In una vecchia vignetta del Candido Guareschi rappresentò in secondo piano una massa di uomini che irrompevano brandendo minacciosamente striscioni e cartelli con frasi (sgrammaticate) inneggianti alla miscredenza, mentre in primo piano spiccavano un tizio dall’aria preoccupata e un parroco dall’aspetto pacioso: “Reverendo” diceva il primo “vengono ad assaltare la chiesa?” “No” rispondeva il curato “vengono a far benedire gli stendardi della Lega per la Diffusione dell’Ateismo”. Mi è venuta in mente questa scena mentre leggevo una pagina di questo saggio, nella quale l’autrice va compulsando il suo telefonino in cerca d’un saggio sui gravi pericoli scaturenti dall’uso dei telefonini. A tale ricerca peraltro non è nuova, perché riferisce nel libro d’aver preparato una puntata di Presa diretta su tale argomento, che si vede la interessa da tempo: non si tratta di quindi d’un saggio buttato giù con poca o punta documentazione solo perché il discorso può interessare molti lettori: tuttavia mi ha egualmente lasciato perplesso, pur non essendo un’opera priva d’interesse. Le ragioni per cui mi ha un po’ deluso sono principalmente due: la confusione (peraltro voluta, e per un motivo specifico che tra un attimo si porrà in evidenza) tra l’abuso del telefonino e l’abuso della rete, e il carattere soverchiamente aneddotico e autobiografico della trattazione. Le due ragioni oltretutto appaiono anche strettamente intrecciate. Leggendo queste pagine mi è venuto in mente un altro saggio sui pericoli della navigazione in rete, pubblicato da Raffaello Cortina e intitolato Internet ci rende stupidi? scritto dall’americano Nicholas Carr: questi, giornalista specializzato nella divulgazione scientifica, tocca parecchi punti menzionati anche dalla sua collega italiana, come i danni al sistema nervoso, alla memoria o alla conoscenza che arreca il diuturno ricorso e abuso della consultazione in rete; Carr tuttavia espone il problema in maniera metodica, distribuendo in capitoli diversi le diverse questioni, partendo sempre da ricerche di neuroscienze e di psicologia, riassumendone gli esperimenti e i risultati, e allegando i riferimenti alla letteratura scientifica consultata: il suo insomma è un saggio scientifico, sia pur divulgativo e adatto anche a lettori privi di qualsiasi specializzazione in materia. Se faccio riferimento a questo libro americano non è per lodare Carr a spese di Lisa Iotti, ma per dare un’idea di come mi sarebbe piaciuto che Lisa Iotti avesse rifuso il suo materiale, visto che a sua volta aveva letto libri, consultato riviste, intervistato scienziati e cercato svariati generi di fonti. Ella invece ha scelto una strada tutta diversa: quello del giornalismo che si cala negli eventi, li vive e li presenta in guise impressionistiche cercando sempre di sonare piacevole. Ecco il motivo per cui l’autrice mischia in continuazione l’allarme sui rischi nell’uso e abuso della rete (i quali possono avvenire sia ricorrendo al telefonino, sia restando per ore incollati allo schermo d’un calcolatore da tavolo) ai guai strettamente legati al telefonino per via delle posture cui costringe mentre lo si guarda, dello schermo piccolo, degli effetti che producono le sonerie o gli scampanellii che annunciano l’arrivo di messaggi sulle varie piattaforme sociali alle quali si è iscritti: l’autrice fa un miscuglio perché è lei a usare il telefonino per molte ore al giorno, e perché in rete passa il tempo non su d’uno strumento da tavolo, bensì sull’aggeggino che si tira sempre comodamente dietro digitando frenetica perfino nelle situazioni più impensate. Il libro, infatti, è tutto e sempre incentrato sull’autrice: non riassume una ricerca, non cita un esperimento dove manchi un “io, io, io”: a lei era successo così, anch’ella ebbe la tal esperienza su cui ha poi scritto il professor tale, a lei era capitato cosà e poi il professor talaltro le aveva spiegato che dipendeva da questo e quello… ciò, secondo il mio gusto, avrebbe maggior pregnanza che accadesse sporadicamente, a mo’ di occasionale insaporitura del resoconto, anche per, diciamo così, questione di proporzioni: ché poi, dopotutto, Lisa Iotti non è Claude Lévi-Strauss. Quanto poi alla piacevolezza, io sono il primo a detestare la saggistica sussiegosa e mortifera che si ammanta di paroloni e si vela di spesse brume sintattiche, ma come in tutto est inter quiddam Tanaim socerumque Viselli: e non è che per evitare la mutria da cattedratico bolso si deve predicare di continuo con motti e con iscede; ma è, purtroppo, una moda che vien d’oltreoceano al pari di tante altre bruttarelle o bruttissime; e ho l’impressione che ai nostri giorni molti vogliano suscitare simpatia e scrivere con levità, ma di fatto la leggerezza resti una virtù rara. Il carattere autocentrato della trattazione ha peraltro anche un aspetto positivo: rende palese infatti come la dipendenza dalla rete o dal telefonino – ma la Iotti lo definisce, anglicamente, device – possegga caratteri affini a tante altre dipendenze, s’instauri in modi spesso ingannevoli e sornioni, e finisca per dominare spiacevolmente la vita di persone che tuttavia rimangono affatto integrate nella società e, per tanti versi, continuano ad avere una vita normale; temo che questa dipendenza diverrà purtroppo sempre più diffusa in un mondo come il nostro. Perfettamente consapevole della sua situazione, la giornalista cercò, un paio di anni fa, d’entrare in un ristretto gruppo di gente da diversi paesi che trascorse un breve periodo di disintossicazione in un’amena località delle Dolomiti bellunesi, un’iniziativa di cui avevo letto un paio di resoconti sui giornali: ma non ci riuscì; le è rimasta (come a me, del resto) la curiosità di sapere se la disintossicazione, di cui i partecipanti all’esperimento avevano parlato in toni entusiasti, abbia poi avuto effetto duraturo. Insomma, il libro alterna spunti e dati di grande interesse a difetti d’un certo peso, ma questi ultimi – tra i quali porrei anche l’aver omesso una bibliografia utile per i lettori desiderosi d’approfondimento – non sono, tutto sommato, così gravi da mettere del tutto in ombra i primi.