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Non abbiamo vissuto come bruti: costruimmo noi, con niente, la Città Democratica. E se, ancor oggi, molti dei ritornati guardano ancora sgomenti la vita di tutti i giorni tenendosene al margine, è perché l’immagine che essi si erano fatti, nel Lager, della Democrazia, risulta spaventosamente diversa da questa finta democrazia che ha per centro sempre la stessa capitale degli intrighi e che ha filibustieri vecchi e nuovi al timone delle varie navi corsare.
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Era una gran bella poesia, allora: adesso non la capisco più. La poesia bisogna sentirla, non capirla.
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15 gennaio 1944 Dovunque guardi, sullo sfondo scopri la torretta, vigile e onnipresente come l’occhio di Dio. Di quel Dio che — essi dicono — è con loro, e che è molto diverso dal nostro, e che ha un nome misterioso e grottesco: Gott.
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Ma domani la storia diventerà letteratura, e si faranno recensioni ai libri, non alla guerra. E si dirà — come per Remarque — : «Che bel libro! ». E nessuno dirà: «Che orrore di guerra! ».
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Sediamoci fuori della baracca: proiettiamo le visioni del nostro desiderio sullo schermo del cielo libero e sogniamo (gli occhi bene aperti e la mente vigile) costruendo noi stessi la trama della vicenda immaginaria, soggettisti, registi, attori, operatori e spettatori del nostro sogno.
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E si capiscono perfettamente. Accade sempre così fra i soldati, fra gente semplice e ignorante: si comprendono subito. È la cultura che ostacola la comprensione fra le genti.
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Disperazione: la sensazione precisa, opprimente, insopportabile dell’impotenza.
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Ossa al sole. Ventri scavati, costole che affiorano, scapole che tentano di forare la pelle. E le giunture sembrano grossi nodi, e vengono alla mente […]
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Come un film che si fermi su un fotogramma. Si dimenticano ogni tanto d’esser vivi, e diventano il ricordo d’un loro gesto, d’un loro atteggiamento. Diventano il ricordo di se stessi.
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Verrà il giorno in cui diranno che tutto è finito; ma io non godrò neppure quella che dovrebbe essere la gioia più grande, perché questa cadrà sopra la stanchezza del mio animo come un sasso sopra la melma che non dà rimbalzo. Tutto è negato a chi ha sognato troppo, a chi troppe volte, col desiderio, ha superato le vette della realtà.
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Perché c’è una Francia che noi italiani abbiamo un po’ tutti nel sangue, e quando udiamo le note della Marsigliese il nostro cuore ha un sussulto, perché essa è un po’ l’inno nazionale del sentimento, come Parigi è la nostra capitale sentimentale.
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E ogni minutissima cosa acquista un significato per gli uomini che non hanno più nulla, come acquista valore ogni minima azione per gli uomini condannati all’inazione.
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Giovani disorientati cercano la verità. Sono pieni di buona volontà: « Ci vorrebbe qualcuno che ci insegnasse, che ci istradasse. Qui c’è tempo, c’è gente in gamba; dovrebbero fare dei corsi ». Hanno il morbo nel sangue. Vorrebbero dei corsi. Corsi di ricostruzione, corsi di domani, corsi di politica, corsi di libertà. La verità non si insegna; bisogna scoprirla, conquistarla. Pensare, farsi una coscienza. Non cercare uno che pensi per voi, che vi insegni come dovete essere liberi. Qui si vedono gli effetti: dagli effetti risalire alle cause, individuare il male. Strapparsi dalla massa, dal pensiero collettivo, come una pietra dall’acciottolato, ritrovare in se stessi l’individuo, la coscienza personale. Impostare il problema morale. Domani, appena toccherete col piede la vostra terra, troverete uno che vi insegnerà la verità, poi un secondo che vorrà insegnarvela, poi un quarto, un quinto che vorranno tutti insegnarvi la verità in termini diversi, spesso contrastanti. Bisogna prepararsi qui, “liberarsi” qui in prigionia, per non rimanere prigionieri del primo che v’aspetta alla stazione, o del secondo o del terzo. Ma passare ogni parola loro al vaglio della propria coscienza e, dalle individuate falsità d’ognuno, scoprire la verità.
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Così siamo ridotti: ci si accontenta di poco: della descrizione della minestra dei poveri.
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Io sono così: io credo poco a quello che dico.
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Sono ormai diciotto mesi che soffro la fame, ma ogni giorno sembra una cosa nuova.
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Dico la verità: io sono un italiano, ma, nonostante tutto, a me gli italiani sono simpatici. Ognuno ha le sue debolezze!
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Io parlai una volta con una signora tedesca, la quale, essendo sposata con un italiano ed abitando in Italia già da molti anni aveva imparato a ragionare come una persona normale […]
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I tedeschi sono fatti così: gente disciplinata che, avendo ricevuto ordine di vincere la guerra, la vincono fino alla mezzanotte del martedì: alle o, I del mercoledì smettono di vincere perché ricevono dall’Oberkommando l’ordine di arrendersi.
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