Il Libro del Mare segue le orme dei molti libri di nature writing che tanto stanno avendo successo in questi anni (Io e Mabel, L’astore, L’arte di collezionare mosche, Spillover…) e lo fa egregiamente.
La trama è presto detta: ci sono due uomini su una barca, l’autore stesso Morten A. Stroksnes e il suo amico artista Hugo, che decidono di voler pescare nei fiordi delle isole Lofoten uno squalo della Groenlandia. Questo è, però, il pretesto per parlare di tutto e di più; perché quante cose si possono vedere e pensare da una barca mentre ci si dedica a un’attività del genere? Così ci imbattiamo in discorsi riguardanti l’ecologia e l’ecosistema dei fiordi norvegesi (ricchissimo e fragilissimo allo stesso tempo), si incappa in brani riguardanti l’astronomia («gli astronomi sono archeologi che cercano fossili di luce»…), si parla di pesca (intensiva e non intensiva), dell’origine della vita sulla terra, di nautica, di storia, di commercio, di poesia, di fari e, ovviamente, dello squalo della Groenlandia, l’animale che più di tutti si avvicina alla mitologia, perché può vivere fino a 400 anni in completa cecità (si, perché un parassita gli si attacca alle cornee, rendendolo piano piano completamente cieco).
Quello che hanno in comune i libri di nature writing che ho letto e apprezzato è questa loro capacità di incedere divagando da un tema all’altro, quasi mistico, all’interno di un paesaggio naturale, urbano o culturale; perché la natura diventa il pretesto per dire e parlare di tutto: non si è mai fuori luogo, tutto è interconnesso perché si cerca di raccontare qualcosa attraverso di essa, “usandola” per articolare un problema, rendendola così più accessibile a tutti, in un certo senso. Il mare e l’acqua sono gli elementi che maggiormente si piegano a questo scopo: semplicemente perché «senza l’acqua non c’è vita» e quale miglior modo di parlare di tutto ciò che è vita se non partendo dall’elemento che ha dato origine a tutto ciò che ci circonda?
Stroksnes affronta anche il problema dell’inquinamento e della pesca intensiva, che stanno lentamente distruggendo il delicato ecosistema ambientale delle Lofoten. Oltre all’enorme problema derivato dalla presenza della plastica in mare c’è anche un secondo aspetto, in cui i norvegesi eccellono: l’estrazione di petrolio. Da alcuni anni, infatti, la multinazionale norvegese Statoil spinge per estrarre idrocarburi anche attorno agli arcipelaghi delle Lofoten e delle Vesterålen, rimaste finora off limits. E questo è un incredibile paradosso, perché, come scrive Stroksnes, «la Norvegia distribuisce miliardi per salvare la foresta pluviale in Brasile, Ecuador, Indonesia, Congo e altri luoghi tropicali. Eppure noi abbiamo un posto altrettanto eccezionale, un Serengeti subacqueo. Ed è in questo posto di fecondità senza pari, rinomato al mondo per la sua bellezza, che la Norvegia, benché già tra i paesi più ricchi del mondo, vuole mettersi a trivellare». Il metabolismo del mare è lento, per riuscire a vedere davvero quanto lo stiamo danneggiando ci vogliono moltissimi anni; ma allo stesso tempo è irreversibile, perché quando ci renderemo conto che l’inquinamento delle acque equivale alla nostra stessa estinzione sarà ormai troppo tardi per noi. «Il plancton produce più della metà dell’ossigeno che respiriamo. Se il plancton muore, la terra potrebbe diventare inabitabile per noi umani. Finiremmo come pesci dall’occhio spento che boccheggiano sul fondo di una barca. […] Nell’arco di qualche milione di anni la vita in mare potrà magari anche ritornare e trovare un nuovo equilibrio produttivo. Ma noi, in compenso, non possiamo premere il bottone di pausa per milioni di anni». Conviene aprire gli occhi: l’acqua è alla base della vita, della nostra esistenza, e, in questi ultimi anni, l’uomo non ha fatto altro che portare avanti scelte autodistruttive. Il mare se la caverà senz’altro meglio senza di noi, siamo noi che senza di lui non ce la caveremo affatto.