Passeggi sulle rovine della tua famiglia e ti accorgi che alcune parole sono state cancellate ma altre sono state salvate, alcune sono sparite mentre altre faranno sempre parte del tuo riverbero, e poi finalmente arrivi al margine di tuo padre e di tua madre, dopo anni in cui hai creduto che morire o impazzire fosse l’unico modo per essere alla loro altezza. E lì capisci che tutto nel tuo sangue è un richiamo, e tu sei solo l’eco di una mitologia anteriore.
Una sorpresa. Il nome di Claudia Durastanti mi girava in testa da un po’. Sapevo che era relativamente giovane, che era nata a Brooklyn (notizia che non passa inosservata quando leggo una bio), che era traduttrice, scriveva di libri e musica, e aveva pubblicato qualcosa. Di suo però non avevo ancora letto nulla.
Qui, al quarto libro, accantona la forma del romanzo puro per un memoir famigliare (con una dose variabile di fiction) scritto in prima persona e dominato dal rapporto madre-figlia.
Il tentativo di costruire una storia e un’identità prende il via dalle versioni discordanti raccontate dai genitori - entrambi sordi, personaggi assurdi e rocamboleschi - su come si sono conosciuti, in cui c’è sempre uno dei due che salva l’altro.
Per buona parte si segue la cronologia degli eventi (nonni, genitori, infanzia, adolescenza) per poi virare verso spot e micro-storie (Malinda, la rivista di filosofia, Nikolai) nelle quali la narrazione sembra avere un ruolo maggiore.
La Straniera è un prisma, un territorio emotivo in cui si intrecciano riflessioni personali su Brexit, disabilità, malattia, dipendenze, linguaggio, antropologia, lavoro, classe sociale, musica, film, New York e la Basilicata, il sentirsi stranieri.
C’è il problema della lingua - italiano, dialetto lucano, inglese - amplificato dalla difficoltà di comunicare, le visioni casalinghe del Festival di Sanremo con i sottotitoli, l’imponente immaginario cinematografico, la rinuncia da parte della madre, e il successivo divieto nei confronti dei figli, di parlare con la lingua dei segni perché è teatrale e visibile, ti espone in continuazione. Ti rende subito disabile. In assenza di gesti, puoi sembrare solo una ragazza un po’ timida e distratta. Leggendo le labbra degli altri per decifrare cosa stavano dicendo fino a consumarsi gli occhi e i nervi, parlando con la sua voce alta e forte e dagli accenti irregolari, sembrava solo un’immigrata sgrammaticata, una straniera.
C’è una passione irrequieta, violenta e visionaria per la letteratura, soprattutto per libri inadatti alla sua età.
La mattina prendevo lo zaino, scendevo di sotto giusto per sbattere il portone anche se mia madre non poteva sentirlo e poi me ne andavo in soffitta con la chiave che avevo trafugato. Portavo sempre un orologio, in modo da poter rientrare in casa per le due meno un quarto, l’orario ufficiale del rientro. (…) È in quegli anni in soffitta che Fernanda Pivano è diventata la mia migliore amica. Mia madre aveva le sue traduzioni di Kerouac e Fitzgerald, traduzioni che avrei scoperto essere piene di errori e di incuria solo all’università, quando tutti la prendevano in giro, ma non mi sarebbe importato: io di errori nella traduzione ne facevo sempre e continuo a farli, perché nessun significato assume una forma stabile in me, e tutto quello che penso, e quello che poi dico, soffre nella trasmigrazione tra paesi diversi, sanguinando proprio come gli astronauti che hanno trascorso troppo tempo nello spazio e quando tornano a casa hanno epistassi continue sotto il sole.
Ci sono le difficoltà della protagonista ad ambientarsi in una Londra umida, respingente e malinconica e poi, nel finale, qualche apertura all’interno della sua sfera privata, di coppia.
Sono cresciuta credendo mio malgrado che affidandomi a un altro essere umano sarei stata salva per sempre. È un’idea retrograda, smentita dalla società occidentale, dalla psicoterapia ma una parte di me continua a credere che ci sia qualcosa di importante in questo abbandono, in questo lucido affidarsi.
Mancano i nomi propri, mancano quasi del tutto i dialoghi.
Durastanti lavora su una lingua elegante, nitida, essenziale, non-appariscente, e il risultato è davvero efficace.
Se vi è piaciuto La più amata è abbastanza imperdibile.
Già una delle cose migliori con cui avere a che fare quest’anno.
Stato di grazia distillato. [77/100]
La prima volta che avevo visto la sua ragazza eravamo seduti nell’atrio di una moschea a prendere un tè e lui non aveva fatto che indicarle i piedi e chiedermi se non pensavo che avesse dei bellissimi sandali. Lo pensavo. Erano scarpe molto belle, come lo era lei, ma dentro provavo una pena profonda per entrambi. Era rimasta silenziosa per gran parte del tempo così come la seconda volta che l’avevo incontrata.
Eravamo in un bar, seduti al bancone. Il mio ragazzo aveva bevuto più di tutti senza cambiare espressione, continuava a studiare il barista che ci metteva mezz’ora per preparare un cocktail come se fosse una funzione religiosa, con la clientela delle tre del mattino assonnata in un angolo. Era un locale dalle pareti rosso sangue di drago e la polvere sugli specchi, quando siamo usciti per tornare nelle nostre case e i nostri ostelli non c’era già più.
Io e Nikolai non avevamo fatto che discutere animatamente ubriacandoci per tutta la sera, e quando avevo abbracciato lui e la sua ragazza sul marciapiede mi era venuto in mente che non li avrei rincontrati, non insieme. Avevo invidiato un po’ il loro aspetto crepuscolare e infelice, ma non erano persone di cui si potesse sentire la mancanza.
La notte l’avevo passata a vomitare in bagno mentre il mio ragazzo mi reggeva la testa e asciugava il sudore e poi mi ero addormentata di schianto, felice di avere qualcuno che mi volesse bene e a cui importasse se mi svegliavo al mattino.
Mesi dopo, in un altro locale, in un’altra città, il mio amico si era chinato ancora di più in avanti, con gli occhi arrossati da faina, e aveva detto che l’aveva amata fino a impazzire. Gli psichiatri gli avevano imposto di mollare, di smettere di perseguitarla; lei aveva minacciato di denunciarlo.
Nikolai mi aveva fissato a lungo prima di dichiarare: “Non c’è cura per l’amore.” Lui e la sua goffa isteria. Io gli avevo risposto: “Oh, per favore, dimmene un’altra.”
E io, io avevo mai amato fino a impazzire?