Mamma li turchi!
L’ora di tutti appartiene al genere di romanzo storico che sceglie di riproporre gli avvenimenti del passato attraverso lo sguardo della gente comune, e in questo caso la visione si fa corale poiché sono cinque i personaggi che si alternano nella narrazione in prima persona, offrendoci una rappresentazione variegata dei tragici eventi accaduti secoli orsono.
L’assedio e la presa della città di Otranto nel 1480 da parte dei turchi, con i saccheggi e le stragi che ne seguirono, ha segnato profondamente la storia salentina e ancor oggi la Cattedrale in cui sono conservate le reliquie degli ottocento martiri otrantini è luogo di culto e meta di pellegrinaggi.
Il modo di presentare i fatti adottato da Maria Corti, eminente critica letteraria, saggista e filologa prima ancora che romanziera, risente dell’impronta culturale dell’autrice e si dimostra particolarmente originale, in grado di conferire nuova vitalità e vivacità a vicende che giacciono nei testi di storia da mezzo millennio.
Alcuni dei cinque monologhi si dimostrano più efficaci, primo fra tutti a mio avviso il capitolo iniziale narrato dalla voce del pescatore Colangelo che si ritrova insieme ai suoi compagni di lavoro a dover difendere le mura della città dopo l’abbandono del contingente spagnolo, teoricamente a difesa della roccaforte. I pensieri, le paure, l’orgoglio dei pescatori inopinatamente diventati guerrieri, sebbene ben più avvezzi all’uso delle reti che delle balestre, sono rappresentati in maniera realistica, mescolandosi alle preoccupazioni personali sul destino delle proprie famiglie, alla fame e agli scrupoli religiosi.
D’altra parte ho trovato piuttosto dissonante rispetto alla compattezza del romanzo, o quanto meno eccessivamente dilatato (è il capitolo che occupa il maggior numero di pagine…) l’episodio centrale con protagonista Idrusa, la donna più bella di Otranto secondo il parere unanime dei concittadini, soprattutto perché dedicato in gran parte al passato della ragazza e solo nel finale rientra nel nucleo narrativo principale.
Mi sono sembrate abbastanza irrilevanti, trattandosi pur sempre di un romanzo e non di un saggio storico, le accuse di anacronismo che vertono in particolare sull’utilizzo, peraltro molto marginale nell’economia del racconto, di alcune colture (il pomodoro) o unità di misura (il chilogrammo) che sarebbero state introdotte posteriormente al 1480.
Resta invece da annoverare fra i pregi del libro la magnifica rievocazione di Otranto, cittadina dalle bianche pietre che non ho mai visitato ma che attraverso questo racconto mi si è presentata con immagini di forte suggestione e con la percezione tangibile di una qualità solare e mediterranea ancor più commovente in quanto avvolta dal presagio di morte e distruzione.