Per scrivere ciò, mi dirigo in un’altra stanza, come se stessi scappando da qualcosa, o da qualcuno.
probabilmente per la paura di far trasparire un’emozione di troppo, e di non essere compresa in ciò.
questo perché, in un mondo in cui si pensa al denaro e al mantenersi economicamente, nessuno si mantiene spiritualmente, un po’ come il mondo in cui vive il nostro poeta francese, Prevert.
La sua poesia viene definita popolare, poiché semplice, chiara e ricca di ironia e umorismo.
nonostante ciò, è con quello stile che il poeta ci porta personaggi, tipici del periodo storico in cui si trova, che hanno poche certezze del proprio futuro, che si ritrovano a dover scoprire come voler vivere e che spesso non hanno nemmeno la voglia o il desiderio di capire cosa aspettarsi dal domani.
posta così, la riflessione fatta da Prevert sembra relativa a quel movimento di filosofi: L’esistenzialismo.
in realtà, si distacca un po’ da ciò, poiché quello che intende evidenziare, mettendo in risalto i suoi personaggi, è l’inadeguatezza di vivere nella società dei consumi.
ora, sarà venuto in mente a me, e sicuramente anche ai lettori di questo decennio che hanno avuto modo di affrontare le poesie scritte da Prevert, che effettivamente non è difficile rispecchiarsi in questi dipinti di versi.
probabilmente, il ‘900 doveva essere salvato da qualcuno, probabilmente un poeta avrebbe dovuto risvegliare gli avvocati, i letterati e chi studiava al fine di garantirsi un futuro economicamente sicuro, aderendo benissimo all’idea di società che è in grado solo di renderci automi, privi del nostro lato più umano, privi di sognare un futuro diverso; ma, chi avrebbe potuto dirlo, che proprio con l’umorismo e l’ironia si arrivasse a scompigliare un po’ la Francia del ventesimo secolo.
ora, passato un secolo, la situazione peggiora sempre di più, e gli automi si concentrano sul dimostrare, sul cercare di essere più umani possibili in semplici “piattaforme”, che non sono i saloni in cui si riunivano i poeti di un tempo.
a che fine?
beh, al fine dell’arricchirsi, e dell’impoverirsi intellettualmente.
forse dovremmo anche noi aspettare il nostro Prevert, forse dovremmo aspettare semplicemente qualcuno che ci salvi, con il semplice desiderio di far tornare l’umanità in noi e in sé stesso.
magari, la letteratura stessa è alla deriva, potremmo essere davvero spacciati.
ma leggendo queste poesie, ci ritroveremo tutti insieme in un mondo distante, temporaneamente parlando, da noi, ma non concettualmente.
ci sentiremo meno inadeguati, più compresi e, almeno nel mio caso, anche accettati da noi stessi (in questo, sottolineo i versi di “L’insegnamento libero”, che probabilmente non sarà tra le poesie più conosciute del poeta, ma sicuramente sarà quella che ricorderò per sempre, per avermi aiutata molto).
dunque, aspettiamo il nostro poeta di strada, che, rifiutatosi di essere avvocato o un insegnante del nulla, rompa quella bolla di perfezione in cui siamo rinchiusi, e ci riporti alla nostra vera natura: l’imperfezione e la nostra umanità.
«Quale migliore assistenza dunque se non quella del linguaggio da strada, del gioco di sentimenti dell'uomo semplice, dell'umanità umiliata?
Prévert si mette dalla parte di questo linguaggio e di questi sentimenti e, attraverso il suo dono naturale di invenzione, costruisce i suoi contes, le sue narrazioni per i diseredati, per coloro che attendono e che non hanno smesso mai di attendere » [Giandomenico Giagni]