Alcune singole argomentazioni di questo saggio sono illuminanti, ad esempio ho apprezzato le pagine sul complottismo, che non è visto come risultato di semplice stupidità ma come un modo (sbagliato) di dare forma alle contraddizioni reali della società (è come una metafora che viene presa alla lettera, una narrazione fasulla che però ha un senso perché ci dice qualcosa sulle condizioni del complottista). Anche alcuni limiti del liberalismo sono messi in luce in modo chiaro, come la sua incapacità di affrontare il multiculturalismo. Quello che non mi ha convinto molto di questo saggio non è il modo in cui sono trattati i singoli argomenti ma piuttosto la pretesa di metterli tutti assieme in un'unica grande narrazione apocalittica. Vengono mischiati problemi diversi come populismo, crisi economiche, complottismo, questioni culturali e identitarie, colonialismo e postcolonialismo, questioni politiche e geopolitiche, come se fossero tutti sintomi di un unico male che affligge la società, ma questo male alla fine non si capisce quale sia. La conclusione scade in un vago senso di colpa dell'occidentale che non so bene come interpretare, perché non si spiega cosa dovrebbe fare oggi l'occidente per rimediare ai suoi errori. Capisco che l'obiettivo sia sottolineare dei problemi e non fornire soluzioni, quindi non dico che dovrebbe dare indicazioni precise su come uscire da questa crisi mondiale, ma mi sembra che questo libro sia affetto da un pregiudizio disfattista che impedisce di intravedere delle vie d'uscita dalle problematiche che ha esposto.