02/03/2019 (*****)
Credo e immagino che la maggior parte dei lettori, nella parte più profonda e vanesia del proprio io, quando gli passa sotto gli occhi uno di quei capolavori della narrativa che lo fa emozionare, sbalordire riflettere e sospirare, ambirebbe scrivere qualcosa di anche solo lontamente paragonabile. La bellezza porta alla bellezza per la strada dell'emulazione.
Ecco, io dopo aver finito questo colossale monumento all'erudizione e all'anedottica, vorrei aver scritto qualcosa di simile.
Il tema centrale di questa sterminata antologia di racconti, aneddoti, brani di diari, di resoconti di viaggio, che spaziano dalla fine dell'età antica fino ai nostri giorni, è ovviamente la città di Costantinopoli. Costantinopoli Roma d'Oriente, dice il sottotitolo, luogo dai molti nomi e, per tutto il nostro Medioevo, conosciuta più semplicemente come la Città, come se non servisse aggiungere altro.
Esiste solo un'altra città al mondo che può vantare lo stesso privilegio, ossia di avere un nome tanto grande da essere sinonimo di mito, ed è inevitabile che queste due città, madre e figlia, abbiano attratto nei secoli schiere infiniti di visitatori e curiosi, accecati da quel gigantesco nome e da tutto il bagaglio simbolico, culturale, politico, storico che questi si portavano dietro.
Io sono ovviamente fra questi e mentre di Roma, per vari motivi, ho avuto una discreta conoscenza, di Costantinopoli non ne ho avuto nessuna. E seppure una visita mi piacerebbe farla, della Città dei basilei greci è rimasto talmente poco da farmela solo rimpiangere, giacché la Istanbul turco-ottomana l'ha sommersa e disgregata come una devastante alluvione.
Cosa sia stata quella favolosa città, degna erede di Roma, ce lo racconta questo libro, attraverso testimonianze di tutte le epoche che descrivono ciò che era o ciò che era rimasto, con punti di vista assai diversi e analizzando secondo un itinerario ideale le aree e i monumenti principali della Costantinopoli bizantina. E' un viaggio lungo (800 pagine), con un corposo corredo di note e di biografie in coda, ma che non stanca chi è interessato a conoscere quello che è stata questa estrema propaggine di forma triangolare del continente europeo che tanto peso ha avuto sulla storia di tutta Europa. Anche se ce lo dimentichiamo, troppo spesso. Forse perché lo stereotipo illuminista e gibbsoniano dell'età bizantina come indegna e degradante conclusione della parabola romana ha inciso per lunghissimo tempo sui programmi scolastici moderni, che hanno dedicato un miserrimo spazio a quella straordinaria e complessa entità statuale dalla vita lunghissima (con buona approssimazione, 395-1453) che, fino alla fine, nonostante ormai dall'epoca di Giustiniano parlasse in greco e non comprendesse più il latino, insisterà a chiamarsi - con diritto - impero dei Romani.
E mentre Roma si riduceva a un borgo cosparso di immense rovine, Costantinopoli fioriva, padrona di tutta la metà orientale del Mediterraneo, edificandosi in una meravigliosa successione di spazi templi e palazzi capaci di non impallidire di fronte a quelli della città madre. Conoscendo cosa fosse la Roma imperiale, questo vale di per sé come il più alto dei giudizi.
Tuttavia, mentre Costantinopoli, assalita da ogni parte - e dall'avanzare inarrestabile dell'onda musulmana in particolare - lentamente arretra, ristagna e sopravvive, Roma rimane fondamentale per tutto l'Occidente come centro della Cristianità, sede dei papi, con tutto quel che ne consegue in termini di potere politico e economico, fino a rinascere, anche e soprattutto a livello edilizio e urbanistico, con il Rinascimento. Le due Città seguono due strade antitetiche, e per Costantinopoli la strada, dopo l'ultima rinascita dell'XI secolo, si fa drammaticamente ripida: c'è nel 1204 l'inopinato sacco (il primo della sua storia) da parte degli eserciti della IV crociata e poi l'inevitabile colpo di grazia del maggio 1453. I Turchi continueranno a chiamare quella città Costantinopoli, ma ormai è già altro: la chiamano Stamboul, che è una storpiatura di un nome difficilmente digeribile a livello glottologico. Diventerà Istanbul, quale è tuttora. Altro, appunto.
E del mito di Costantinopoli, davvero, alla fine è rimasto solo il nome, come recita il famoso proverbio citato anche ne Il nome della rosa di Eco; di Roma, ancora, rimane qualche cosa di più, dopotutto.
Per concludere, il libro è interessantissimo e, strano a dirsi data la tematiche e la mole, molto godibile vista anche la colloquialità della divulgazione. Il lavoro che ci sta dietro è letteralmente monumentale e, per come è stato pensato, veramente lodevole.
Un saggio straordinario che non posso che consigliare.