Questo libro prefigura il nostro futuro prossimo. Quello quotidiano delle nostre case, delle città in cui abitiamo, fino ai nuovi e pervasivi usi che faremo degli smartphone. Ma questo futuro sta già accadendo in intelligenza artificiale, veicoli a guida autonoma, tecnologie green, smart city, riconoscimento facciale… Lì, chi progetta il nostro mondo di domani è già all'opera.
Simone Pieranni, laureato in Scienze Politiche, nel 2009 ha fondato China Files, agenzia editoriale con sede a Pechino che collabora con media italiani con reportage e articoli sulla Cina. Dal 2006 al 2014 ha vissuto in Cina, scrivendo per media italiani e internazionali. Dal 2014 lavora alla redazione esteri del Manifesto.
Muy buen libro sobre la actualidad geopolítica mundial, la relación China-EEUU, el futuro de la humanidad, la tecnología, el Big Data, etc. Necesario para entender los tiempos en el que estamos y hacia dónde vamos!
Un breve ma intenso saggio sulla Cina come leader mondiale nella tecnologia, e sul come sia stato possibile arrivarci partendo dall'essere solo "fabbrica del mondo" Un buon punto di partire per iniziare a capire un mondo che abbiamo finora sottovalutato, ma che di giorno in giorno si dimostra sempre più importante anche nella nostra vita quotidiana
Saggio divulgativo breve ma denso di contenuti e davvero molto interessante per farsi un'idea piuttosto precisa della Cina di oggi e di domani. Il mio voto: 4 stelle.
Prima parte del trittico cinese che sto leggendo. Entusiasmante. Mi spiego meglio. Da un lato rimango abbagliato da come la Cina abbia superato gran parte del mondo che imitava fino a 20 anni fa in termini tecnologici e di pervasività delle applicazioni di internet e dell'intelligenza artificiale etc. etc. Con tutto quello che ne consegue, anche nei suoi lati più oscuri. Come se fosse un laboratorio a cielo aperto in cui testare tutto ed il contrario di tutto, sapendo che hanno come minimo 1.4 miliardi di persone a dargli un feedback. Dall'altro, come già spiegato dal titolo, è affascinante vedere il continuo specchiarsi tra Cina e Mondo occidentale. Coloro che una volta si specchiavano in noi perchè volevano superarci in termini di ricchezza e ruolo nel mondo, sono quelli in cui adesso noi (o meglio i governi, i giganti tecnologici, le grandi compagnie) ci specchiamo (in maniera più o meno evidente/dichiarata) per le stesse applicazioni tecnologiche di cui sopra, per la stessa volontà di accumulare dati ed averli disponibili, di comandare le masse o sorvegliarle senza rendersene conto. Sono tanti gli interrogativi morali/etici che mette di fronte il libro, con esempi concreti da cui far partire le proprie riflessioni. I principali mi sembrano: 1) Assodato che i nostri dati sono ormai facili da prendere (in un modo o nell'altro è impossibile non essere profilati), vogliamo che siano gestiti dallo Stato o dai privati? 2) Quanto siamo disposti a cedere della nostra privacy in nome della sicurezza (inteso in termine più ampio possibile)? Da leggere, specialmente adesso, per vedere un nostro possibile domani.
Molto interessante, sia per neofiti della cultura contemporanea cinese che per esperti. Scorrevole, per nulla pesante o ridondante. Una delle più belle sorprese letterarie del 2020!
Libro bellissimo, corto ma intenso, sullo stato tecnologico della Cina contemporanea, ed i suoi risvolti economici e , soprattutto, sociali.
Scritto da una persona che chiaramente ha un'enorme esperienza e conoscenza della cultura cinese, affronta svariati punti spinosi del progresso tecnologico cinese, come la privacy, la qualità della vita e le tutele lavorative, che hanno rilevanza globale, senza mai cadere in una retorica "occidentalista" (né, di contro, "orientalista"), ma dando sempre un punto di vista oggettivo con tanto di premessa culturale, che ci consente di comprendere come questo sviluppo sia stato possibile.
Pechino, marzo 2019. Mentre faccio colazione a casa, su WeChat controllo le notizie del giorno. Poi esco e, mentre cammino per gli hutong (le antichie viuzze della capitale che sopravvivono ai tanti cambiamenti in corso nella città), con WeChat prenoto il taxi per andare a un appuntamento in un bar del distretto dell'elettronica della capitale cinese. All'interno del bar, grazie all'Id di WeChat metto lo smartphone in carica in appositi cubicoli all'ingresso del locale e incontro la persona con cui ho appuntamento. Poi recupero lo smartphone e pago la mia consumazione con WeChat. Ho fame, così appena uscito cerco sull'applicazione un ristorante mongolo - una mia passione - nelle vicinanze. WeChat me ne indica uno a poche centinaia di metri dalla mia posizione, all'interno di un centro commerciale. Quando arrivo, mi metto in coda. Mentre attendo il mio turno per entrare, con WeChat controllo il menu e ordino. Mentre mangio, mando ad alcuni amici il Qrcode del ristorante: si tratta di buoni sconto appena ottenuti grazie al mio pranzo. In risposta ne ricevo anche io: buoni per ristoranti, locali e per i tanti mercati on line presenti nell'app. Mi incuriosisce un negozio di robot: scarico il «mini-programma» dello store virtuale e comincio a guardare il catalogo mentre pranzo. Finito di mangiare, pago con WeChat. Nel frattempo scambio messaggi, ricevo documenti, prendo altri appuntamenti: tutto con la stessa app.
Esco dal centro commerciale e controllo sulla mappa di WeChat la zona dove devo andare per un altro appuntamento. Calcolo il percorso: prendo un autobus e poi la metropolitana e in entrambi i casi pago con WeChat. Nel frattempo acquisto on line i biglietti per un film da vedere l'indomani e spedisco dei soldi che dovevo a una persona, sempre via WeChat. Terminato il mio appuntamento esco e mi fermo davanti a un piccolo negozio di pochi metri quadrati gestito da una coppia cinese del Sud, compro dei ravioli che pago con WeChat, grazie al Qrcode appeso accanto alla porta che conduce alla piccola cucina. Poi con WeChat prenoto un biglietto del treno per Shanghai e la stanza di un hotel. Infine vado a un evento in uno dei grattacieli sulla Jianguomen, la lunga via che porta su piazza Tian'anmen. L'invito mi è arrivato via WeChat da un'amica, quando ancora ero in Italia: nella nostra chat ritrovo localizzazione, biglietto elettronico e ricevuta di pagamento (che archivio in un'apposita applicazione, sempre dentro WeChat, che aiuta a gestire la propria contabilità). Giunto sul luogo scannerizzo il Qrcode e ricevo tutta la documentazione relativa all'evento (una conferenza sui rapporti tra Cina e Usa). Insieme alla documentazione, mi ritrovo in un gruppo con tutti i presenti (i contatti li inserisco in un'apposita app dentro WeChat che consente di gestire al meglio tutte queste informazioni).
Al termine della conferenza, vado a cena con alcuni dei partecipanti. A un certo punto tutti i nostri occhi finiscono sul cellulare: WeChat chiede l'update delle nostre informazioni. Ed eccoci, una tavolata intera impegnata a farsi selfie per consentire a WeChat di tenere sotto controllo i nostri dati biometrici. Quando terminiamo la cena, con WeChat dividiamo il conto in parti uguali. Tornando a casa ripenso al mio appuntamento della mattinata: nel distretto dell'elettronica, nella zona di startup legate all'Intelligenza artificiale, ho incontrato un giovane manager cinese. A un certo punto della nostra conversazione, all'ennesimo esempio di quanto WeChat faccia risparmiare tempo (le file in banca, negli uffici pubblici, al cinema e in migliaia di altri posti) gli ho chiesto a cosa sia dedicato tutto quel tempo guadagnato. «Forse a stare al cellulare», mi ha risposto sorridendo. In effetti, in una giornata intera non ho mai usato il portafoglio, la mail, un browser. Quando rientro in casa il mio computer, appoggiato sul tavolo in cucina, mi sembra ormai semplicemente una macchina da scrivere, ma meno rumorosa. Prima di andare a dormire, l'ultima mossa: prenoto la boccia d'acqua (presente in tutte le case cinesi) per l'indomani, via WeChat naturalmente. Nel corso di tutta la mia giornata non sono mai uscito da WeChat. In Cina lo smartphone è WeChat. E WeChat sa tutto di ognuno di noi.
WeChat ( Weixin in mandarino) è un'applicazione, una «super-app» come viene spesso definita, grazie alla quale in Cina, come dimostra la giornata appena descritta, è possibile fare di tutto. È divenuta una presenza totalmente pervasiva nella vita quotidiana dei cinesi. Grazie a questa enorme diffusione, la superapp cinese è diventata interessante, per la mole di dati che produce, non solo per il partito comunista cinese (Pcc), ma anche per Facebook, il social network più famoso e utilizzato nel mondo occidentale. Secondo 1'«Economist» non ci sarebbero dubbi: Facebook aspira a diventare il «WeChat occidentale».
Zuckerberg, che parla un ottimo mandarino, e la cui moglie, Priscilla Chan, nasce da genitori di etnia Hoa, una minoranza sino-vietnamita di lingua cantonese, non ha solo un interesse personale e culturale per la Cina. Negli ultimi anni, infatti, si è recato con una certa continuità in Cina con un obiettivo preciso: capire meglio il funzionamento dell'«applicazione delle applicazioni» ed estrarre da questo modello cinese vincente strategie e idee da applicare su Facebook (e gli altri social network di cui è proprietario, tra i quali Instagram e WhatsApp).
WeChat ha infatti un modello di business che permette di generare denaro in modo molto più vario di quanto non faccia Facebook e di monetizzare (e incamerare) i dati degli utenti in modo molto più proficuo. Mark Zuckerberg è inoltre interessato ad alcuni aspetti di WeChat come la messaggistica diretta, la gestione dei Big Data e, soprattutto, la capacità di tenere gli utenti all'interno di «un mondo» WeChat. Non a caso, nel marzo 2019 Zuckerberg commentava l'articolo Che cosa Facebook potrebbe imparare da WeChat a firma di Jessica E. Levin, postato su Facebook nel 2015, scrivendo: «Se solo avessi ascoltato i tuoi consigli quattro anni fa...».
L'enorme interesse del più grande social network occidentale per WeChat dimostra che siamo alla fine di un percorso e all'inizio di un nuovo mondo: dopo anni di imitazione da parte della Cina di tutto quanto era prodotto in Occidente, è l'Occidente - oggi - che guarda alla Cina per trovare nuove idee e nuovi utilizzi per le proprie «invenzioni». La Cina ha ripreso il suo posto al centro del mondo come vuole il suo nome, Zhongguo, «terra di mezzo». Del resto, per i cinesi non si tratterebbe di una novità. Gli europei cominciarono a conoscere la Cina a partire dal secondo secolo a.C., quando la seta iniziò a solcare i mercati centro-asiatici prima e del Mediterraneo poi, fino ad arrivare a fare letteralmente impazzire i romani, innamorati di quel tessuto pregiato proveniente da un luogo così lontano. Una storia che i cinesi ricordano bene: l'apertura di quelle tratte commerciali che sarebbero divenute famose con il nome di Via della Seta portò in seguito a scorrerie di esploratori, geografi e archeologi, impegnati a saccheggiare la ricchezza culturale dell'odierna zona del Xinjiang e del Gansu. Allora a Pechino si divideva il mondo in due: c'erano i cinesi e c'erano i «barbari», il resto del mondo, europei compresi. All'epoca, i primi gesuiti che riuscirono ad arrivare nell'Impero celeste rimasero stupiti per il grado di sviluppo del paese. Nel diciottesimo secolo, secondo Kant, la Cina era «l'impero più colto al mondo».
Ma con il tempo quel luogo governato dai mandarini, frutto di complicati e competitivi esami, finì per diventare terra di conquista per i «barbari». Approfittando della debolezza dell'Impero cinese, incapace a fine '800 di far fronte al progresso occidentale prodotto dalla rivoluzione industriale, i «barbari» arrivarono fino al cuore del potere cinese, defraudando il territorio di ricchezze e di intere regioni con l'uso dell'oppio, delle armi, di sotterfugi e di sconcezze come i «trattati ineguali». La Cina divenne la malata d'Asia, attraversò la sua fase storica più umiliante. Nel fondo del cuore di ogni cinese qualcosa di tutta questa storia è rimasto. Oggi, i cinesi ripropongono quell'antica Via della Seta come il simbolo del cambiamento epocale che stiamo osservando, dello spostamento da ovest a est del centro del potere economico e tecnologico: ora sono loro a capo della locomotiva. E non intendono perdere di nuovo il loro appuntamento con la storia.
Pieranni ha un modo di scrivere semplice e chiaro, che per un giornalista credo sia la dote migliore. Poi è genovese e genoano, che per certi lettori rappresenta un bonus. Il libro è un viaggio parecchio inquietante sul futuro della tecnologia e sulle trasformazioni sociali che questa tecnologia, inevitabilmente, si porterà dietro, usando come punto di riferimento la prossima superpotenza mondiale. Adesso scusate, ma devo andare a nascondermi sotto un sasso.
Il libro è molto piacevole da leggere, ben scritto e interessante per un'immersione nella cultura cinese. Anche per questo è un vero peccato che l'autore risenta molto della sua affiliazione politica e non riesca proprio a trattenersi da parlare di capitalismo con categorie ottocentesche che stridono un po' alle orecchie di un lettore. Ho trovato davvero uno spasso l'estratto secondo cui "le aperture dell'epoca post-maoista [...] hanno finito infatti per creare meccanismi neoliberisti, ma «controllati» dallo Stato". Non è l'unico esempio, ma il più divertente: in breve, per godersi questo libro bisogna dimenticarsi temporaneamente le proprie nozioni economiche e tener presente che per l'autore è "liberismo" (con prefissi pescati dal sacchetto della tombola, particolarmente neo- e ultra-) tutto ciò che è male, senza indagare troppo sulla natura delle cose. L'altro grande problema che ho avuto con questo libro è sull'ultimo capitolo, quando si parla di tecnologia quantistica e, forse per ignoranza mia dell'argomento, ho avuto l'impressione che nemmeno l'autore ne capisse granché. D'altronde la materia è ostica, però anche qui il risultato finale è un po' buffo, e mi ha ricordato subito la citazione autoironica di un film: "ma qui mettete 'quantico' davanti a ogni parola per sembrare intelligenti?" Tolti questi due problemi, comunque, è una bella lettura che consiglio a chi vuole farsi un'idea di come tanti elementi del futuro si possano intravedere già in Cina, e come quel futuro sia spesso più distopico che utopico - come sottolinea l'azzeccatissimo titolo che richiama Black Mirror.
Saggio che ha il doppio pregio di essere breve ma non superficiale. Affronta vari argomenti in modo esaustivo ma lasciando la curiosità di approfondire.
Utile instabook, ha il merito di descrivere in forma succinta dinamiche note a chi abbia vissuto in Cina per un periodo di tempo medio/lungo e con un minimo di penetrazione nello stile di vita quotidiano cinese. Utile mini-saggio di divulgazione che compila e descrive una manciata di elementi salienti nel panorama delle tecnologie di uso quotidiano nel paese. Molto interessante il capitolo in cui si cerca di fornire qualche spunto all’Europa sulla base dell’esperienza cinese, ma in qualche modo l’ho percepito come un salto lasciato “a metà”, come se non fosse il focus ultimo del libro.
Un testo utile da regalare o consigliare a chi della Cina contemporanea conosce poco o nulla e a cui si voglia far percepire in minima parte quanto la tecnologia sia oramai parte integrante del vissuto quotidiano e della gestione della società.
Si percepisce il lavoro di ricerca che sottende la scrittura di un testo che tratta primariamente di tecnologie, e grazie a questo lo scritto nonostante la natura divulgativa e sostanzialmente compilativa/descrittiva non scivola mai nel banale o nell’imprecisione.
Sarebbe interessante una riedizione tra 5 anni con postfazione per “valutare come è andata”.
Dopo avere letto e recensito il ponderoso libro del sinologo Adriano Madaro, che con una lucida trattazione sistematica mi aveva fissato le nozioni fondamentali sul pianeta Cina, desideravo mettere mano a un agile trattazione giornalistica come questa del Pieranni che mi confermasse o meno quello che avevo appreso. Fortunatamente la conferma è stata puntuale e completa pur provenendo da una fonte di tutt’altra inclinazione ideologica. Non vorrei banalizzare ma se il sinologo Madaro ha scritto per una vita sul Gazzettino, giornale non particolarmente di sinistra, Pieranni scrive sul Manifesto e collabora all’Ispi. Il fatto che le narrazioni dei due finiscano per essere perfettamente omogenee è un elemento più che significativo. Chiariamo subito che il Pieranni ha materialmente vissuto in Cina per otto anni e che quindi le cose che racconta sono narrazioni di prima mano Leggi di più: http://gmaldif-pantarei.blogspot.com/
Red Mirror preso in prestito dalla distopica serie Black Mirror e quindi declinato in salsa rossa. Bel titolo devo dire. Il saggio in effetti insiste sulle tematiche tecnologiche e sociali che in Cina sono praticamente già realtà e che qui ancora vengono viste come lontanissime, distopiche e irrealizzabili. Questo volumetto, scritto bene, chiaro e con tanti riferimenti da consultare rende quella realtà meno lontana e apre gli occhi su tante cose che poi nn sono così impossibili e che anzi sono praticamente già in corso, solo che abbiamo inodorato la pillola senza quasi accorgercene. Il 5G, i crediti sociali, l'intelligenza artificiale e la gestione dei dati tutti questi sono temi attualissimi e con i quali stiamo già facendo i conti oggi. Consigliato vivamente.
La scrittura è in qualche punto difficile da seguire ma in compenso il testo introduce agilmente e con molti particolari nella vita quotidiana e Iper tecnologica della Cina moderna. Un compendio utile per comprendere l'attuale corsa alla tecnologia e vedere un pezzo del possibile nostro futuro (applicazioni tecnologiche nella vita quotidiana, smart city, relazioni sociali nella dimensione tech, ecc...).
Un libro eccezionale che permette di osservare con più cautela le dinamiche del celeste impero che influenzeranno anche la nostra civiltà occidentale. Sembra la descrizione di una società fantascientifica ma non è così, si tratta solo della Cina.
Nonostante gli manchi un po' di mordente che gli faccia perdere ogni tanto quella sensazione di info-dumping, rimane utilissimo per comprendere lo sviluppo e il futuro della società sempre più tecnologica cinese.
Libro molto interessante per capire certe dinamiche soprattutto a livello tecnologico e sociale della Cina di oggi. 150 pagine in cui si esaminano le principali problematiche che hanno o avranno un riflesso anche in Occidente.
Una visione reale del mondo e del pensiero cinese. Ti fa capire meglio il loro punto di vista e il loro stile di vita. Al contrario dei mass media. Consiglio la lettura se si vuole iniziare a capire dove sta andando il futuro
Credo che questo sia un libro fondamentale per conoscere la Cina di oggi e domani, un Paese che è geograficamente lontano, ma per rilevanza sempre più vicino alle vite di tutti noi. A differenza di un altro libro che avevo letto qualche tempo fa (Nella testa del Dragone di Giada Messetti) e che mi ha permesso di “conoscere” la Cina da diverse prospettive, questo saggio si focalizza in modo particolare sulle grandi innovazioni che in Cina sono già (quasi) quotidianità: intelligenza artificiale, riconoscimento facciale, smart city, sistemi di valutazione sociale... Insomma quello che Black Mirror ci ha fatto credere fosse un futuro ancora non troppo prossimo, in Cina sta praticamente già succedendo. È importante dunque esserne consapevoli, visto che tra non molto questi cambiamenti è probabile che arriveranno anche in Europa. Un saggio che consiglio perché interessante, ma anche molto accessibile e ben spiegato.
Breve e molto ben scritto saggio sulla situazione tecnologica, informatica, industriale e del lavoro in Cina. C'è da imparare e da meravigliarsi a sentire parlare di Wechat, 5G, tagging e privacy (o mancanza di tale). Interessantissimo.