A Kazalinsk fu ricevuto dagli ufficiali russi, i quali, pur riservandogli un'accoglienza calorosa, lo informarono che non vedevano l'ora di battersi con gli inglesi per il possesso dell'India. "Ci spareremo addosso a vicenda la mattina" gli disse uno, porgendogli un bicchiere di vodka "e berremo insieme durante la tregua".
Cronaca storicamente impeccabile (la corposa bibliografia lo dimostra) del risiko intercorso tra le due grandi potenze imperialiste - russa e britannica - nel corso del XIX sec per accaparrarsi la supremazia in Asia Centrale. Azioni palesi e missioni segrete, politica e commercio e esplorazioni geografiche e cartografiche, colpi di fortuna ed errori madornali. L'autore dichiara apertamente di volersi concentrare sui personaggi più in vista del periodo per rendere la sua cronaca il più scorrevole possibile, e bisogna rendergli il merito di essere riuscito a restituire la realtà storica dei fatti nella misura più romanzesca e più avvincente possibile che gli era concessa, stando alla premessa di non volere inventare e non volere fare fiction in alcun modo. Ma qui sta anche l'inghippo: fermandosi ai dati e ai fatti e alle parole documentati, i protagonisti delle vicende finiscono per assomigliarsi un po' tutti e il lettore (o per lo meno io lettrice) finisce per confonderli tra loro: tutti egualmente intelligenti, intraprendenti, impavidi, ambiziosi, aitanti, affascinanti, colti, poliglotti, sicuri di sé e con la carriera assicurata. Se solo avessero avuto una qualche seppur minima caratterizzazione in più, un qualche minimo difetto, anche se inquinata da una minima misura di fantasia, l'opera ne avrebbe guadagnato enormemente.
Stesso discorso per le descrizioni dei luoghi, descrizioni di cui si sente fortemente la mancanza. I protagonisti attraversano migliaia e migliaia di chilometri di deserto, giungono in oasi che definire magiche sarebbe poca cosa, ma Hopkirk non concede il lusso non dico di una descrizione o di una istantanea sfuocata, ma nemmeno di una congettura. Il lettore lo sa di suo, per forza di logica, che i luoghi visitati dai protagonisti non sono tutti uguali, eppure la percezione immediata che si ricava da tale tipo di narrazione è - purtroppo - proprio quella: personaggi tutti uguali in luoghi tutti uguali. Solo verso il finale, qualche breve suggestione a proposito di Lhasa e qualche vaga descrizione di Chitral, hanno il sapore della beffa proprio perché tardive.
Da un lato ne ammiro la coerenza, sempre preciso, documentato, sempre saldo nel suo intento di non inventare nulla, eppure Hopkirk proprio a causa di questi suoi buoni propositi si rende in alcuni passaggi comicamente sbrigativo o goffamente approssimativo.
Nonostante la montagna di difetti, si legge veramente di gusto. Considerata la montagna di difetti non è altro (cito, anzi ricopio @Savasandir) "che il novero delle audaci imprese dei più temerari e spregiudicati uomini del tempo". A voler approfondire il discorso, l'essere temerari, testardi e spregiudicati è un qualcosa che ha anche lati negativi e non solo eroicamente e romanticamente positivi. A tratti mi sono trovata a pensare che queste schiere di avventurieri, militari, politici, diplomatici, sebbene ci vengano proposte da Hopkirk come figure altamente romantiche, in verità siano quanto di più vicino ci possa essere alla odierna figura del faccendiere, che un po' agisce per conto dell'uno, un po' per conto dell'altro, un po' per conto proprio, si intrufola, carpisce informazioni, con un po' di blandizie o con un po' di scambi di doni, viscido come un'anguilla e trasformista come un camaleonte. Eppure, dicevo, per quanto si accumulino premesse negative e osservazioni di difetti, la lettura si porta avanti con un piacere sempre costante: forse è solo per via del fatto che la mente del lettore, in background, è quasi obbligata a ricrearsi da sola quella dose di suggestione che l'autore proprio non vuole concedergli per iscritto. Come quando uno si ciba solo di alimenti dietetici e sconditi, e poi intanto il corpo produce colesterolo di suo, anche se non si sa bene da dove lo tiri fuori.
Uno dei lati positivi della ricostruzione fedele e documentata è nel poter quasi toccare con mano l'eleganza dei modi di questi ufficiali che sanno di doversi scannare il giorno successivo, ma il giorno prima conversano amabilmente e si offrono a vicenda il pranzo e la cena. Una certa cavalleria ed eleganza sono veramente morte e sepolte con il XIX sec., spariti la grazia e il garbo oggi ci restano solo fanatismo e ipocrisia.
In diversi definiscono il libro filobritannico e quindi anti-russo se non addirittura russofobo. Io non l'ho sentito in questo modo. E' filobritannico dal momento in cui l'autore britannico predilige le fonti britanniche, questo sì, ma non c'è sbilanciamento nel voler far apparire sotto una luce migliore questi rispetto a quelli. E' anche vero che in qualche passo vengono definiti "eroici" dei personaggi inglesi che, almeno stando al racconto, dal vero eroismo restano piuttosto distanti; ma ad ogni modo le disfatte inglesi, quando sono causate da vergognosi errori e scandalose titubanze, vengono presentate senza nessun tentativo di addolcire l'amaro della pillola. Le spedizioni catastrofiche, tutto sommato, vengono descritte utilizzando gli stessi aggettivi, sia che si tratti di spedizioni inglesi, sia che si tratti di spedizioni russe. Casomai è un po' comica l'ammirazione che si percepisce, tra le righe, da parte dell'autore nei confronti dei falchi e degli "arcirussofobi" della politica britannica dell'epoca. Ma che sia russofobo lui stesso, questo non lo direi, e nemmeno che sia privo di obiettività, viste e considerate le riflessioni del finale.
Essendo l'opera più un saggio che un romanzo, il finale avrebbe dovuto contemplare una qualche riflessione più approfondita circa il significato e le conseguenze di un risiko durato oltre un secolo. Ma invece di approfondire, Hopkirk sceglie di lasciare il lettore vis-à-vis con un dilemma, un autentico dubbio amletico (ed è una scelta che tutto sommato non mi dispiace, suona come un finale aperto): le popolazioni dei paesi soggetti all'imperialismo dell'una e dell'altra parte, che mai sono state consultate e mai figurano come parti in causa in maniera attiva ma sempre e solo passiva, sul fonte inglese hanno avuto infine ciò che veramente volevano, e cioè starsene in pace, dal momento in cui hanno avuto l'indipendenza nel '47, mentre sul fronte russo l'imperialismo non ha mai avuto una vera e propria fine. Hopkirk fa questa osservazione grossomodo corretta e poi, con un doppio carpiato all'indietro, afferma che gli "eroi" dell'impero russo hanno in fin dei conti avuto il loro monumento, la loro morte non è stata vana dal momento in cui i territori per la cui conquista essi hanno lottato, sono tutt'oggi sotto la sfera di influenza della loro patria; e invece al contrario gli "eroi" britannici hanno visto vanificato il proprio sacrificio proprio in virtù di quell'indipendenza citata dianzi. E così, si resta con il dubbio: meglio essere o non essere? Meglio zuppa o pan bagnato?