"E il mare è pieno di vecchie navi stanche
che abbiamo affondato nei nostri tentativi di raggiungerci."
Leggere Nordbandt è morire di freddo pur essendo immersi nel caldo inviluppo dell'arancio, del verde e del blu mediterranei. E' guardare un tenero, giovane olivo della macchia sussultare sotto le raffiche del vento del nord, un vento tagliente, che non perdona, e provare pietà per quel povero arbusto che si piega come a elemosinare dalla terra un appiglio più saldo. Ma è anche cambiare prospettiva, e chiedersi se il vero mendicante non sia invece il vento, troppo gelido e maldestro per far capire all'albero che voleva solo giocare con i suoi rami, come fanno le brezze estive nelle poesie. Ma non ci sa fare. Ha barattato le sue terre battute per un olivo capriccioso e il calore di un luogo che non è il suo.
A differenza di questo vento, però, Nordbrandt si impadronisce di scenari del tutto estranei a quello del suo luogo natio, la Danimarca, costruendo i suoi testi con immagini calde, palpitanti, richiamando le culture dei Paesi che ha visitato, come la Turchia e la Grecia, a comporre visioni ardenti come il sole di questi paesi. I componimenti dello stampo "mediterraneo-orientale" risultano ancora più esotici se messi a confronto con altre poesie in cui tali riferimenti sono assenti, e che si tengono perciò su una linea differente, forse più composta, forse più rassegnata, e che ho amato né più né meno delle prime, solo in modo diverso, perché sono due rami della poetica di questo autore che -ma questo solo dal mio punto di vista- necessitano di essere non separati, ma comunque distinti.
Per me, Il nostro amore è come Bisanzio è stata una rivelazione. E' in corso la mia lotta per riuscire a racimolare qualche altro testo di Nordbrandt, sia anche solo un appunto preso dietro lo scontrino del bar. Arrivata a questo punto, ne ho un bisogno assoluto.