Pubblicato nel 2013, in occasione dei cinquant'anni della casa editrice Adelphi, questo piccolo libro riunisce una serie di testi di Roberto Calasso, molti dei quali già apparsi precedentemente, aventi come argomento principale l'editoria.
Tanti, tantissimi i punti salienti che vengono toccati in così poche pagine: si parla della storia di Adelphi, delle motivazioni che hanno spinto alla sua fondazione, dei libri cardine attorno ai quali già dall'inizio si è costruito un progetto editoriale (quei famosi “libri unici” che ancora non erano stati pubblicati in Italia), degli aneddoti, delle curiosità e dei dietro le quinte della casa editrice, ma anche dei commenti alle numerose controversie e accuse mosse a questo editore, quasi sempre su basi infondate (mi risulta incredibile quanto Adelphi possa essere risultata scomoda per la cultura dominante di allora, dal momento che essa venne a più riprese accusata di promuovere una visione dissoluta, gnostica, settaria, esoterica, complottista, reazionaria, irrazionale, antimoderna, antiscientifica, antilluminista, antidemocratica, e chi più ne ha più ne metta).
Si parla poi di definizioni, scopi e significati di una casa editrice di qualità, ma anche degli aspetti apparentemente di poco conto, dettagli che sono in realtà fondamentali, come la definizione di un progetto editoriale coerente, lo sviluppo di collane chiare e ben pensate, la creazione fisica dei libri, dall'impaginazione alle dimensioni, dalle caratteristiche grafiche e tipografiche all'utilizzo corretto dei materiali e dei colori, dalla scrittura dei risvolti e delle introduzioni, prefazioni e postfazioni alla scelta della copertina più adatta (un concetto molto interessante che viene spiegato è quello del “rovescio dell'ecfrasi”).
Si parla degli aspetti formali di una casa editrice, di autori e di libri (anche e soprattutto come oggetti fisici), della necessità di connessioni intime tra i libri pubblicati da uno stesso editore, di Mitteleuropa e di poliziesco, di valore letterario e di valore commerciale, di successo di critica e di successo di pubblico. Si parla della natura duplice dell'editoria, che oltre ad essere un mestiere (e più che essere un mestiere, e per giunta non molto remunerativo e con alti rischi finanziari) è un'arte. Un'arte che, avendo a che fare con un campo molto esteso della cultura e del sapere, se praticata con passione e rigore, con dedizione e intransigenza, può far raggiungere altissime vette di prestigio.
Calasso scrive sulla storia dell'editoria, da Aldo Manuzio a Kurt Wolff, da Einaudi a Gallimard, e tenta di dare una definizione di editoria come genere letterario (con un procedimento per certi versi parallelo a quello di Citati con la critica letteraria), di costruire una teoria dell'editoria, oltre che di definirne la (buona) pratica. Ci descrive appassionatamente di come è evoluta nei secoli la presentazione di un libro al pubblico, dalla epistola dedicatoria di Aldo Manuzio fino al risvolto, poeticamente definito come “lettera a uno sconosciuto”, la cui arte Calasso stesso ha padroneggiato come nessuno: oltre che decidere le copertine, egli scriveva personalmente i risvolti dei libri pubblicati da Adelphi. Moltissimi dei risvolti scritti da Calasso, infatti, sono stati poi raccolti nel volume dal titolo “Cento lettere a uno sconosciuto” (dotato anch'esso, ovviamente, di un risvolto: il risvolto dei risvolti).
Si parla anche di storia dell'editoria della seconda metà del Novecento in Italia, attraverso le figure di Giulio Einaudi e Luciano Foà, affiancate al ricordo di altri importanti personaggi del mondo dell'editoria mondiale. Ma si parla anche della situazione attuale dell'editoria, una situazione non priva di preoccupazioni e di considerazioni desolanti, con quella che Calasso stesso definisce “obliterazione dei profili editoriali”: case editrici sempre più simili tra loro, che vanno progressivamente ad assottigliare le differenze che le contraddistinguevano in passato, e che per questo le rendevano uniche; marchi editoriali sempre più deboli e anonimi e sempre meno riconoscibili ed evidenti, che tendono a sparire dalle copertine, tutte uguali; cataloghi sempre più sovrapponibili; competizioni senza regole per gli stessi libri, ormai tutti uguali, bramati non tanto per la qualità letteraria, per l'unicità o per la coerenza del progetto editoriale, quanto per le favorevoli previsioni di vendita.
A questo punto, Calasso dispensa in egual misura preoccupazioni e frecciatine ai nuovi protagonisti dell'editoria: concordando con lui, ritengo agghiacciante che all'interno del mondo editoriale si possa dare così tanto credito a personaggi che sembrano nutrire una paradossale avversione per i libri, intesi come oggetti fisici dotati di propria identità, dignità ed autonomia. Credo che mai come oggi ci siano stati tanti pregiudizi sui libri. Una situazione, quella attuale, non proprio rosea e felice, che prevedibilmente tenderà a peggiorare: in futuro l'editoria, che già sembra in mano agli editor e ai manager editoriali, dovrà fare ancor di più i conti con nuove figure e nuove mansioni che forse prenderanno il sopravvento e che nelle loro convinzioni metteranno in crisi l'idea fondante stessa dell'editore: quella di dare vita ai libri intesi come oggetti fisici, oggetti verso cui il lettore può destinare il proprio amore di bibliofilo.
Questi ragionamenti e queste previsioni offrono una miriade di spunti per riflessioni sull'attualità (tra non molto leggerò un'opera successiva di Calasso, che parla più ampiamente dell'attualità culturale e sociale: “L'innominabile attuale”). Per quanto riguarda il mondo dell'editoria, di fronte a questa lettura, i dilemmi degli appassionati bibliofili sono molteplici: figure come quella dell'editore sono obsolete, destinate a confluire nelle figure di editor e manager editoriali, esperti di marketing più che di editoria e di letteratura? I libri come oggetti fisici sono un retaggio del passato, un lontano ricordo destinato a scomparire lasciando il posto agli ipertesti digitali? Chi vuole imprimere una forma ai libri, chi vuole costruire un progetto editoriale coerente e intransigente ha una visione sorpassata e votata al fallimento?
A mio avviso, finché ci saranno lettori esigenti, importa relativamente in quale numero, allora ci saranno anche case editrici, non importa quanto grandi, che non vorranno rinunciare a dare una propria impronta alle loro pubblicazioni e che perseguiranno con coraggio e dedizione la via della qualità, della coerenza, della passione per la letteratura e dell'amore per fare i libri, allo stesso modo con cui la creatura di Calasso l'ha perseguita finora (e che speriamo possa continuare a perseguire anche dopo la scomparsa di quest'ultimo). E ci sarà inevitabilmente anche la speranza di continuare a leggere libri belli, libri unici, libri tali e quali a quelli che circolano sin dai tempi di Manuzio, come la bellissima ed affascinante edizione della Hypnerotomachia Poliphili, da lui stampata.
La lettura di quest'opera è stata per me un'esperienza che ha dato ordine a tanti pensieri che fino a prima possedevo soltanto sul piano intuitivo, ad esempio riguardo alle mie preferenze di lettura e ai miei gusti in termini di editori. Concludo lasciando, ammirato, la parola a Calasso, riportando alcuni dei suoi passi per me più significativi, in alcuni casi illuminanti, che mi hanno colpito molto e che spero possano colpire allo stesso modo molti lettori appassionati.
“Un buon editore è quello che pubblica circa un decimo dei libri che vorrebbe e forse dovrebbe pubblicare” (pagina 76).
“Oltre a essere un ramo degli affari, l'editoria è sempre stata una questione di prestigio, se non altro perché si tratta di un genere di affari che al tempo stesso è un'arte” (pagina 80).
“Se si vuole capire che cosa può essere una grande casa editrice, basta dare un'occhiata ai libri stampati da Aldo Manuzio. Fu il primo a immaginare una casa editrice in termini di forma. E qui la parola forma va intesa in molti e disparati modi. In primo luogo la forma è decisiva nella scelta e nella sequenza dei titoli da pubblicare. Ma la forma riguarda anche i testi che accompagnano i libri, nonché il modo in cui il libro si presenta in quanto oggetto. Perciò include la copertina, la grafica, l'impaginazione, i caratteri, la carta” (pagina 81).
“Fu quello il primo accenno al fatto che tutti i libri pubblicati da un certo editore potevano essere visti come anelli di un'unica catena, o segmenti di un serpente di libri, o frammenti di un singolo libro formato da tutti i libri pubblicati da quell'editore” (pagina 82).
“Cercate di immaginare una casa editrice come un unico testo formato non solo dalla somma di tutti i libri che vi sono stati pubblicati, ma anche da tutti gli altri suoi elementi costitutivi, come le copertine, i risvolti, la pubblicità, la quantità di copie stampate e vendute, o le diverse edizioni in cui lo stesso testo è stato presentato. Immaginate una casa editrice in questo modo e vi troverete immersi in un paesaggio molto singolare, qualcosa che potreste considerare un'opera letteraria in sé, appartenente a un genere specifico” (pagine 86-87).
“Che cos'è una casa editrice se non un lungo serpente di pagine? Ciascun segmento di quel serpente è un libro” (pagina 94).
“La mia proposta è che agli editori si chieda sempre il minimo, ma con durezza. E qual è questo minimo irrinunciabile? Che l'editore provi piacere a leggere i libri che pubblica” (pagina 96).
“Quale compito rimane per l'editore? Sussiste tuttora una tribù dispersa di persone alla ricerca di qualcosa che sia letteratura, senza qualificativi, che sia pensiero, che sia indagine (anche questi senza qualificativi), che sia oro e non tolla, che non abbia l'inconsistenza tipica di questi anni. Faire plaisir era la risposta che Debussy dava a chi gli chiedeva qual era il fine della sua musica. Anche l'editore potrebbe proporsi di faire plaisir a quella tribù dispersa, predisponendo un luogo e una forma che sappia accoglierla” (pagina 138).