Ammetto di non essere granché esperta di cultura giapponese, e questo è sicuramente un forte limite di questa recensione. Le mie sono solo le opinioni di una lettrice occidentale immersa in una cultura occidentale, che legge adottando parametri che, per forza di cose, derivano da una conformazione del pensiero costruita da riflessioni e stili di vita proprie del mio tempo e del mio spazio. E se è vero che è fondamentale saper fare distinzioni di luogo e di tempo, di ideologie e culture, è anche vero che non si può pensare di ridurre la letteratura a mera contestualizzazione. O meglio, lo si può fare se non si ha intenzione di alzare lo sguardo oltre la particolare opera letteraria (e sia chiaro, non voglio sminuire o ridurre l'importanza di questo tipo di riflessione critica, lungi da me dire qualche cosa del genere!); sono però fermamente convinta che la letteratura possa e debba avere anche uno spazio che diventi altro da sé, che trascenda i confini del qui ed ora della singola opera, per approdare ad una riflessione più ampia, che smuova il lettore e il suo pensiero in toto, senza porsi limiti e barriere. L'importante è saper distinguere questi due momenti, ma non è giusto, a mio parere, soffocare il secondo in favore del primo.
Kawabata è una penna raffinatissima, forse una delle più raffinate che io abbia mai incontrato. La delicatezza di ogni suo tratto è quasi palpabile, questo racconto è breve ma intensissimo, denso di suggestioni estetiche (nel senso più greco del termine) che non perdono mai di leggerezza. La prosa è estremamente riflessiva e lirica, ricca di simbolismo e precisione. Leggere è stato come immergersi in un acquerello, delicatissimo ma al contempo preciso ed estremamente ricco di dettagli: il fruscio della stoffa, l'angolo formato da una ciglia, ls sfumature di colore di un albero di camelie, il pallido rossore del sangue che imporpora un viso addormentato. C'è tutto, Kawabata è un attentissimo miniaturista che non si lascia sfuggire nessun dettaglio, non tralascia nulla, e lo fa con estrema precisione e ancora più grande sensibilità. C'è un erotismo appena accennato in queste pagine, un erotismo che viene dipinto con naturalezza e senza pruriginosità, serpeggia come un sostrato solido e al tempo stesso non del tutto disvelato in ogni descrizione, in ogni frase, in ogni silenzio. E certo tutto questo è sintomo di una grandissima sensibilità e una maestria nel giocare con le parole non comuni.
"La casa delle belle addormentate" è uno di quei libri in cui succede poco, ma tutto si regge in un infinito rimando di ricordi e introspezione, dove anche le piccole cose sono pretesto per tornare su memorie lontane o riflettere sulla propria persona, sulle proprie azioni, sui propri cambiamenti; è uno di quei libri insomma che a me piacciono molto. È tutto questo e al tempo stesso non è solo questo, e non si può pensare di ridurre "La casa delle belle addormentate" solo ai ricordi del vecchio Eguchi: questo romanzo infatti è anche un ricchissimo crogiolo di simbolismo, di rimandi, di metafore, e so che proprio parlando di questo aspetto - forse quello più importante - devo pormi un freno: conosco troppo poco l'autore e la sua cultura per pensare di aver colto molti di questi simboli. Ma, mi dico, forse va bene anche così. Le suggestioni, le domande, quelle le ho colte, e per ora mi basteranno.
Il vecchio Eguchi, un uomo di 67 anni che è stato figlio, amante, marito e padre, si ritrova a trascorrere una notte in una casa piuttosto particolare: la struttura è quella di un bordello, ma le dinamiche sono molto più complesse e rimandano a concetti estremamente più difficili del solo sesso. I clienti infatti sono (o dovrebbero essere) uomini anziani, ormai impotenti, e le donne pagate per trascorrere la notte con loro sono vergini poste sotto gli effetti di sonniferi potentissimi, che non possono essere svegliate dai propri compagni di notte per nessuna ragione. Accanto a queste giovanissime donne Eguchi, che ancora non si sente così tanto anziano, fa un cammino a ritroso nei suoi ricordi, incontrando di nuovo le donne della sua vita, e, forse, ne compie anche uno verso il futuro, verso una nuova consapevolezza e presa di coscienza.
Il vecchio Eguchi, prossimo per sua stessa ammissione alla morte, dorme accanto ad una giovinezza che per quanto faccia, per quanto possa toccare e maneggiare, rivoltare, manipolare a suo piacimento, non può mai possedere. Ormai si trova oltre questa giovinezza, in una diversa dimensione, e questi due mondi possono sfiorarsi ma mai appartenersi, mai comunicare davvero.
Ecco, tutto questo è bello, e l'avrei trovato davvero un romanzo meraviglioso, se non fosse stato per qualcosa che forse mi attirerà accuse di imparzialità e confusione fra pensieri e culture, qualcosa che però non posso tralasciare. Lo so, so benissimo che non si possono trasporre ideologie e conquiste di pensiero in luoghi e tempi diversi, ma non per questo bisogna chiudere la mente e accettare passivamente tutto ciò che ci piove addosso, solo perché "arriva da lontano". Quello che mi ha così tanto disturbata in questo libro non è stata tanto (o non solo) l'immagine di un vecchio che passa la notte accanto ad una ragazzina inerme, che non può difendersi da qualsiasi cosa il vecchio possa volerle fare. Non è una bella immagine, certo, ma capisco benissimo quale sia il suo ruolo all'interno del romanzo. Quello che più mi ha turbata è quest'idea morbosa e, lasciatemelo dire, sbagliata di erotismo che è il sostrato di tutto questo romanzo. Un erotismo a senso unico, un erotismo che è tale solo quando la donna scompare e si fa pensiero maschile, quando è un'idea, quando è una bambola, carne non senziente (e a volte nemmeno carne). È un erotismo passivo e mutilato, e la donna non solo non ha la minima possibilità di opporvisi, ma non può nemmeno partecipare. Le donne, non solo le belle addormentate, ma tutte le donne ricordate dal vecchio Eguchi sono viste e descritte da un punto di vista erotico, ma non c'è mai dell'erotismo che le riguardi in prima persona. Il sesso per loro è solo in funzione maschile, non c'è il loro godimento, non c'è nemmeno il loro dolore, non c'è la loro partecipazione, nemmeno forzata o involontaria. È un romanzo che parla anche di erotismo, ma non c'è spazio per le donne.
Ed è tutto così semplice, così comprensibile anche da un occidentale, che mi viene da chiedermi se in questo particolare caso la cultura "geografica" abbia un qualche ruolo. Probabilmente ho fatto qualcosa di poco legittimo, probabilmente ho parlato di cose che Kawabata nemmeno aveva in mente e che con questo romanzo hanno poca attinenza, ma sono terribilmente stanca di vivere un un mondo dove la figura femminile è troppo spesso vissuta solo come oggetto sessuale senza coscienza, perché ogni rivendicazione di una sana e libera e cosciente e attiva percezione della sessualità femminile (attenzione, è ben diverso parlare di sessualità femminile e femminilità sessualizzata) viene troppo spesso additata come mancanza di morale e rispettabilità.