Parlando di quest’opera è ormai diventato quasi di rigore citare Goethe, il quale, se non ricordo male, diceva in uno dei suoi colloqui con Eckermann che la leggeva una volta l’anno (io, più modestamente, ormai l’ho letta tre volte): gioioso e rapito, lo incantavano die herrliche Landschaft, immer der blaueste Himmel, die anmutigste Luft und keine Spur von trüben Tagen che vi rilucevano; ma, messo giù così, l’elogio goethiano rischia di essere travisato dall’uomo d’oggi che, diseducato da un paio di secoli di letteratura punitiva e luttuosa, è avvezzo quasi per riflesso condizionato a diffidare delle Arcadie, se non, poco furbamente, a riderne: scordando, se pur ne abbia ricevuta contezza, che perfino nell’Arcadia più serena qualche teschio si annida sempre fra i teneri arboscelli, come insegna palesemente il Guercino ma insegnano anche, dopotutto, benché di solito in cifra e in disguise, i poeti pastorali d’ogni secolo.
Le parole di Goethe in realtà erano più profonde di quanto possa suggerire una loro lettura cursoria: un’aura di serenità e anzi, direi, d’innocenza, pervade l’intera opera, ma non solo e non tanto negli stilemi di superficie; Dafni e Cloe, il capraio e la pastorella trovatelli che crescono fra pascua et rura nella campagna di Mitilene sull’isola di Lesbo, patria di Saffo e Alceo, scoprono crescendo fianco a fianco il corpo, la sensualità e l’amore in un’atmosfera luminosa e apollinea, dalla quale sono esclusi tanto un ascetismo castigatore quanto una trasgressione maligna e triviale, che rispetto a quello, d’altronde, costituisce di regola il rovescio della medaglia. Eppure Longo (Sofista è il fortunato ma apocrifo appellativo sceltogli da un editore moderno: appellativo, però, non casuale né inopportuno) non ha nulla del Rousseau ante litteram: al pari d’un altro campione del romanzo greco, Achille Tazio, è uno scrittore lontano da qualsiasi primitivismo, anzi civilissimo, venato d’un’ironia tutta colta e urbana, che idealizza forse un’Arcadia immaginaria e sognata – e immaginaria e sognata è anche la sua Lesbo - ma certamente non idealizza il campagnolo semplice non contaminato dalle tentazioni della civiltà corruttrice, né, tantomeno, la vita contadina del suo tempo. Longo è malizioso a tratti, ma con affetto ed eleganza; neppure i cattivi nel suo romanzo sono malvagi sino in fondo. Egli soggiace senza problemi ai canoni etici del suo mondo, lasciando intatta la verginità di Cloe sino alle nozze, ma lo fa con una levità e una grazie tutte da scoprire; soggiace altrettanto alle convinzioni del romanzo ma, proprio come il suo collega Achille Tazio nel Leucippe e Clitofonte, ne sorride garbatamente senza negarle; anzi, di tale atteggiamento costituisce una specie di correlato stilistico la sua lingua, lontana dai barocchismi di Eliodoro nelle sue Etiopiche, ma tutt’altro che sciatta o esangue o fintamente povera: Longo giuoca coi lettori grazie a una scrittura lineare ma colta, in cui tralucono riferimenti alla commedia nuova (come nella figura del parassita Gnatone) o alla letteratura colta, per esempio nelle allusioni molteplici agl’Idilli di Teocrito. L’ombra non è negata o nascosta, ma occhieggia in modo che il lettore sensibile la possa cogliere senza farsene soverchiare: così, nonostante il lieto fine, veniamo anche a conoscere un ambiente in cui l’abbandono dei neonati al proprio destino, l’insensibilità degli abbienti e l’avidità gretta dei poveri avevano, purtroppo, un ruolo triste e reale; ma la grandezza di Longo sta nel lasciarlo intendere con un tocco leggerissimo che non incrina e non offusca la bellezza intatta e armoniosa dell’insieme, perché il male esiste ma non riesce a vincere.
L’edizione con versione italiana a fronte su cui ho letto il testo uscì, oltre un quarto di secolo fa, curata da uno studioso che s’è molto dedicato al romanzo greco, Raffaele Di Virgilio; egli nella prefazione (ricca di dati e spunti interessanti, nonostante ciò che sto per dire) contesta, sulla scorta di Wilamowitz, l’idea tralatizia che Longo fosse un greco dell’isola di Lesbo, e riafferma, sulla scorta delle osservazioni sul potere d’acquisto della dracma formulate illo tempore dal nostro Gerolamo Vitelli (peraltro vistosamente tralasciato nella bibliografia, dove figura viceversa, non so bene perché, un discorso di Palmiro Togliatti sulla condizione femminile), che il testo non poteva essere scritto dopo la metà del secondo secolo dopo Cristo; ma sostiene anche, non so se con perfetto fondamento, che l’opera intendeva fungere da omaggio implicito a Massimino il Trace, cosa che a me, tenuto conto di che tipo era Massimino, farebbe ad ogni modo esclamare, come la Settimana Enigmistica, “Strano, ma vero!”; e addirittura sostiene che Longo era italico, per la precisione peligno (come Di Virgilio stesso, nato a Ortona), che nell’opera ricorrono citazioni latine soprattutto di Ovidio (a mio avviso poco visibili, va detto, per ogni lettore che non sia Raffaele Di Virgilio), e che addirittura Longo era brevilineo: un nanerottolo, insomma, e Longo, quindi, per antifrasi, a mo’ di nome da commedia, da presa per i fondelli: “Nella fattispecie Longo fu chiamato “Logo” [in qualche attestazione all’interno della tradizione manoscritta, n.d.r.](…). Ciò fa ritenere, tra l’altro, che Longo fosse di minuta costituzione fisica, dato che già Licinio Calvo, il salaputium disertum, “eloquente cosettino” di catulliana memoria aveva incarnato la potenza miracolosa del lógos, immortalata da Gorgia nell’Encomio di Elena come ospite di un piccolo corpo”. E qui, me lo si lasci dire, al meravigliato lettore tocca riconoscere invero che il famoso passo su Astolfo che constata l’abbondanza di senno smarrito in terra e volato sulla luna, dove “di poeti poi ve n’era molto”, si può a volte applicare, con altrettanto fondamento, anche ai filologi classici.