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Laogai, the Chinese Gulag
"Avoiding sensationalism or self-pity, what Mr. Wu has given us is the unemotional and authoritative reference work long needed to complement the vivid but anecdotal accounts of individual prisoners. . . . a comprehensive . . . expose, laying out, in the greatest detail yet available, the history, policies, command structure and scale of the largest remaining communist gulag".--"Wall Street Journal"
264 pages, Paperback
First published October 1, 1992
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Community Reviews
Displaying 1 - 3 of 3 reviews
December 12, 2009
Mostly a dry text, but for those who are interested in political imprisonment and human rights violations, an indispensable book.
January 11, 2014
“Ero totalmente nell’oscurità: non sognavo, non piangevo. Vivevo solo come un animale, mangiavo tutto ciò che riuscivo a mangiare. Sopravvivevo.”,
(Harry Wu, Laogai)
La parola laogai significa sistema di campi di lavoro in cui i detenuti sono in gran numero dissidenti politici. Il nome viene dal cinese ”riformare attraverso il lavoro”. Grazie alla Laogai Research Foundation di Harry Wu, questa parola è entrata a pieno diritto nell’Oxford English Dictionary insieme a gulag e a lager.
Ma chi è Harry Wu? E’ un signore cinese nato a Shangai nel 1937 da una famiglia benestante. Sua mamma muore quando lui è molto piccolo e il padre, divenuto banchiere dopo una lunga gavetta, si risposa con una donna figlia di proprietari terrieri. Insieme crescono otto figli. Il caso vuole che Harry sia l’unico cattolico della sua famiglia: viene bocciato in seconda media a causa di alcuni problemi di salute e fa amicizia con un anziano prete cattolico della sua scuola che lo fa entrare nel laboratorio di scienze e gli parla di Gesù. I due diventano buoni amici tanto che Harry va a scuola anche di domenica per stare con questo sacerdote e alla fine decide di farsi battezzare. Nel 1952 in Cina venne soppressa la Chiesa cattolica, i preti stranieri vengono espulsi e quelli cinesi mandati nei campi di lavoro e per Harry è una cosa strana, si recherà nella sua scuola media ma non troverà più il suo amico prete che gli lascia alcune farfalle del laboratorio. Dal 1952 tutte le chiese diventano di proprietà del governo e l’ultimo vescovo viene arrestato nel 1956. Nel 1955 Wu si iscrive all’università e per lui è una cosa speciale perché nella sua condizione in piena rivoluzione culturale di Mao viene accettato a scuola pur essendo lui figlio di un banchiere e per giunta cattolico. Quando entra a scuola si sente diverso dai suoi compagni perché su trenta studenti quasi tutti erano membri del partito o membri della Lega dei Giovani Comunisti. Lui e altri sette compagni vengono definiti come “gli studenti bianchi” in contrapposizione agli studenti rossi, i comunisti. Nel 1957 viene etichettato come controrivoluzionario di destra e ogni giorno viene picchiato, insultato dai compagni e costretto a scrivere una confessione dei suoi reati. Un giorno, un funzionario governativo entra in classe e annuncia che il controrivoluzionario di destra doveva essere arrestato e mandato nei campi di lavoro. Harry viene preso, gli viene fatto firmare un foglio in bianco e venne spedito in un campo di lavoro senza un processo. Harry non ha mai saputo quale fosse la ragione del suo arresto, ricorda di essersi trovato dietro un cancello di ferro. chiuso Il resto sono ricordi terribili: viene picchiato e costretto a fare la sua confessione. Viene mandato in una fabbrica chimica col consiglio di “obbedire obbedire e obbedire!” La condanna per essere un borghese cattolico è di 20 anni di lavori forzati nel laogai. Ogni settimana, ogni mese, ogni anno è costretto a scrivere: “Mi condanno e appoggio il comunismo”. Non si può non confessare il proprio crimine, anche se si è innocenti: chi non vuole confessare viene ucciso. Harry ricorda di un contadino che non voleva confessare: la polizia lo ha legato al palo dell’uva, in poco tempo il suo corpo si è ricoperto di zanzare e le sue urla strazianti si udivano per tutto il campo. Harry cambia dodici campi di prigionia:
dalla fabbrica chimica venne spedito in un’acciaieria per il furto di un cetriolo, poi in una miniera di ferro e alla fine in una fattoria dove per 18 ore al giorno i prigionieri scavano canali e si costruiscono strade. La vita è durissima, gli uomini non hanno più sogni, speranze. Harry racconta che in un laogai non si è vestiti a sufficienza per ripararsi dal freddo, si mangia brodo vegetale con due pagnotte e torsoli di pannocchia e si dorme su un kang. Il kang non è un letto di ferro o di legno bensì un mucchio di terreno e fango. Si lavora talmente tanto da non aver energie per pensare, persino gli occhi consumano energie e quando non si lavora si tengono ben serrati. Chi alla mattina non si alza dal kang vuol dire che è morto e viene portato in una baracca in attesa della sepoltura.
Stare in un laogai è come essere in un tunnel: non sai se ne uscirai vivo o morto, non pensi al futuro perché la fine per tutti è il cimitero .
Nei campi di lavoro le esecuzioni capitali sono all’ordine del giorno. Nel 1996 la Cina contava 4796 esecuzioni. Dal 2006 le esecuzioni non sono più pubbliche (venivano date per televisione), ma rimangono, tanto che si stimano circa 8000esecuzioni l’anno. I prigionieri giustiziati forniscono anche gli organi che alimentano un traffico illegale. Come testimonia il dottor Wang Guoqi, scappato dalla Cina mescolandosi a un gruppo di turisti in visita a Disneyland.
In Cina ci sono le esecuzioni, le donne non sono libere di partorire (per la politica del figlio unico), non c’è liberà di religione, i media (Yahoo, Cisco, Microsoft, Google) sono controllati eppure i cinesi sono liberi di scegliere la marca di shampoo con cui lavarsi i capelli.
Credo che questo libro riesca a farci aprire gli occhi su una realtà poco nota e ci possa far riflettere su tutte quelle libertà che abbiamo duramente conquistato e che spesso diamo per scontate.
(Harry Wu, Laogai)
La parola laogai significa sistema di campi di lavoro in cui i detenuti sono in gran numero dissidenti politici. Il nome viene dal cinese ”riformare attraverso il lavoro”. Grazie alla Laogai Research Foundation di Harry Wu, questa parola è entrata a pieno diritto nell’Oxford English Dictionary insieme a gulag e a lager.
Ma chi è Harry Wu? E’ un signore cinese nato a Shangai nel 1937 da una famiglia benestante. Sua mamma muore quando lui è molto piccolo e il padre, divenuto banchiere dopo una lunga gavetta, si risposa con una donna figlia di proprietari terrieri. Insieme crescono otto figli. Il caso vuole che Harry sia l’unico cattolico della sua famiglia: viene bocciato in seconda media a causa di alcuni problemi di salute e fa amicizia con un anziano prete cattolico della sua scuola che lo fa entrare nel laboratorio di scienze e gli parla di Gesù. I due diventano buoni amici tanto che Harry va a scuola anche di domenica per stare con questo sacerdote e alla fine decide di farsi battezzare. Nel 1952 in Cina venne soppressa la Chiesa cattolica, i preti stranieri vengono espulsi e quelli cinesi mandati nei campi di lavoro e per Harry è una cosa strana, si recherà nella sua scuola media ma non troverà più il suo amico prete che gli lascia alcune farfalle del laboratorio. Dal 1952 tutte le chiese diventano di proprietà del governo e l’ultimo vescovo viene arrestato nel 1956. Nel 1955 Wu si iscrive all’università e per lui è una cosa speciale perché nella sua condizione in piena rivoluzione culturale di Mao viene accettato a scuola pur essendo lui figlio di un banchiere e per giunta cattolico. Quando entra a scuola si sente diverso dai suoi compagni perché su trenta studenti quasi tutti erano membri del partito o membri della Lega dei Giovani Comunisti. Lui e altri sette compagni vengono definiti come “gli studenti bianchi” in contrapposizione agli studenti rossi, i comunisti. Nel 1957 viene etichettato come controrivoluzionario di destra e ogni giorno viene picchiato, insultato dai compagni e costretto a scrivere una confessione dei suoi reati. Un giorno, un funzionario governativo entra in classe e annuncia che il controrivoluzionario di destra doveva essere arrestato e mandato nei campi di lavoro. Harry viene preso, gli viene fatto firmare un foglio in bianco e venne spedito in un campo di lavoro senza un processo. Harry non ha mai saputo quale fosse la ragione del suo arresto, ricorda di essersi trovato dietro un cancello di ferro. chiuso Il resto sono ricordi terribili: viene picchiato e costretto a fare la sua confessione. Viene mandato in una fabbrica chimica col consiglio di “obbedire obbedire e obbedire!” La condanna per essere un borghese cattolico è di 20 anni di lavori forzati nel laogai. Ogni settimana, ogni mese, ogni anno è costretto a scrivere: “Mi condanno e appoggio il comunismo”. Non si può non confessare il proprio crimine, anche se si è innocenti: chi non vuole confessare viene ucciso. Harry ricorda di un contadino che non voleva confessare: la polizia lo ha legato al palo dell’uva, in poco tempo il suo corpo si è ricoperto di zanzare e le sue urla strazianti si udivano per tutto il campo. Harry cambia dodici campi di prigionia:
dalla fabbrica chimica venne spedito in un’acciaieria per il furto di un cetriolo, poi in una miniera di ferro e alla fine in una fattoria dove per 18 ore al giorno i prigionieri scavano canali e si costruiscono strade. La vita è durissima, gli uomini non hanno più sogni, speranze. Harry racconta che in un laogai non si è vestiti a sufficienza per ripararsi dal freddo, si mangia brodo vegetale con due pagnotte e torsoli di pannocchia e si dorme su un kang. Il kang non è un letto di ferro o di legno bensì un mucchio di terreno e fango. Si lavora talmente tanto da non aver energie per pensare, persino gli occhi consumano energie e quando non si lavora si tengono ben serrati. Chi alla mattina non si alza dal kang vuol dire che è morto e viene portato in una baracca in attesa della sepoltura.
Stare in un laogai è come essere in un tunnel: non sai se ne uscirai vivo o morto, non pensi al futuro perché la fine per tutti è il cimitero .
Nei campi di lavoro le esecuzioni capitali sono all’ordine del giorno. Nel 1996 la Cina contava 4796 esecuzioni. Dal 2006 le esecuzioni non sono più pubbliche (venivano date per televisione), ma rimangono, tanto che si stimano circa 8000esecuzioni l’anno. I prigionieri giustiziati forniscono anche gli organi che alimentano un traffico illegale. Come testimonia il dottor Wang Guoqi, scappato dalla Cina mescolandosi a un gruppo di turisti in visita a Disneyland.
In Cina ci sono le esecuzioni, le donne non sono libere di partorire (per la politica del figlio unico), non c’è liberà di religione, i media (Yahoo, Cisco, Microsoft, Google) sono controllati eppure i cinesi sono liberi di scegliere la marca di shampoo con cui lavarsi i capelli.
Credo che questo libro riesca a farci aprire gli occhi su una realtà poco nota e ci possa far riflettere su tutte quelle libertà che abbiamo duramente conquistato e che spesso diamo per scontate.
October 28, 2018
Admittedly, the Laogai is far less famous than its Russian (gulag) and German (concentration camp) cousins, although it is something I have pondered about from time to time [1]. The author of this deeply interesting and very harrowing work has the best sort of credibility to write about the prison camp system in China--he was a prisoner/slave there for nineteen years and understandably wanted to bring it to the attention of a wider audience once he found freedom and was able to leave China for the safe haven of the United States. In less able hands a book like this one could have been a real chore to read, but the author's credibility and his attention to detail help this book read less like a personal screed and more like an impassioned attempt by a man to expose the cruel and unjust system that took so much of his life away and that contributes to the well-being of a corrupt Chinese communist government that he author understandably does not want to see helped in any way. If you want to understand the dark underbelly of the Chinese economy, this is a very important book to read.
Even with all of its appendices, this is a book that is just over 200 pages if you read the whole thing--and it would be wise to do so. This book is organized in a somewhat unusual fashion, with its introduction taking up more than 50 pages as the author discusses the organization and distribution of labor reform camps, the population and political function of these camps, and the place of the camps in the economic system of China (1). After that there are three chapters that discuss different elements of the Chinese labor camp system, with one chapter looking at the general development of labor camps, the objects of imprisonment, living conditions and punishment of those camps (2), another chapter looking at the Chinese goal of reeducation through labor in theory and practice (3), and another chapter examining the forced job placement of people once they have been released from prison in labor camps where they had worked as prisoners to keep people as a permanent underclass (4). After this there is a chapter about labor reform under Deng Xiaoping and some recent changes in labor reform policy in China (5). After all of this the book contains five appendices on information on the 990 labor camps the author was aware of, the commodities they produce for China as of the book's writing, a more in-depth look at three sample Laogaidui, the unwillingness of Volvo to take advantage of an offer by the Chinese government for slave laborers to build automobile parts, and a list of labor reform enterprises that have become particularly important to China's economy.
Obviously, a book like this is not designed for pleasant reading, but it manages to be unpleasant in very worthwhile ways. For one, the author himself is an insider about Chinese labor camps, having been in them for nearly two decades as a result of having made some critical comments about the Chinese regime as a university student during a period of abortive efforts at encouraging a hundred flowers of freedom to speak one's mind among Chinese citizens. The author details the casual cruelty that takes place due to prison snitches, low amounts of food, a great deal of cruelty on the part of guards, and the fear of family members of many prisoners to associate with imprisoned relatives because of the scrutiny this would result in. The author also shows a couple of examples of slave/prisoner-made products that have been sold in the United States, including a bottle of wine and some black tea. The author's restraint in terms of talking about the horrors of his existence in these slave labor camps only makes the statistical and factual tone of the book more chilling.
[1] See, for example:
https://edgeinducedcohesion.blog/2016...
https://edgeinducedcohesion.blog/2014...
https://edgeinducedcohesion.blog/2012...
Even with all of its appendices, this is a book that is just over 200 pages if you read the whole thing--and it would be wise to do so. This book is organized in a somewhat unusual fashion, with its introduction taking up more than 50 pages as the author discusses the organization and distribution of labor reform camps, the population and political function of these camps, and the place of the camps in the economic system of China (1). After that there are three chapters that discuss different elements of the Chinese labor camp system, with one chapter looking at the general development of labor camps, the objects of imprisonment, living conditions and punishment of those camps (2), another chapter looking at the Chinese goal of reeducation through labor in theory and practice (3), and another chapter examining the forced job placement of people once they have been released from prison in labor camps where they had worked as prisoners to keep people as a permanent underclass (4). After this there is a chapter about labor reform under Deng Xiaoping and some recent changes in labor reform policy in China (5). After all of this the book contains five appendices on information on the 990 labor camps the author was aware of, the commodities they produce for China as of the book's writing, a more in-depth look at three sample Laogaidui, the unwillingness of Volvo to take advantage of an offer by the Chinese government for slave laborers to build automobile parts, and a list of labor reform enterprises that have become particularly important to China's economy.
Obviously, a book like this is not designed for pleasant reading, but it manages to be unpleasant in very worthwhile ways. For one, the author himself is an insider about Chinese labor camps, having been in them for nearly two decades as a result of having made some critical comments about the Chinese regime as a university student during a period of abortive efforts at encouraging a hundred flowers of freedom to speak one's mind among Chinese citizens. The author details the casual cruelty that takes place due to prison snitches, low amounts of food, a great deal of cruelty on the part of guards, and the fear of family members of many prisoners to associate with imprisoned relatives because of the scrutiny this would result in. The author also shows a couple of examples of slave/prisoner-made products that have been sold in the United States, including a bottle of wine and some black tea. The author's restraint in terms of talking about the horrors of his existence in these slave labor camps only makes the statistical and factual tone of the book more chilling.
[1] See, for example:
https://edgeinducedcohesion.blog/2016...
https://edgeinducedcohesion.blog/2014...
https://edgeinducedcohesion.blog/2012...
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