 1969. Università occupate, cortei, tensioni nelle fabbriche. Il 12 dicembre la strage di piazza Fontana. Alberto Boscolo ha vent'anni, viene da una famiglia normale, né ricca né povera, è iscritto alla Statale ma vuole di più. Vuole realizzare un proprio progetto politico. Deluso dall'inconcludenza del Movimento Studentesco, si avvicina a quello che di lì a poco sarà il nucleo delle Brigate Rosse. Un libro, che mi ha trascinato nei famosi anni di piombo. Mi sono ritrovata investita dalle lotte, che impattavano nelle università e nella città di Milano. Militare, questa è la parola d'ordine.
"Dobbiamo essere diversi dagli altri gruppi, maoisti o operaisti che siano, noi non ci nasconderemo nella grande pancia del movimento dove esistono decine di sigle intercambiabili, nessuna azione ha un responsabile e potrebbe essere stata fatta da chiunque."
Alberto Boscolo è un giovane di vent'anni, proviene da una buona famiglia borghese di Milano e studia alla Statale. E' impegnato nel Collettivo Politico Metropolitano ma, non appena la situazione si fa più seria con la bomba a Piazza Fontana prima e l'omicidio di Pinelli poi, comprende che la sua partecipazione deve farsi più intensa. E' così che entra a far parte di un nuovo gruppo politico extraparlamentare, anzi contribuisce a crearlo: le Brigate Rosse. Per i successivi tre anni, finché non vengono arrestati i primi compagni, partecipa con convinzione e fede politica a tutte le azioni che coinvolgono il gruppo alla Sit-Siemens e alla Pirelli. "Mordi e fuggi" è un titolo preso in prestito da Mao Tse-Tung e utilizzato dalle BR nel sequestro Macchiarini, presenta un sottotitolo un po' fuorviante, "Il romanzo delle BR", che vorrebbe suggerire un romanzo che presenti l'intera storia delle Brigate Rosse, quando invece ne racconta solo la nascita e le prime apparizioni. Senza quel sottotitolo, sarebbe tutto più semplice, perché Alberto, la voce narrante, è un personaggio credibile, che spiega ottimamente le sue motivazioni e la sua fede politica, sebbene in alcuni punti in modo un po' prolisso e troppo tecnico. Detto questo, Bertante dà vita ad una narrazione convincente e avvincente, che meritava però una prosecuzione ulteriore per permettere al lettore di comprendere meglio, sotto l'ala interessante del romanzo, tutto il processo che ha portato all'escalation di violenza in quei bui ma intensi Anni di Piombo.
Avevo visto questa copertina e questo titolo al Salone del Libro e, essendo da sempre incuriosito, se non affascinato, da quegli anni di piombo che ho vissuto da bambino attraverso i miei genitori e gli altri adulti dell'epoca, avevo deciso di portarmelo a casa. Non so se chiamarlo romanzo perché sia come storia che come stile si avvicina di più a un saggio o a un reportage. La sua classificazione nella narrativa viene giustificata in quanto l'autore immagina che il protagonista, realmente uno dei fondatori delle BR mai identificato dalla giustizia, decida di scrivere il suo memoriale dei tre anni di attività eversiva. Interessante e dettagliato anche se secondo me porta poco o nulla di nuovo all'immensa mole di materiale disponibile sul principale gruppo terroristico italiano. Scrittura abbastanza piatta e poco accattivante. Un'ottima idea rimasta però secondo me decisamente incompiuta.
Scorrevole e a tratti intrigante, ma personalmente non mi ha particolarmente coinvolto. In altre parole, niente di nuovo sotto al sole. Tanto le vicende quanto gli ideali trattati li ho già incontrati diverse volte in vari approfondimenti letti. Il punto di vista è quello di un ragazzo idealista che si trova a vivere l'inizio di qualcosa di più grande di lui, venendone sopraffatto, come un novello Raskolnikov. Non mi sono piaciuti i molti luoghi comuni disseminati nella narrazione, per i quali le mattinate milanesi sono sempre umide e fredde, i proletari sono autentici e nei bar si bevono gli amari in un silenzio di piombo. Mi aspettavo un livello più alto da un candidato allo Strega, ma se non avete mai letto nulla sulle BR potrebbe essere un buon punto di partenza.
Mi è piaciuto molto: duro, ben scritto, ben documentato, il conflitto interiore del protagonista è descritto molto bene, e mi è piaciuta la suspense lasciata dall’epilogo, perché è molto vera: chi sa tutto su quegli anni ha scelto di non dirlo, e avventurarsi in quelle storie significa precipitare dentro un’acqua fonda e scura, come dice Mario Calabresi. Io ero troppo piccola per avere ricordi coerenti di quegli anni, riemerge solo qualche episodio, come la morte di Feltrinelli vicino al traliccio.
Io c’ero in quegli anni…alla Statale, nelle trattorie di Porta Ticinese, il giorno della morte di Saverio Saltarelli in via Larga…ho potuto confrontarmi con l’ambiente descritto in questo racconto eccessivamente romanzato nel quale la politica e l’atmosfera di quel periodo sono appena sfiorati, evocati dalla lettura di articoli di giornali dell’epoca. Non ho trovato nemmeno una parvenza del dibattito giovanile che ho vissuto. Le Br sono state ben altro! Un’occasione persa per superficialità che non può essere giustificata dal taglio personale che risulta banale e privo di spessore.
3,75. Alberto Boscolo, ventenne dalle idee politiche ben chiare, si avvicina al nascente movimento delle BR, fino a sposarne completamente le idee. Questa sua scelta implicherà delle conseguenze che si riverseranno inevitabilmente anche nella sua vita privata. L'ho trovato ben scritto (giusto il tono, le atmosfere, l'enfasi della prima persona) e molto coinvolgente, ma forse perde un po' sul finale. Sicuramente interessante per approcciarsi al tema.
Davvero un peccato, l'oggetto del libro era super interessante anche se ben complesso da gestire e invece rimane molto in superficie per tutto il tempo per arrivare solo alla fine a dare un senso alla vicenda e alle scelte del protagonista, usando tra l'altro un registro a una scrittura molto elementare quasi sciatta
Un libro che si legge in fretta, in parte grazie al ritmo incalzante della narrazione. Mi e' piaciuta l'ambientazione, le descrizioni di Milano nei primi anni 70, locali, negozi, quartieri che logicamente negli anni successivi sono cambiati moltissimo. Ho trovato la storia in se' e per se' un po' didascalica pero', speravo il libro fosse piu' interessante.
Romanzo molto interessante, sicuramente ben scritto e con un buono studio del contesto. Sinceramente però non ho apprezzato il finale, è stato troppo veloce nel concludere l’esperienza del protagonista nelle Br, ci sarebbe stato di più un maggior approfondimento e una narrazione più lenta nel finale