Ricardo Piglia was an Argentine author, critic, and scholar best known for introducing hard-boiled fiction to the Argentine public. Born in Adrogué, Piglia was raised in Mar del Plata. He studied history in 1961-1962 at the National University of La Plata. Ricardo Piglia published his first collection of fiction in 1967, La invasión. He worked in various publishing houses in Buenos Aires and was in charge of the Serie Negra which published well-known authors of crime fiction including Dashiell Hammett, Raymond Chandler, David Goodis and Horace McCoy. A fan of American literature, he was also influenced by F. Scott Fitzgerald and William Faulkner, as well as by European authors Franz Kafka and Robert Musil. Piglia's fiction includes several collections of short stories as well as highly allusive crime novels, among them Respiración artificial (1980, trans. Artificial Respiration), La ciudad ausente (1992, trans. The Absent City), and Blanco nocturno (2010, trans. Nocturnal Target). His criticism has been collected in Criticism and Fiction (1986), Brief Forms (1999) and The Last Reader (2005). Piglia resided for a number of years in the United States. He taught Latin American literature at Harvard as well as Princeton University, where he was Walter S. Carpenter Professor of Language, Literature, and Civilization of Spain from 2001 to 2011. After retirement he returned with his wife to Argentina. In 2013 he was diagnosed with amyotrophic lateral sclerosis; he died of the disease on January 6, 2017, in Buenos Aires, Argentina. During his lifetime Piglia received a number of awards, including the Premio internacional de novela Rómulo Gallegos (2011), Premio Iberoamericano de las Letras (2005), Premio Planeta (1997), and the Casa de las Américas Prize (1967). In 2013 he won Chile's Manuel Rojas Ibero-American Narrative Award, and in 2014 he won the Diamond Konex Award as the best writer of the decade in Argentina. In 2015 Piglia won the Prix Formentor. On January 4, 2018, his memory was honored in New York City at "Modos infinitos de narrar: Homenaje a Ricardo Piglia," an event at which academics discussed the impact of his work on Latin American literature and intellectual history and his legacy as a literary critic and scholar.
La società come enigma è al centro della letteratura di Ricardo Piglia e, quindi, delle riflessioni teoriche sul valore incalcolabile dell'arte, nella tradizione argentina osservata nell'utopico intento di costruire un paese immaginario, dal Facundo di Sarmiento a Borges e Roberto Arlt e Macedonio Fernandez. L'identità fittizia latinoamericana vive non in una, ma in due storie, una visibile e una segreta, dove ”la cosa più importante non si racconta mai”, perché il sapere letterario è una forma che va al di là di coloro che dialogano. Ricardo Piglia si laureò in Storia e curò le prime collane di noir e polizieschi in Argentina; visse tra Buenos Aires e Mar del Plata e insegnò negli Stati Uniti, componendo per tutta la vita un diario poetico e creativo nel quale la scrittura è ricerca su che cosa sia la letteratura. L'interesse prevalente di Piglia è rivolto alla critica degli scrittori, quella che nasce dall'ibridazione tra due punti di vista sulla narrativa, lo scrittore come criminale e il critico come detective. Per un approccio alle idee di critica e finzione intorno alle quali ragiona il lettore Piglia, si può presentare la sua impressione sull'essenza borgesiana: la cornice e il contesto insieme costruiscono la forma narrativa, l'orizzonte di attesa del lettore crea il testo. Lo scrittore rimanda quindi alla tradizione dei mondi possibili e gioca sulla indecidibilità tra verità e finzione. Tale indecidibilità fa sì che si possa leggere tutto fuori contesto (la filosofia come letteratura fantastica, il Don Chisciotte scritto da Pierre Menard) e questa operazione fondamentale viene definita con il termine dislocazione, e produce quella cifra, quel tocco che riconosciamo come borgesiano. Si disloca un testo cambiando l'attribuzione, o spostandolo nel tempo o legandolo a qualcosa di estraneo: tutto può essere letto come se fosse un'opera letteraria, ogni opera letteraria può essere letta dislocandola dal contesto. Del resto, con saggezza Piglia sostiene che la società manifesti nel luogo letterario quel che non può risolvere. E così, nel discorso attuale che racconta la morte della letteratura o l'esaurimento della critica, Piglia approfondisce ipotesi e storie e concezioni, domandandosi cosa si perde dedicando la vita alla letteratura. Piglia ricorda che la letteratura si costruisce sulle rovine della realtà. Il romanzo è un crocevia di intrecci, dove l'assenza di una donna funziona da detonatore metafisico, per la creazione di contro-realtà, realtà assenti, vite alternative. Quando si scrive si è sempre un altro. Piglia indica l'archivio come modello del racconto: il luogo dove tutti i differenti materiali convivono in un centro che è proprio quel che si deve ricostruire. Il romanzo poliziesco è in una versione capovolta, ci sono tutti i dati ma non si finisce mai di sapere qual è l'enigma da decifrare. Le tracce del futuro sono nel passato. Ogni restrizione formale aumenta le possibilità della creazione, definendo cosa non si può fare, programmando un passaggio al romanzesco che è oblio del reale. Il discorso del potere, invece, rende il reale fittizio, per poter eliminare dalla storia la repressione, per occultarla. L'opera di finzione si colloca nel futuro, si misura con ciò che ancora non esiste. La possibilità più feconda per l'opera è quella di far credere, rompendo così le geometrie delle illusioni sociali. Piglia persiste nell'affermare che le norme e i valori letterari sono fatti sociali e nel cuore del mistero stanno le relazioni umane marcate dal modello capitalista. La politica è concepita dal letterario come grande macchina di finzione, un discorso fondato sulla falsità, che produce paranoia e cospirazione. La fiducia è finzione: far credere. Piglia sostiene che è necessario per i lettori credere che il mondo possa cambiare e quindi suggerisce che la letteratura sia una forma privata di utopia. Infatti, si può sempre scrivere un altro libro, si può sempre iniziare un'altra volta come un qualsiasi sconosciuto. La letteratura non è altro che un modo di leggere. Il romanzo nasce nella tensione tra letteratura e vita. Tutti i personaggi letterari stanno investigando su qualcosa, qualcosa che li rende folli, in una lingua che è insieme familiare e sconosciuta. Colui che fallisce è qualcuno che pensa che la sua esistenza non sia andata come desiderava: i personaggi letterari sono infinite ipotesi di fallimento. La letteratura non può essere controllata dal potere: è improduttiva, asociale, solitaria. La follia è la frontiera della narrazione, il rovescio del silenzio. Così alcuni autori non riescono a scrivere e restano senza opera, in una scissione perpetua tra linguaggio e esperienza. Piglia come scrittore è attratto dal segreto perché questo non dipende dall'interpretazione. Il testo possiede questo segreto. In un tempo in cui tutto è finzione, siamo minacciati dall'espansione dei mezzi di informazione, ingannati nella distinzione tra vero e falso. Mentre nella comunicazione è vero quel che si svela come essenza in un mondo apparente, il testo letterario permette in altro modo ai lettori di accedere al reale, dove il vero funziona come esperienza comune in un determinato e specifico contesto.
Ricardo Piglia Arjantin’li bir yazar ve düşünür, diktatörlüğü yaşamış, kendisiyle yapılmış söyleşilerden yola çıkarak bir yanıyla kurmacalaştırılmış sohbetler olarak yazıya dökmüş ve “Kurmaca ve Eleştiri” adıyla bastırmış. Yani bu kitabın kendisi bir kurmaca. Adına bakarak teorik ya da akademik düşünceleri aktardığı düşünülmemeli, aksine soru-cevap tarzında röportajlardan veya sohbetlerden kotarıldığı için konuşma dilinde yazılmış bir metin.
Aslında sadece Arjantin Edebiyatı ve R. Piglia’nın kendi eserlerine odaklanmış yazıları bulacaksınız kitapta, tabii başta hayranlık duyduğu Kuzey Amerika Edebiyatı olmak üzere Avrupa ve Rus Edebiyatından da söz ediliyor. Arjantin edebiyatını tekdüze bulan ama yine de o gelenekten beslenen, dünyaya soldan bakan, Marksist, muhalif anlatılarla kendini ifade eden aykırı bir kişilik Ricardo Piglia. Zaten eleştirilerini hep kapitalist sistem eleştirisi içinde yapmaktadır.
Edebiyatta kurmaca inşasıyla ilgili düşüncelerini röportajlarında farklı biçimlerde anlatıyor. Örneğin; metin bittiğinde, mutlaka kılı kırk yaran bir düzeltmeye başladığını, yazdıklarını sanki başka birine aitmiş gibi okumaya çalıştığını vurguluyor. Edebiyatta “günlük” türünü “komik”bir tür olarak görmekte, gerekçesini de günlük tutan insanın otomatikman bir “soytarı”ya dönüşmesine dayandırmaktadır. Buna karşın yazarken tek okuduğu kitap olarak Kafka’nın “Günlükler”ini göstermekte ve yazar açısından hibrit bir mükemmelliğe sahip olduğu için çok çazip bir tür olduğunu belirtmektedir. Borges etkisinde kaldığından mı neden çok sık fikir değiştirdiğini, insanı şaşırttığını belirtmeliyim. Bir örnekle bunu açıklamam gerekirse; Piglia’ya göre Faulkner büyük bir yazardır 20. yüzyılın en büyüğüdür. Bunu derken başka bir yerde bu yazar Kafka olmaktadır. Bu arada , hiç roman yazmamış, şair olmasının yanı sıra ezoterik ve alışılmadık tarzdaki denemeler ve öykülerin yazarı Borges’i ise 20. yüzyılda yaşayan dâhi bir sanatkâr olarak nitelemektedir
Ricardo Piglia’ya göre dünyanın değişebileceğine inanmak, hepsinden öte, kurulu düzene muhalif, ayrıksı bir yerde konumlanmak gerekir. Tarihi yenenler yazar, yenilenler anlatır ama bir yandan da, yenilmişlerin bozgunuyla ilgili alttan alta ilerleyen bir hikâye vardır. Zengin ve derin düşünceler içeren bu kitabı başlığından bağımsız, genelleme yapmadan Arjantin’e, daha doğrusu R. Piglia’ya özgü bir kitap olarak okursanız iyi olur. Çevirmen Murat Tanakol’un dip notları çok faydalı ve çok temiz bir çeviri.
"Yazar, bir bakıma edebiyatın ne olduğunu anlamak için yazar."
20. yüzyıl Arjantin edebiyatının büyük kalemlerinden Ricardo Piglia'nın Kurmaca ve Eleştiri'si, yazarla yapılmış söyleşilerden ve yazılarından oluşuyor. Bu kitabı Foça'daki Bilimler Köyü'nde verdiğimiz "Kurmaca-Kurmamaca" atölyesinden önce okudum, biraz beynimi açsın, ufkumu genişletsin atölye öncesinde diye, öyle de oldu sahiden.
Edebiyattan sinemaya uzanan bir eksende geziniyor Piglia ve kurmacanın türlü dinamiklerine dair düşünmeye davet ediyor okuru. Bence kurduğu en ilginç eksenlerden biri kurmacayı iktidar ve edebiyatın ortak noktalarından biri olarak ele alıyor olması. Şu uzun pasaj burada da dursun isterim: "Kurmacada kendine özgü olan gerçekle kurduğu ilişkidir. Gerçekle kurmacanın kesiştiği bulanık alanda çalışmak ilgimi çekiyor. Çünkü her şeyden önce kurmacanın, örneğin bilim gibi sınırları belirlenmiş kendine özgü bir alanı yok. Her şey kurmacaya dönüştürülebilir. Kurmaca inanç üzerine çalışır ve bu anlamda ideolojiyi, gerçekliğin bilinen tüm modellerini ve elbette bir metni gerçek ya da kurmaca haline getiren temel unsurları içinde barındırır. Gerçeklik her zaman kurmacayla örülü haldedir. Kurmacanın suçla ilintili bir biçiminin iktidarların söyleminde nereye denk düştüğünü açıkça ortalığa seren yerlerden biri diktatötürlük Arjantin'idir. Askerî söylem, baskının üzerini örtmek için gerçekte olup biteni kurmacalaştırarak onu farklı bir gerçek gibi gösterme, bir hayal dünyası yaratma peşindedir."
Kitap boyunca buna benzer çok sayıda ufuk açıcı şey söylüyor Piglia, bir sürü cevap verirken bir sürü de yeni soru doğuruyor insanın kafasında ki bunu yapan kitaplara bayılıyorum. Söylediklerini daha iyi anlayabilmek için birazcık Arjantin edebiyatına hakim olmak gerektiğini belirteyim; bolca Borges, Domingo Faustino Sarmiento, Roberto Arlt ve Cortazar referansı var, kendilerini biraz okumuş olmak çok daha kolaylaştıracaktır metni anlamayı. (Ben Arjantin edebiyatı atölyesi nedeniyle bu konulara çok taze çalıştığım için baya tanıdık bir denizde yüzer gibi hissettim, iyi geldi.)
Ezcümle: nefis metin. Piglia'nın Yok Şehir'ini artık okuyabilirim bence.
“Leo, por supuesto, mientras escribo. Pero si tengo un texto ligado a la escritura tengo que nombrar los Diarios de Kafka: ese es un libro que solo leo cuando estoy escribiendo.”
Día tras día va aumentando mi admiración por este genio de la literatura que se llamó Ricardo Piglia. Un hombre lúcido, sabio, intelectual, inteligente y con una memoria prodigiosa. Admirador nato de Jorge Luis Borges, Franz Kafka, Roberto Arlt, Macedonio Fernández y William Faulkner entre otros, en este excelente libro de ensayos que es en realidad una recopilación de reportajes que le hicieron a lo largo de su carrera, Piglia aborda una cantidad apabullante de temas ligados a la literatura. Además de los autores nombrados, Piglia se adentra en su propia obra, en la estructura de la novela, la crítica literaria, el cine y la literatura y el género policial entre otros temas. Me encanta su obra ensayística, pero me debo lo que corresponde a sus novelas, las que iré leyendo el año que viene con la excepción de “La ciudad ausente” que es la única que leí de él. ¡Cuánto te quiero Ricardo!
"Konu nedir? Edebiyatın bir konu ya da tema meselesi olduğuna inanmıyorum. Öykülerim hep aynı şeyi anlatır ama ne hakkında olduğunu söyleyemem. Öyleyse bir süreklilik mi söz konusu? Konu anlamında değil, daha çok teknik anlamda bir süreklilikten söz edebiliriz."
Hafifçe çatlak bir arkadaş olan Piglia belki de bu çatlaklığı sayesinde ekseriyetle ufuk açıyor. Yine. En azından bende. Eserlerin sinir uçlarına dokunmayı başaran biri çünkü, birbiri ardına açılan kapılardan geçerken de okurunu yanına katmayı ihmal etmiyor. Yani bir anda Arjantin edebiyatındaki evrimsel ve devrimsel eserleri anlatırken bir an sonra Amerikan edebiyatının köklü polisiyelerinden dem vurabiliyor.
Dediği en güzel şeyse şu, bu kitapta: Her şey kurmacaya dönüştürülebilir. Buna o kadar katılıyorum ki.
“Fakülteye girdiğimde yazar olmak istiyordum. 18 yaşındaydım ve henüz iki üç hikâye yazmıştım. Sürekli Faulkner okuyor ve herkese okuduğum bir günlük tutuyordum. Yazar olmak isteyen birinin dilbilimleri okumaması gerektiğini düşünüyordum. Ama nasıl yazar olunacağıyla ilgili zor bir soruyla karşı karşıyaydım. Buna yanıt vermek gerçekten zor. Hep bir yön değişikliğine, ayrıksı bir harekete, yan yollardan ilerlemeye ihtiyaç olduğuna eminim. Dilbilimleri okumayı, o alanı fazla merkeze almak diye görürüm; çünkü sınıflandırılmış, her şeyi yerli yerinde bir edebiyat yanılsamasını teşvik eder. Oysa insan yazmaya başlayınca giderek daha keyfî biçimde okur. Bu keyfîliği korumak gerek, çünkü edebiyat tutkunluğu kendini öyle gösterir.”
Sevdim ama oldukça zorlandığım bölümler oldu. Sanırım bunun sebebi Piglia'nın gerek edebiyat gerekse de Arjantin Edebiyatı üzerine yaptığı yorumların çok üst perdeden ve bıçak gibi keskin olması. Borges eleştirileri her sene sinmiş ve fazla acımasız geldi. Zannettim ki kendisi ile yaşıt, hayır öyle de değil. Özellikle Latin Edebiyatı, Dünya Edebiyatı ve Felsefe üzerine çok yetkin bir eleştirmen ama, ama yani. Kuramsal okumasam "İyiydi..." filan yazardım ama sanırım Latin Amerika Edebiyatı'ndan çeviri yapan, ilgi duyanlar (birikim şart, çok zorluyor) muhakkak edinip başka şeyler görebilirler.
Hiç lafı edilmemiş edebi söylemler değil belki R. Piglia’nın kaleme aldıkları ama Kurmaca ve Eleştiri gibi edebiyatı didikleyen kitapları seviyorum. Bu tarz kitaplarda okuduklarım için küçük ipuçları aramak bana gizemli ve keyifli geliyor. Bir taraftan da okumadığım, listeme neler ekleyebilirim avındaymışım gibi de hissettiriyor. R. Piglia’nın okuma deneyimleri, Cortazar’dan, Faulkner’e, Borges’e, birçok yazara ait fikir ve eleştirileri söyleşiler şeklinde yer alıyor kitapta. Eleştirinin kendini haklı çıkarma çabası olmadan, değerlendirmenin bir geleneğe bağlı kalmayıp modern bir anlayış ve tatlı bir üslupla yapılması Ricardo Piglia okumaya devam etme nedenlerim. Söyleşiler kitabında sadece Piglia’nın cevapları değil, sorulan soruların niteliği de çok başarılı.
Es este un libro basado en entrevistas realizadas a Piglia, y en él muestra esa lucidez e inteligencia que lo ha convertido en uno de los ensayistas fundamentales de las últimas décadas. De hecho su narrativa está imbuida de reflexiones e ideas sobre diversos temas, desde la historia a la sociología, pasando obviamente por lo literario. En esta caso destacaría las observaciones acerca de las relaciones entre literatura y cine, la interesantísima visión sobre el género policial (el clásico o el "negro") o el abordaje sobre autores como Artl o Borges. Si bien existen a disposición varios materiales audiovisuales sobre el Piglia "oral", es siempre una buena experiencia leerlo y confirmar la valía de su mirada, no importa adónde esta se dirija.
Sigo teniendo prejuicios con el Piglia escritor (ya me le voy a animar), pero el Piglia crítico/intelectual es un genio mal. Yo recomendaría este libro no sólo a críticos literarios (jajajaja “críticos literarios”, como si existieran engendros semejantes) sino a cualquier lector interesado en la literatura argentina, en las formas en que se leyó, se construyó, se organizó y desarrolló cierta tradición de la literatura nacional. No es un libro de historia literaria. Es un libro de ideas productivas y estimulantes sobre la literatura. También recomendado para los interesados en la práctica de la escritura. Sobre todo para ellos, imprescindible.
Intentar reproducir o interpretar la lucidez y brillantez de alguien como Ricardo Piglia (Adrogué, 1940 – Buenos Aires, 2017) sería muy ingenuo ─por no decir estúpido─ por mi parte. Todavía más si es con Crítica y ficción, donde la carga de erudición y conocimiento expuesta por el escritor argentino es abrumadora. Lo más inteligente, sin lugar a dudas, es recomendarlo y darlo a conocer a amigos, en redes sociales y demás.
Crítica y ficción da nombre a toda una serie de entrevistas compiladas y revisadas por el propio autor. Incluso manipuladas, como él mismo apunta en la nota final:
«[…] quiero señalar que los que realizaron las entrevistas son tan autores de estas páginas como yo mismo. Ellos definieron el tono de los diálogos y marcaron el sentido de las respuestas. También quiero aclarar que no tienen ninguna responsabilidad en los cambios o las alteraciones que han sufrido los materiales publicados originalmente»
«Posdata de 2000. En las sucesivas ediciones de este libro he ido incorporando nuevos diálogos y nuevas interpretaciones. Supongo que ésta es la versión definitiva y que el conjunto puede ser visto ahora como la repetición imaginaria de una experiencia real».
En esta obra del autor de Respiración Artificial, El último lector o la celebrada autobiografía en tres volúmenes Los diarios de Emilio Renzi, la literatura, la teoría de la literatura o la estética se citan en este agudo análisis donde, más siendo entrevistas, se ponen de relieve los temas y distintos géneros, las influencias y, por supuesto, autores que tienen su eco en su dilatada trayectoria. Así, como es obvio, se indaga en su propia trayectoria y los trabajos que le han encumbrado a una figura capital de finales del siglo XX y XXI de la literatura de su país.
De la obra, que estoy reseñando meses después de finalizarla ─verano del 2018─, me vienen rápidamente dos ideas en forma de conclusión que yo obtuve con mi lectura: la imprescindible disección de Borges y su obra, y la admiración que éste sentía por toda una nómina de autores argentinos, al que le agradezco que me haya dado a conocer a los dos últimos ─Arlt, Sarmiento o Macedonio─. Desarrollaré únicamente el primer punto. Borges está presente a lo largo de todo el texto [1] ─se le dedican además dos capítulos─, pero realmente me fascinó su análisis del Borges como crítico. Al lógico y reiterado elogio al que tanto estamos acostumbrados, y, esto es una impresión mía, considero que es el autor más alabado, respetado y nombrado por la crítica literaria del siglo XX de todos los escritores de habla hispana. Piglia realiza una minuciosa descripción de la labor que éste tanto práctico. De forma brillante, claro:
«Borges era un extraordinario lector, ésa es su marca, creo, y su influencia. Un lector miope, que lee de cerca, que pega el ojo a la página, hay una foto en donde se lo ve en esa postura: la mirada muy cerca del libro, una mirada absorta, que imagina lo que puede haber en esos remotos signos negros. Una lectura que ve detalles, rastros mínimos y que luego pone en relación, como en un mapa, esos puntos aislados que ha entrevisto, como si buscara una ruta perdida. En el fondo ha leído siempre las mismas páginas, o la misma página y los mismos autores, pero veía siempre cosas distintas según la distancia en la que se colocaba».
Con el “pretexto del Borges crítico”, en estas páginas Ricardo Piglia alude a la habitual resistencia de tomar como críticos a los escritores. Al menos a hacerlo dentro del marco de la crítica. También de estas páginas se obtiene una abrumadora e impactante reflexión; a ojos del autor, en una difícil asociación de autores y formas de escritura, cita a Thomas Mann como alguien al que atribuye toda la serie de estereotipos sobre Borges que tuvieron como resultado no otorgarle el Premio Nobel ─«que si su literatura no tiene alma, que en su literatura no hay personajes, que su literatura no tiene profundidad»─, todo esto conducía a una mala lectura de su obra. Asimismo, y a pesar de que estamos en las páginas correspondientes al “Borges crítico”, se deslucen proyecciones fabulosas sobre éste:
«Me parece que es necesario desconfiar de lo que Borges dice: desconfiar de lo que dice tratando de captar el mecanismo. Porque si tomamos estos ejemplos[2], creo que podríamos inferir uno de los grandes pilares de la crítica borgeana, lo que en muchos sentidos yo llamaría lo borgeano mismo[3]: la idea de que el encuadramiento, lo que podríamos llamar marco, el contexto, las expectativas de lectura, constituyen el texto. Esto es, por un lado, una teoría del género. Si digo que le voy a contar un cuento de terror, lo estoy preparando para que lea el terror. El marco es un elemento importantísimo de la constitución ficcional. En Borges la ruptura del marco es un elemento básico de su propia ficción».
Si hay algo que me gusta de Piglia, más bien que me ocurre con él, es que, dentro de mi incipiente y básica cultura literaria en formación, me confirma que algunos de los pensamientos que puedo ir desarrollando con mis lecturas no van del todo desencaminados. Ya sea con determinados autores o, además, en una comunión de gustos e inclinaciones por distintas narrativas. Respecto a esto último, me sentí muy identificado sobre su querencia por determinadas decisiones que toman los escritores en sus obras y las consecuencias que éstas pueden acarrear al escritor. Piglia se refería a aquellos que critican, que les sorprende, que trabaje con ideas, reflexiones, que pongan una pausa[4] en el transcurso de la trama principal de la novela. Y alude a quienes de verdad introdujeron esas modalidades ─Cervantes o Joyce─ «Uno de los capítulos del Ulysses de Joyce que a mí me parece más extraordinario es el capítulo de la biblioteca, donde hay toda una discusión complejísima sobre Hamlet». Esto que algunos llamanmetaficción ─término que acuñó el entrevistador─ y que el propio autor discute. A mí es algo que me gusta encontrarme en las novelas, algo muy propio de Javier Marías, por ejemplo, y que hace que sea una de mis debilidades y predilecciones. Y es cierto que el resultado que consiguen los autores entre los distintos tipos de lectores es desigual, y la frase que le reprochan al propio Piglia la escucha uno también cuando habla de los libros de un determinado escritor. No obstante, los Grandes son los que consiguen atraparte sobre temas que, a priori desconoces y no te interesan. Es aquí cuando el autor alude a su experiencia como lector de Hemingway y la fijación de éste por los toros o el boxeo. Y todo esto, que no deja de ser una tontería, propicia que mi conexión con el propio Piglia se dé; porque, al igual que con los amigos, también con los escritores se pueden establecer conexiones especiales que nos hagan situarles como los elegidos. Y este es un ejemplo que me encontré con la lectura de esta obra, y no es la primera vez que me pasa.
De una compleja ─por lo “saludable” de lo apuntado por Piglia─ relación entre la vida y la literatura, se esboza una gran definición sobre la novela «La tensión entre la literatura y vida ha sido clásicamente, desde Cervantes, desde Flaubert, el tipo de debate que ha desarrollado la novela (la novela es ese debate en realidad)». Y es en estas páginas cuando se ve cómo afrontaba el escritor el ejercicio de la escritura ─algo que le llevó a momentos complicados y consecuencias graves en su vida que no quiero esgrimir en esta reseña─, ya que afirma que para él la literatura era mucho más atractiva y seductora que la vida; aludiendo, sobre todo, a una cuestión de la intensidad que se consigue con ésta. Unas declaraciones que también recogían la salud que tenía la literatura, la escritura, en la sociedad según él. Afirma que el escritor siempre va a tener que lidiar con que a la sociedad le cueste entender la improductividad del arte, en relación con el rédito económico. Citando a Marx, va más allá, indicando que incluso la sociedad siempre aspirará a la muerte de la literatura, ésta escapa a la racionalidad y postulados capitalistas.
Como todo sabio ─usando este término en su connotación positiva y no la denostada de nuestros días─, “asusta” la capacidad de leer la realidad que le tocó vivir y adelantar lo que se venía. Un visionario que afirma que libros como Rayuela o Ficciones son inviables a día de hoy, haciendo una enérgica defensa y alabanza a los editores de aquellos días, algo en lo que insisten tantos escritores hoy en día. Y es que la literatura no puede resultar indemne a las dinámicas de rédito comercial y económicas ilimitadas y que terminan con todo. Piglia pensaba eso de la primera por lo desconocido que era Cortázar cuando la publicó y su alto número de páginas. Respecto a Ficciones¸ lo atribuye a que los editores verían que resultaría una lectura complicada, compleja: un ejercicio intelectual. «No es negocio». A estos argumentos le siguen unas duras palabras respecto al Premio Planeta ─vaya sorpresa─. A mis veinticinco años, esto no sé si me consuela un poco o, por el contrario, ahonda en mi pesimismo sobre el futuro de las letras. A veces, por ser joven, pienso que todo lo que ocurre es fruto de procesos cortos, de apenas unos años ─no hay que olvidar que este libro estaba escrito en 1986─ y puedo comprobar que no, pero el ejemplo del Planeta o la situación que retrata el propio Piglia de que no vive de la literatura, tenía que reunir ingresos por distintos medios. Ése no era un mundo dominado por Internet y, sin embargo, un reputado escritor como Piglia tampoco vivía de las ventas de sus libros. Aunque probablemente estoy simplificando algo que no es tan sencillo[5].
Muchos son los temas aparecidos en Crítica y ficción que se quedan fuera de esta reseña ─el cómo casa lo social con la literatura, la relación entre la literatura y el cine, el despiece sobre el género policial, distintas cuestiones sobre el panorama literario argentino, los capítulos dedicados a Faulkner o Cortázar, la figura del narrador, del lector, etc.─, pero Piglia es un autor muy dado a hablar en público ─hay mucho material audiovisual de él─ en donde se pone de relieve sus excelentes cualidades de oratoria y su clarividencia de discurso. Estoy seguro de que quien dude en si iniciarse en el “Universo Piglia”, quedará convencido tras observar su extraordinario manejo de la situación y lo enriquecedor que puede resultar al público receptor. De todas las ausencias de temas enumeradas al comienzo de este párrafo no reseñadas aquí, posiblemente, la más grave sea la escasa referencia a las continuas, abundantes, disertaciones del propio Piglia sobre las letras argentinas. Quizá me vi no apto para desarrollar o comentar sobre la producción argentina.
Soy muy dado a leer libros de entrevistas, conversaciones, de grandes autores; ni qué decir los diarios o memorias. No obstante, y a pesar de que soy muy curioso y mitómano y siempre tengo una cierta base del autor en cuestión, creo que son libros muy enriquecedores. Aparte de apasionarme, siempre me son útiles para seguir conociendo al escritor. Es más, nunca he leído este tipo de libros habiéndome leído toda la obra de un autor, tampoco en este caso de Piglia, sin embargo, si ya has leído algo de éste y tienes, por tanto, un cierto acercamiento, sacarás más partido a las obras que te queden por leer, ya que, además del conocimiento que has podido desarrollar, te dan a conocer la faceta humana, las inquietudes y, en muchas ocasiones, retratan qué han querido decir o buscar con un trabajo en concreto. De este modo, vuelves a pensar ─tras leer el testimonio del propio escritor─ en cómo habías interpretado la lectura. Disfruto este tipo de lecturas porque además son muy amenas, ya sea en forma de diario personal o en forma de conversaciones ─mejor aún si los “conversadores” van cambiando como en Crítica y ficción─. Es algo lógico si nos paramos a pensarlo, siempre deseamos saber y conocer más de aquellos que nos llaman la atención y en estos casos se tratan de personajes lúcidos que rezuman sabiduría y hacen de la lectura un ejercicio muy productivo.
Pregunta: «Leyendo sus libros y alguna declaración encuentro que aparecen como dos sentimientos opuestos; por un lado la conciencia de lo ridículo del acto de escribir, la burla ─el escritor como clown─; pero al mismo tiempo algo así como la sublimación de la escritura hasta que puede llegar a decir «sólo lo que me interesa es literatura». ¿Cómo se resuelve todo eso?».
Respuesta: «De algún modo por ese lado pasaría la relación entre la escritura y la vida. Y ésta es una cuestión de la que se viene hablando desde que la literatura empezó. Curiosamente, es como si instantáneamente se estableciese esa relación que, por supuesto, no tiene ningún sentido. De todos modos la escritura tiene una ventaja sobre la vida, porque en la escritura se pueden hacer borradores. Todos hemos pensado alguna vez qué hubiera pasado si nos hubiésemos acercado a esa mujer de otra manera, si hubiésemos hecho un gesto que no hicimos… pensamos en haber vivido lo que se vivió como si fuese un borrador, algo que puede ser transformado. La escritura es el lugar donde los borradores de la vida son posibles, tal vez por eso se hace literatura. Ahora, eso al mismo tiempo es muy ridículo. Eso es ser un clown, porque supone algo tan irrisorio como pretender que se puede reconstruir en una especie de laboratorio y con palabras la experiencia. Y es ridículo pero tiene, sin embargo, una carga de pasión que hace que escribir sea una de las experiencias más intensas de la vida. Eso explica de algún modo esa ambigüedad a la que se refiere».
Notas:
[1] También ocurre con los tres autores citados, por ejemplo, Roberto Arlt encabeza las primeras páginas del libro con el capítulo de preguntas referidas a él.
[2] El entrevistador alude a distintas secciones que hace Borges sobre la literatura fantástica, su idea de la Enciclopedia Británica o los clásicos.
[3] La cursiva es mía.
[4] Tanto el término como la cursiva es mía.
[5] Empero: «Vivo de la literatura pero no de la escritura, o si se prefiere, me gano la vida leyendo. En los últimos quince años he trabajado alternativamente como asesor editorial o enseñando literatura».
18 conversaciones, entrevistas, apuntes rápidos sobre la visión estética y literaria de Piglia. El libro es ameno y recalca y repasa varios de los elementos fundamentales de su narrativa: el secreto, el complot, la circulación de relatos, el poder, la política, la novela negra, la utopía. Todas ideas clave para entender la novela, o al menos la literatura posterior a los ochentas. Y entender a Piglia, claro. Me sorprendió su catálogo de referentes, donde en la cumbre, si es que hay una, están Artl y Tinianov (curiosa combinación, el uno por su locura, complot, esoterismo, el otro por ser el teórico-crítico más sensato a la hora de ver el artificio literario). Debajo, varios escritores argentinos hombres y clásicos: Borges, Martínez Estrada, Marechal, Puig (por ese ida y vuelta entre cine y literatura), Cortázar. Las mujeres están ausentes en este libro... Y pareciera que todos estamos en función de Joyce y Faulkner. En fin. Difícil hacer resumen de tantos textos, aquí unas ideas aisladas: "que no se puede gobernar con la pura coerción, que es necesario gobernar con la creencia y que una de las funciones básicas del estado es hacer creer, y que las estrategias del hacer creer tienen mucho que ver con la construcción de ficciones, y que esa construcción de ficciones puede ser vista por los escritores y los críticos con una mirada diferente de cómo la miran los historiadores y los políticos, que nosotros tenemos mucho que decir de esos mecanismos" (p.184); "La crítica tiende a ver a la literatura como un síntoma, como un síntoma de otra cosa. La literatura no es un síntoma de otra cosa. En todo caso, es el síntoma de la sociedad, el lugar donde la sociedad manifiesta algo que no puede resolver, que sería esta tensión entre la producción y la circulación, entre el dinero y el tiempo libre, entre la cantidad de tiempo que hace falta para hacer una obra y cuánto vale eso" (p.167); "Un género es un modo de leer y la literatura es un modo de leer, un modo de leer como literatura y ésa es toda la definición posible de lo literario. Literatura es lo que leemos como literatura. Es una extraordinaria definición" (p.158); "La literatura se construye sobre las ruinas de la realidad. Las ciudades de la literatura han existido pero ya están destruidas" (p.121); "La literatura construye la historia de un mundo perdido. La novela no expresa a ninguna sociedad sino como negación y contrarrealidad. La literatura siempre es inactual, dice en otro lugar, a destiempo, la verdadera historia. En el fondo, todas las novelas suceden en el futuro" (p.118); y así podría continuar.
Piglia hablando de los clásicos: Borges, Arlt, Sarmiento, el género policial... y buscándole una vuelta de tuerca más a todos. Personalmente me dejó la sensación de que Piglia se pasa un poco de rosca y termina sobreintelectualizando hasta a los escritores más cerebrales. Siempre tiene una teoría extra bajo la manga que no sabés si terminar de creerle. Pero a la vez es un libro que me hace pensar que los críticos más imprecisos o desviados merecen ser leídos sobre todo si sus teorías son eventualmente más interesantes y estimulantes que los textos originales. O capaz me equivoco y en vez de ser un delirado tiene la posta de todo, en cuyo caso el libro sería "mejor". Pigila se las ingenia para pegar saltos del tedio de la teoría pura: tiene anécdota (cuando Piglia repasa la vida de algunos escritores, la suya o la del país), filosofía (cuando divaga sobre el rol del escritor-lector-crítico y la literatura), y por ser escritor también tiene cierta estética poética. Capaz me gustó un poco menos el ping-pong de preguntas y respuestas del final: más tira-postas, rebuscado y difícil de seguir (para mí). Bonus: deja una buena colección de recomendaciones literarias.
Lo que más me atrapó de este libro es la cantidad de libros y autores que Ricardo Piglia tiene en su cabeza y no duda en usar. Pero debe ser más que nada porque a mi me FASCINA(y perturba) descubrir gente que leyó mas que yo (aunque desde que empecé Letras ya tengo asumida mi ignorancia con respecto a este tipo de conocimiento). La única parte que no me gustó fue el último capítulo "Conversación en Princeton" porque es en el que mas habla de él mismo y habla poco de la crítica. Es un libro muy interesante. Lindo para leer si te gusta la crítica. No estoy de acuerdo con todo lo que dice Piglia, pero me gusta saber como piensa después de todo lo que escuché de él en clases.
Un interesante compendio de entrevistas y reflexiones del autor acerca de la literatura, la crítica y, muy en especial, y es de entenderse, el universo argentino de las letras. Piglia da cátedra sobre cómo hacer crítica y entender las diferentes narrativas. Hace falta ser un gran lector para poder ser un buen escritor.
Definitivamente me gustó. Tal vez no todas las entrevistas me impactaron tanto como la disertación de Piglia sobre el género policial. Pero lo mejor es que me llevo una lista de títulos por leer y el conocimiento de otra faceta de este escritor y crítico argentino. Recomendado.
El comentario de Arlt es interesante, pero no agrega nada nuevo a lo que ya había escrito de forma menos pedante en la conversación final de Respiración Artificial.
Ricardo Piglia non è popolare come i suoi connazionali Borges e Cortazar. Nato alcuni decenni dopo di loro, Piglia è maturato oltre le ricadute del boom che la letteratura sudamericana ha vissuto negli anni '60 e '70 del novecento, tuttavia, al loro pari, deve essere annoverato tra i grandi scrittori che hanno contribuito a creare ed elevare la narrativa argentina, paese con una esigua tradizione letteraria, ma non solo: Piglia è stato un intellettuale a tutto campo, studioso e laureato in storia, marxista capace di utilizzare la filosofia politica per interpretare eccentricamente l'attualità sociale, appassionato e grande lettore (anche per esigenze lavorative) del genere poliziesco e noir, capace di sintetizzare tutto questo in una poetica personale, di proiettare questa poetica nelle sue opere, di utilizzare queste opere come strumento di critica letteraria, politica e sociale continuando ad alimentare un discorso mai fine a se stesso. Se la conversazione è una forma (e un metodo) del ragionamento filosofico, l'intervista può essere interpretata come una forma particolare di conversazione. Quando le interviste possono essere trascritte e riscritte, rivedute senza essere manipolate (cioè non falsificate, solo rese più letterarie), ordinate e raccolte, ecco che un saggio come "Critica e Finzione" può diventare un testo fondamentale per capire, non solo l'approccio e il talento di quello che può essere considerato il suo autore, ma anche quella che molti amano chiamare "la cassetta degli strumenti" di uno scrittore, utile a svelarne i trucchi se siamo a caccia di semplici curiosità, o meglio a comprenderne la complessità se, per una volta, oltre alla superficie resa scivolosa dalle parole, siamo interessati alle strutture profonde e invisibili che sostengono un'opera letteraria ben fatta, quel nucleo nascosto di ideali e obiettivi, di dati di fatto e analisi che spesso sono il non detto che costituisce il vero contenuto formale e sostanziale di un testo. Nel genere poliziesco chi tace, sta zitto, vince; non a caso è proprio l'interrogatorio il mezzo con cui l'Autorità, lo Stato, intima ai suoi oppositori di parlare. Lo scrittore è tra questi, criminale in quanto crea una finzione che sempre si contrappone alla narrazione creata dallo Stato. Lo scrittore è un criminale perché trasferisce nel testo un certo silenzio che sostiene segretamente l'intreccio e circonda il tema del racconto rivelandolo solo parzialmente, mai chiaramente. Così la letteratura non è una rappresentazione del reale, bensì uno scarto, una proiezione nel futuro che ancora non si è manifestato: un'utopia. Saper narrare significa trasmettere attraverso il linguaggio la passione dell'imminente; il suo potere magico consiste nel permettere di possedere nel linguaggio tutto ciò che il denaro può dare nella vita. Denaro che è il vero motore delle azioni dei personaggi del genere noir e poliziesco, per il resto privi di qualsiasi morale. Denaro che genera potere e ricchezza, alla base della quale c'è sempre un crimine. Ma la letteratura è contro tutto questo: si oppone alla cultura capitalistica in quanto il tempo necessario alla creazione di un'opera letteraria non può essere monetizzato né capitalizzato, la sua produzione è - e deve - essere contraria ai criteri di produzione e circolazione accettati dalla nostra società. E appartiene a tutti, è un bene comune. Si potrebbe continuare ancora a lungo, inanellare gli elementi de* discors* di Piglia, rappresentare la sua poetica come un fluido susseguirsi di teoria e pratica, di vita e letteratura e della loro unione: la morte della letteratura, tanto proclamata negli ultimi decenni, è infatti per Piglia il desiderio di una società capitalista che non sa come valorizzare una pratica così privata e improduttiva, tanto difficile da giudicare quanto da monetizzare. Attendiamo con fiducia la traduzione in italiano e la pubblicazione dell'immensa opera che sono i "Diari di Emilio Renzi", alter ego di Piglia, finzione autobiografica costruita per tutta una vita per continuare a scoprire i segreti dell'utopia narrativa e la sua funzione nella vita segreta di chi la pratica.
"Si dovrebbe essere in grado di scrivere un romanzo che si leggesse come un trattato scientifico e come la descrizione di una battaglia, ma che fosse anche un racconto criminale e una storia politica".
La lucidez, la erudición y la rapidez mental de Ricardo Piglia es deslumbrante. Un hombre de saberes enciclopédicos, pero más importante, un hombre generosos que sabía darse. Comparto -y aprendo- de muchas de sus reflexiones. Su forma de ver la literatura devela a un escritor pleno; uno que, como Borges, se enorgullece antes de lo que ha leído que de lo que ha escrito. Y vaya que era un escritor y, sobre todo, un lector atento. Era también un hombre alerta a la realidad y actualidad de su mundo. Se preocupaba por el acontecer diario y lo denunciaba con puntualidad. Muchos de sus juicios -con los que puedo o no estar de acuerdo- lamentablemente siguen vigentes. Es una sensación rara. También me ocurre frecuentemente con Octavio Paz. Leer cosas sobre problemas puntuales que fueron escritas hace 20 o 30 años y ver qué poco hemos avanzado.
Me gusta muchísimo Piglia y lo voy a seguir leyendo y releyendo. Con pena, debo decir que no me ha gustado este libro. Piglia entrevistado por Paris Review seguro me habría encantado pero estas entrevistas están soberanamente editadas. No son entrevistas porque el autor las hizo o rehizo enteramente a su gusto y no son ensayos tampoco. Piglia es un enorme autor pero también un gran lector, un erudito y un crítico literario de primera línea. El formato de éste libro es lo que no funcionó para mí. Anoté algunas buenas recomendaciones literarias y varias ideas. Me gustó mucho el capítulo de Borges como crítico.
Piglia usa el género de entrevista para ampliar algunos conceptos como la literatura argentina desde Borges hasta Roberto Arlt. En estas entrevistas se habla un poco la narrativa policial, sin embargo, evoca el concepto de Ficción paranoica, el cual es imprescindible para los nuevos estudios literarios del género.
A Piglia hay que leerlo. Hay que leerlo siempre. Por su lucidez, por su capacidad lectora (¿el siguiente gran lector de la Argentina después de Borges?), por su didactismo, por su entusiasmo.
En este libro vuelve a hablar sobre sus cinco ideas, porque todos tenemos cinco ideas que repetimos constantemente, pero amigo, hay quien las repite de manera sublime.
Si tuviera que elegir con qué me quedo de Piglia sería, seguramente, con su lectura de Borges. Con la civilización, con la barbarie; con la biblioteca, con los malevos.
Piglia condensa la literatura hispanoamericana como condensó, al final de sus días y contra su voluntad, las penurias de Borges y de Bolaño. Teniendo que dictar, como Borges; lanzándole una carrera a la parca, como Bolaño, para acabar su obra, o al menos quedarse lo más cerca posible de acabarla.
De qué hablarán hoy en el cielo Arturito Belano, Emilio Renzi y Jorge Luis Borges.
No me acordaba que ya lo había leído una vez; esta segunda ocasión le subo la calificación. Yo creo que la primera vez estaba un poco harto de Piglia y además lo leí en digital. Ahora en físico y pudiendo hacer anotaciones, la lectura se disfruta mucho más. Es un libro que me regalé para mi cumpleaños y eso también puede influir y la portada negra, claro, es maravillosa. ... Las partes que me gustaron, me gustaron mucho. Las partes que me aburrieron, me aburrieron mucho. Trae muchos temas que son monentáneos, de lo inmediato, de su nación y que poco a nada interesan a los que no estén interesados en hacer una historia sobre la Argentina. Pero lo que opina en términos literarios, es muy interesante.