Composto da tre romanzi brevi, "La bella estate", "Il diavolo sulle colline" e "Tra donne sole" (che ho realizzato soltanto ora, dopo anni che è tra e non tre), da una parte i tre romanzi possono essere letti in modo completamente indipendente - tanto che ora, per esempio, Einaudi li sta vendendo singolarmente -, ma insieme compongono, come detto da Pavese stesso nella post-fazione, una "temperie ricorrente". In particolare, tutti e tre sono accomunati dalla sconfitta che è per Pavese caratterizza il passaggio all'età adulta. E' come se, per Pavese, l'età adulta si aprisse con una capitolazione.
Comunque, seppur appunto, ognuno dei tre testi può fare "libro a sé", secondo me è anche più interessante un'analisi di come tutti e tre si richiamino l'un l'altro e di perché, in fondo, Pavese abbia racchiuso in un unico libro tre testi scritti anche a quasi dieci di anni di distanza l'uno dall'altro.
1 "La bella estate" racconta di Ginia, ragazza 17enne, che inizia a girare con Amelia, donna adulta, che la porta nel suo giro, fatto di artisti mezzo scapestrati, dove Ginia si invaghisce e viene sedotta da Guido, un pittorucolo. La bella estate del titolo del romanzo, che poi diventa anche titolo della raccolta, è l'estate ricca di aspettative e sogni che Ginia pensa di poter rivivere. Noi, infatti, la conosciamo nel pieno della sua vita da ragazza, "a quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse". E' in questa estate dei suoi 17 anni che Ginia fa la conoscenza di Amelia, a cui si lega, prima di tutto perché affascinata dal mondo che si porta dietro: lei modella e donna adulta, Ginia ragazza che già lavora per portare avanti la famiglia. Ma, pur sempre ragazza di 17 anni. L'incontro con Amelia, e il mondo adulto e disilluso degli artistoidi torinesi, per Ginia si prospetta come l'inizio di qualcosa di meraviglioso, una festa continua, ma invece declina in mestizia e infelicità. Non c'è tragedia alla fine: solo consapevolezza che non vi sarà alcuna bella estate.
2 "Il diavolo sulle colline" è, invece, la storia di tre universitari che conoscono un rampollo di una ricca famiglia industriale con problemi di alcol e cocaina (su internet si dice sia stato preso a modello uno degli Agnelli) che li invita a passare l'estate nella sua villa. Per rendere un'idea di come i diversi testi si richiamino, questo è l'incipit: "Eravamo molto giovani. Credo che in quell'anno non dormissi mai. Ma avevo un amico che dormiva meno ancora di me, e certe mattine lo si vedeva già passeggiare davanti alla Stazione nell'ora che arrivano e partono i primi treni". La giovinezza per Pavese è caratterizzata da questa frenesia che, in tutta sincerità, non riesco a non ricollegare a quella vuota e disperata dei giovani di Bret Easton Ellis. Certo, se Bret Easton Ellis fosse vissuto nella Torino degli anni '40. Però, ecco, sì, insomma, "Le regole dell'attrazione" in modo meno videoclippettaro l'avrebbe potuto scrivere Pavese se fosse vissuto 50 anni dopo. Uscire, fare l'amore, la frenesia sono un modo per combattere la solitudine feroce dei 20 anni: "Io, quell'anno, quando restavo solo passavo brutti quarti d'ora". Particolarità di "Il diavolo sulle colline" è la contrapposizione fra la città, Torino, con il suo mondo borghese e il ricco rampollo Poli, e il mondo delle campagne, dove perfino una collina può parere che abbia il sangue, una voce e che vivesse. Il che, in Pavese, non si traduce in un'idealizzazione della natura o della campagna. Anzi, il narratore viene preso ironicamente in giro per le sue ingenue convinzioni sulla campagna e la sua autenticità. La contrapposizione, allora, è fra qualcosa di artefatto, urbano, e qualcosa di - non trovo altro termine se non mitico. "Non c'è niente che sappia di morte più del sole d'estate, della gran luce, della natura esuberante. Tu fiuti l'aria e senti il bosco, e ti accorgi che piante e bestie se ne infischiano di te. Tutto vive e si macera in se stesso. La natura è morte". Morte che però al contempo è l'opposto di quello che è la città: non-vita. Tra l'altro, proprio questo aspetto mitologico si può riscontrare anche nella scrittura, nella descrizione della natura, e nell'afflato di alcuni dialoghi che paiono presi di peso da "I dialoghi con Leucò".
3 "Tra donne sole" è il racconto di Clelia che torna a Torino dopo averla lasciata da ragazza. Qua deve aprire una boutique e si trova a girare con la ricca gioventù torinese, e in particolare conosce Rossetta, che tenta il suicidio con i barbiturici, proprio come Pavese pochi mesi dopo, ma stiamo già facendo troppi pettegolezzi. "Tra donne sole" è, per me, il proseguimento di "La bella estate". Cioè, per carità, cambia il nome della protagonista, da Ginia a Clelia, ma non riesco a togliermi dalla testa che siano la stessa persona. Il suo cinismo, la sua disillusione, sono frutto del primo racconto. Per la prima volta è lo sguardo adulto di Clelia che racconta l'adolescenza. La lingua è fredda, distaccata, chirurgica, in alcuni punti quasi insostenibile per quanto è glaciale. E' come se nemmeno a Clelia importasse di sé. "Tra donne sole" è un concentrato di nichilismo puro, dove non esistono quasi più coordinate che permettano la vita. Gli episodi si susseguono quasi senza soluzione di continuità. "Rossetta, stupita, mi disse che non sapeva nemmeno lei perché era entrata nell'albergo quel mattino. C'era anzi entrata contenta. Dopo il veglione si sentiva sollevata. Da molto tempo la notte le faceva ribrezzo, l'idea di aver finito un altro giorno, di essere sola col suo disgusto, di attendere distesa nel letto il mattino, le riusciva insopportabile. Quella notte almeno era già passata. Ma poi proprio perché non aveva dormito e gironzava nella stanza pensando alla notte, pensando a tutte le cose sciocche che nella notte le erano successe e adesso era di nuova sola e non poteva far nulla, a poco a poco s'era disperata e trovandosi nella borsetta il veronal...". I brutti quarti d'ora che uno passa quando è da solo.
Ora, la prendo un attimo autobiografica, perché secondo me può tornare utile nello spiegare la particolarità de "La bella estate".
Questa è stata la seconda volta che leggevo "La bella estate". La prima volta è stata credo nel 2009, contate che l'edizione che ho io è quella vecchia degli Oscar Mondadori per capirci. Avevo 19 anni, massimo 20. L'età di cui parla "La bella estate". Le sensazioni che racconta sono le sensazioni che, col senno di poi, riconosco di aver provato. Quelle notti infinite, dove pareva che dovesse succedere tutto e si cercava disperatamente sempre qualcosa da far accadere in più. Estati che avevano un odore fortissimo di gelsomino. Una disperazione feroce che sfociava nell'esuberanza e vice versa in modo frenetico e vertiginoso. Sono tutte cose che si ritrovano in Pavese. Ma mi annoiò terribilmente. Perché? Uno dei motivi è, sicuramente, la scrittura, che oscilla dal naturalista al chirurgico e che a 19 anni ho indubbiamente trovato noioso. Ma non basta. La spiegazione me la sono data leggendo questo pezzo, da "Il diavolo sulle colline": "L'idea di passare un'altra notte bianca mi atterrì. Mio padre e mia madre non avrebbero detto niente; due parole sul tempo, un'occhiata su dal piatto, caute domande sugli appelli d'esame. Non so come Pieretto se la vedesse coi suoi; a me quei visi inermi facevano pena, e mi chiedevo che sorta di tipo fosse stato mio padre a vent'anni e che ragazza mia madre, e se un bel giorno avrei anch'io avuto dei figli così estranei. Probabilmente i miei pensavano al tappeto verde, alle donne, all'anticamera del carcere. Che cosa sapevano delle nostre smanie notturne? O forse avevano ragione: si tratta sempre di un tedio, di un vizio iniziale, e di qui nasce ogni cosa". Pezzo che trovo insopportabile da quanto vicino, insostenibile nella sua accuratezza di quello che provavo a vent'anni. Ma è uno sguardo, quello che chiede Pavese, accettabile soltanto a posteriori. I racconti dell'adolescenza, tendenzialmente, usano la retorica - condivisibile, eh - dell'esuberanza, della frenesia, che celano la malinconia. E' come se, normalmente, convivessero in questo tipo di romanzo entrambi sentimenti. Cosa che in fondo è vera. Pavese toglie la parte della gioia, della frenesia, della vita. Sbatte in faccia, senza alcun mezzo termine, la parte buia, disperata, apatica dell'adolescenza. Quel crollo, quella sconfitta di ogni speranza che coincide, per lui, con l'età adulta. Cioè, per capirci, Pavese è quello che nei suoi diari annotava che "Si diventa adulti quando si capisce che dire un dolore lascia il tempo che trova". E' questa disperazione che per me, a 19 anni, risultava inconcepibile, distante, noiosa. Quello che voglio dire è che lo sguardo di Pavese non è quello dell'adolescente, ma quello dell'adulto che ripensa alla sua adolescenza ("Il diavolo sulle colline") o dell'adulto che guarda altri adolescenti ("Tra donne sole"), ma anziché essere ammantato di nostalgia, che sembra essere una costante nel racconto di quegli anni della nostra vita, è ammantato di disillusione e disperazione. Una disperazione così profonda che raramente, tra l'altro, si risolve nella catarsi della tragedia, ma molto più frequentemente si spegne nella non-vita della quotidianità adulta.