Come da quarta di copertina, India è una maestra elementare con una passione per le storie che ad un tratto inizia a soffrire di attacchi di panico.
A causa dello stigma sociale legato alla malattia mentale ben presto si ritrova a vivere come una parìa.
Ecco, a me l’accanimento del mondo adulto contro di lei è sembrato esagerato al punto da lasciarmi perplessa: colleghi di lavoro le strappano di mano l’agenda, conoscenti per strada la spintonano, le scrivono insulti in caratteri cubitali con la vernice davanti al portone di casa… A India manca solo il fiato ogni tanto, non è che abbia ucciso nessuno!! Perché tutto questo astio??
Ma chi è che ti intima “fallo a casa tua, ci vuole un bel coraggio” quando ti vede assumere dei farmaci (tra l’altro compressine anonime, magari stai prendendo un oki per i crampi mestruali)?
In alcuni punti sembra quasi (non è così) un romanzo trasposto male da un’altra nazione. Durante una riunione del consiglio scolastico ad esempio, viene messa in dubbio la capacità di insegnamento di India alla luce dei suoi problemi personali ed una mamma si sfoga dicendo: “Con tutti i soldi che vi diamo tra libri e altro” Ora, a me quella di India pare proprio una scuoletta pubblica di paese, i soldi delle tasse non finiscono mica nelle tasche della preside in modo diretto, quindi che cazzo chiedi conto a lei del tuo 730 zia, mah.
Oppure, quando i genitori iniziano a non mandare a scuola i figli in segno di protesta perché vogliono che India venga licenziata (cosa ci vuole d’altra parte a licenziare un dipendente pubblico, per giunta malato? Solo l’intercessione papale), India si arrabbia: “Non possono impedire ai figli di vedere i loro amici” I genitori invece possono impedire ai loro bambini di finire le scuole elementari? Non è più grave il mancato insegnamento delle tabelline che non poter giocare a mosca cieca a ricreazione?
Anche il “lieto fine” è buttato in caciara: tutto si risolve perché i bambini soffrono troppo per l’allontanamento della maestra, così i loro tutori fanno spallucce e dicono “ma sì, prima non credevamo che tu conoscessi lo spelling del plurale di arancia ma se serve a farli smettere di piangere toh, prendi le chiavi dello scuolabus e accompagnali in gita”.
Sembra tutto così… approssimativo. India, dipinta come una vorace lettrice, appena ha del tempo libero si prefigge come obiettivo della vita quello di recuperare le opere di… Murakami :-//
C’è uno psicologo che ne indovina il carattere “nervoso” basandosi sul fatto che India sia magra. Neanche Cesare Lombroso avrebbe azzardato tanto.
La faccenda degli psicofarmaci viene affrontata in maniera nebulosa: sono d’aiuto, certo, ma se ne presentano le criticità.
Il compagno di India le chiede quasi ossessivamente se stia seguendo la terapia farmacologica, e dal modo in cui ne parla sembra che creda le medicine più tachipirine che abbassano la febbre venti minuti dopo averle buttate giù piuttosto che strumenti di un processo di aggiustamento continuo.
Ecco, i momenti in cui India si scontra con la sua famiglia sono i più realistici: è realistica la preoccupazione dei genitori ed i modi in cui si esprimono (le dicono: “Non farti questo, non farci questo”).
Ci sono delle vignette in cui India chiede al fidanzato di fermare l’auto perché sta avendo un attacco di panico ma lui non VEDE il problema, per cui non la asseconda, le dice siamo quasi arrivati…
Tra gli elementi positivi della storia ci sono i bellissimi disegni, la definizione della sanità come il tempo in cui India “dava per scontata l’aria”, ed il momento in cui India si dice stanca di “sentire il silenzio solo quando provo dolore”, India è cioè stanca di prendersi un momento di vuoto pieno, in cui non fa nulla, solo quando a farla fermare è il malessere che sente dentro.