Anima mia, o te la fili o rimani, ma non mi toccare così
“è come se mi chiedesse la luna.
Mi dico:
Se mi chiede la luna è perché ne ha bisogno.
Ma se (supponiamo) gli porto la luna, mi dirà
qualcosa per niente carino da sentire.
E poi, c'è l'altra questione, c'è l'altra questione.
(«Se morissi in questo preciso istante
come sarei felice.»)
Se morissi”.
Alejandra Pizarnik, bonaerense di origine ebraica russa, studiò letteratura e lesse moltissimo, assorbendo simboli e immagini della tradizione sapienziale e poetica. Scrive lei stessa che la sua poesia è una parola che guarisce: il linguaggio riesuma un mondo e il poeta canta il silenzio in cui questo nasce, e la furia che ne segue e il mare, e ogni parola che dice ciò che dice e ancora di più e un'altra cosa ancora. Non guarì il suo male interiore, e così si prese la propria stessa vita, in età giovanissima, nel dolore, lasciando un lascito poetico libero, luminoso, danzante come le ombre e innocente come gli occhi. La musica di un uccello che canta la propria gabbia, la sponda eterna della notte. Scrivi poesie perché hai bisogno di un luogo in cui sia ciò che non è, annotava con la febbre Alejandra, amando la vita in modo terribile, desiderando un viaggio dolce e inutile, attraverso lo specchio. Nella memoria, si cibava di lacrime e aveva sete, molta sete. Con la poesia Pizarnik si dà un esilio, un sinistro delirio, una preghiera con le ali; nel vuoto della lirica ella ritrova la soave necessità di essere. Soggiornò in Europa, scoprendo amicizie preziose. Vita, vita mia, lasciati cadere, lasciati far male, vita mia, lasciati legare dal fuoco, dal silenzio, ingenuo, dalle pietre verdi nella casa della notte, lasciati cadere e far male, vita mia. Il tempo si annulla, diviene illimitato, nell'interiorità del verso, nella possibile unione tra la gioia del sentire e il richiamo dell'irreparabile: ormai non sono altro che un dentro. Alejandra sentiva un'altra vivere la vita al posto suo; i suoi occhi si aprivano solo per valutare l'assenza, la lontananza, la realtà come rifugio. E mentre scriveva, si chiedeva quando avrebbe smesso di fuggire, di dimorare in cose strane, di ricevere un aiuto che sentiva pericoloso. Alejandra voleva salvare le parole, pensava occorresse salvarle, perché esse chiudono tutte le porte, si alleano con le ombre, conducono verso i confini, hanno mani, che toccano il cuore. Le frasi di Pizarnik sembrano scorticate, riflettenti, le parole suonano dolenti come un'agonia, tenebrose come pietre primitive: le monete d'oro dell'inconscio, così le appella la poetessa, con le sue voci plurali, colorate e silenziose. Quando si allontana con le ignote emozioni, Pizarnik a volte ritorna senza capire, ma a quel punto ha già saputo cosa sia, non capire. Terra o madre o morte, non abbandonarmi anche se io mi sono abbandonata. La poesia serve a placare l'anima e insieme il suo contrario; per Alejandra scrivere è perdere, è non poter più vivere, non voler vivere. È andarsene.
“E cosa accadrebbe se cominciassimo a giocare d'anticipo/di sorriso in sorriso/fino all'ultima speranza?/Cosa accadrebbe?/E a me cosa importa, a me, che ho perduto il mio nome,/il nome che mi era dolce sostanza/in epoche remote, quando io non ero io/ma piuttosto una bambina ingannata dal suo sangue?/Per cosa, per cosa/questo disgregarmi, questo dissanguarmi/questo spennarmi, questo squilibrarmi/se la mia realtà arretra/come spinta da una mitragliatrice/e all'improvviso si lancia a correre,/pur se magari viene raggiunta,/fino a che cade ai miei piedi come un uccello morto?/Vorrei parlare della vita, questo ululato, questo conficcarsi con le unghie/ nel petto, questo strapparsi/i capelli a piene mani, questo sputarsi/ nei propri occhi, soltanto per dire,/soltanto per vedere se si può dire: «non è vero che io sono? non è così?/ non è vero che io esisto/e non sono l'incubo di una bestia?»/E con le mani infangate/battiamo alla porta dell'amore./E con la coscienza coperta di sudici e splendidi veli,/chiediamo di Dio./E con le tempie crepitanti/di stolta superbia/afferriamo per la cintola la vita/e di lato scalciamo la morte./Ebbene è questo ciò che facciamo./Giochiamo d'anticipo di sorriso in sorriso/fino all'ultima speranza”.