Grâce à Lasselille qui n’a jamais su tenir un secret, on apprend tout sur les raisons de l’étrange propension de Valfred pour la position allongée... Ou comment son alter ego, Arthur, l’a un jour quitté pour vivre sa vie en toute liberté, le laissant mou et flasque. Rien n’est impossible dans ce monde fabuleux.
Den danske forfatter Jørn Riel (f. 1931) debuterede med romantrilogien "Mine fædres hus" (1970-72), men havde inden da rejst rundt i det meste af verden, blandt andet i forbindelse med forskellige erhverv. Jørn Riel var en del af Lauge Koch-ekspeditionenen (1951-53) og var efterfølgende udstationeret i Grønland i 10 år. Imellem 1964-71 arbejdede han hernæst som FN-observatør, før han omlagde sin karrierevej og blev forfatter. Riel har både udgivet store romaner såvel som små novellesamlinger, og i 2010 blev Jørn Riel tildelt Det Danske Akademis Store Pris, der udover hædersbevisningen består af 300.000 kroner.
«Cosa c'è di così diverso tra un libro e una bottiglia di rum?»
“Possono essere pericolosi per la salute, questi libri, molto pericolosi. Ne prendi in mano uno e cominci a leggere, e il giorno dopo hai già il mal di testa e il delirio o peggio ancora” (da “Una deviazione”).
La mia prima lettura danese (se escludiamo Kierkegaard e forse Andersen quand’ero bambino) mi porta ben lontano dalla Scandinavia e fino in Groenlandia, la dépendance più grande al mondo. E la più desolata, con ogni probabilità. Mi porta oltretutto sulla costa nordorientale dell’isola, “da sempre la più isolata e disabitata di una terra isolata e disabitata” come nota Maria Valeria D’Avino nella postfazione, ricordando che Riel la conosce bene perché “rimase in Artide per più di sedici anni”. Un’area dove “non c’è una sola gonnella al di sopra del 71° grado di latitudine nord”, come scoprirà a sue spese uno dei personaggi, e i cui unici abitanti sono i cacciatori che occupano a coppie le stazioni della costa. Sono loro i protagonisti dei racconti di Riel, un cast assolutamente sui generis cui lo scrittore ha dedicato negli anni decine di raccolte, che costituiscono una sorta di saga a puntate (Iperborea ne ha finora pubblicate cinque, di cui questa è la terza). Questo significa per inciso che il titolo del volume, che deve aver adescato più di un lettore ed io buon ultimo, è piuttosto ingannevole: non aspettatevi i pescatori di Jón Kalman Stefánsson o le storie marittime di Thorkild Hansen; nel racconto che dà il titolo alla raccolta, vediamo una contessa svedese conquistare il cuore di Olsen, capitano norvegese della Veslemari, la nave che con il suo punto esclamativo di fumo maleodorante fa la spola ogni primavera tra Copenhagen e Capo Thompson. L'epoca è la prima metà del 20° secolo: l’era del diesel e dei pionieri artici, che volgeva al termine quando il diciottenne Riel giunse in Groenlandia nel 1950 (sto scippando di nuovo dalla postfazione). Un’era quasi eroica — sebbene lo “studente, esperto cacciatore e poeta” Anton giunga alla seguente riflessione, mentre torna tranquillamente a casa camminando sul ghiaccio marino, dopo essere letteralmente saltato giù dalla Veslemari che avrebbe dovuto portarlo in Danimarca:
“Gli tornarono in mente le visioni della sua giovinezza sugli eroi polari, e rise a gola spiegata di quelle sciocche illusioni. Che cosa sarebbe un eroe? Che assurdità parlare di eroi polari! O si amava la vita quassù, e quindi si accettavano le condizioni del Paese, o non la si amava, e tanto valeva tornarsene a casa con Olsen. Di eroi non ce n'erano, né al polo né ai tropici, figuriamoci poi a Rødovre” (da “Una deviazione”).
I personaggi di Riel appaiono fuori dal mondo proprio perché forgiati da quel mondo: abituati al freddo che gela le barbe e alle tempeste di neve che durano tre giorni. Abituati soprattutto all’isolamento e alla solitudine, che affrontano con una scorta infinita di chiacchiere e d’alcool (le cui dosi si misurano nell’arco del volume in dozzine e forse centinaia di barili). Per scongiurare la vertigine artica che rischia di farli impazzire danno fondo al comune repertorio di aneddoti groenlandesi, di anno in anno più folto. Storie da cui spesso spuntano altre storie, con consumata arte affabulatoria; come la vicenda di Larsen della macelleria di Ringsted, risorto dalla tomba in cui era caduto dopo una sbronza di alcool puro, che Valfred racconta per rincuorare gli amici circa la scomparsa di Anton (nel racconto di cui sopra). Non sono cupe come la notte artica le loro storie, bensì piene di humour, spiattellato con impassibilità e tempismo impeccabili.
Ma dietro le situazioni buffe e surreali che imbastisce è chiaro il messaggio indiretto di Riel (che nella Premessa si scagiona: quanti abbiano vissuto nel Nordest della Groenlandia “potranno confermare che quanto ho riportato in queste pagine è veritiero e corretto, anche se forse con una pudica tendenza all’attenuazione”): humour e leggerezza non sono che un modo di affrontare il gelo, alternativo all’introspezione e alla spiritualità austera di altri autori scandinavi.
I suoi racconti sono, nelle parole di un’amica aNobiana che ne ha letti un paio, “sfiziosi”: leggeri, spassosi, non di rado esilaranti, e soprattutto capaci di mostrare momenti di verità quasi per caso, senza fatica. Vi ritornano i medesimi personaggi strampalati e irresistibili, scambiandosi di volta in volta i ruoli di protagonisti e comprimari. Certo, non aspettatevi i piccoli capolavori a cui Iperborea ci ha abituati; ma non è difficile immaginare di affezionarsi a questo cast, né indovinare perché in patria Riel sia un caso letterario. Per non parlare del fatto che la sua vita è molto più avventurosa e inverosimile dei suoi libri.
Non sembrano male in fondo questi danesi; anche se al posto della ö usano la ø, che pare una manopola del gas lasciata al minimo. Avanti il prossimo!
Découverte, à l’occasion d’un challenge de lecteurs, de Jorn Riel, écrivain danois qui passa 16 ans à explorer les territoires arctiques et en rapporta la matière de ces petites fictions humoristiques , la série des « Racontars arctiques »dont fait partie « Un gros bobard et autres racontars ».
Programmé au festival Étonnants voyageurs à St Malo en Mai 2023, il est présenté ainsi :
« Ses héros, ce sont ses compagnons d'alors, trappeurs au grand coeur et chasseurs de phoques, paumés hâbleurs, écrivains de pacotille, philosophes de comptoir devant un imbuvable tord-boyaux… de fiers solitaires et pourtant indécrottables sentimentaux en quête de l'âme soeur, tous amoureux de cet être cruellement absent de la banquise, la femme. »
Ça me semble très bien résumer en effet ce que j'ai vu à travers ces petites histoires (9 en 150 pages). Certes c'est dépaysant, ça fait sourire par moments, les personnages ne sont pas antipathiques mais j'ai eu du mal à aller au bout … Si j'osais , je dirai que ces récits m'ont laissée de glace ! Côté littérature arctique je suis plutôt team Jean Malaurie mais je tenterai peut-être un autre Riel pour comprendre l'engouement qu'il suscite !
Jørn Riel, through a series of skrøner (typical Danish tales), brings us into a world completely different from our own. All the stories are connected by the same characters, who in the end turn out not to be the true protagonists. What emerges as the main character of the book is the loneliness of Greenland itself. Through their stories, the hunters create a detailed portrayal of life in Greenland; a land completely different from anything else in the world.
The book turns out to be a very relaxing and enjoyable read, that it felt really similar to the typical Japanese genre of the iyashikei.
Quarto libro degli Skroner groenlandesi di Riel editi dalla Iperborea, dove siamo di nuovo trasportati in mezzo alle nevi perenni e lunghi notti di gelo in compagnia dei simpatici cacciatori di volpi quali Mads Madsen o Laselille. Le storie sono più o meno simili a quanto letto in precedenza, sebbene ci senta un po' meno ispirazione. Tuttavia, i due racconti finali, quello di Doc e la malattia del conte e la conclusiva festa di Natale valgono da sole l'acquisto del libro.
On en a lu un, on les a tous lus... Amusant, mais simple, voire simplet en définitive au deuxième ou troisième volume. On sourit parfois, à d'autres moments, on s'ennuie.