Zietta Natalia
Una persona a cui voglio moltissimo bene – forse la persona cui voglio più bene in assoluto – mi ha fatto notare, una volta, come Robert Walser avesse – dietro la sua apparenza infantile e giocosa – un atteggiamento spesso aggressivo e sprezzante nei confronti della vita adulta. A questo aspetto io – che ho sempre amato e ancora amo Walser, e per questo l’avevo con tanta insistenza fatto leggere a questa persona – non avevo mai pensato, né l’avevo neppure lontanamente percepito; e ora mi saltava addosso a ogni sua riga che rileggevo. Se da un lato ero molto contento che questa persona avesse in realtà imparato ad apprezzare e fors’anche amare Walser (il suo commento era venato di curiosità, non disprezzo), dall’altro covavo nascostamente il timore che l’accusa rivolta a Walser fosse tranquillamente applicabile anche a me; a farmi invaghire dell’opera di questo svagato autore svizzero non erano quindi stati anzitutto la sua generosità immaginativa e il suo stile stralunato, bensì la sua capacità di criticare aspramente il mondo che lo circondava facendo finta di essere un fanciullo che non capiva niente (perché – questo il sottointeso – non valeva neanche la pena di capire, e sciocchi sono quelli che sono convinti del contrario); uno straniamento delirante come alibi per sconfitti che si fingono vitalisti; un serbare rancore agli altri per la propria inadeguatezza, senza per questo ammettere – né a sé stessi, né tanto meno a questi altri – la natura dolorosa di questo risentimento.
Naturalmente le mie erano distorsioni grossolane dell’osservazione espressa dalla persona di cui sopra nei confronti di Walser. Che io le ingigantissi fino a questo punto, e le rivolgessi poi contro di me, è tutta un’altra storia. E tutto questo – che con Natalia Ginzburg nulla ha a che fare, di per sé – mi è tornato in mente leggendo “Vita immaginaria” (1974), raccolta di saggi dell’autrice torinese che ho letto in questa troppo calda estate del 2020. Io vorrei tanto che questa persona a me così cara leggesse la Ginzburg, e soprattutto i suoi saggi, perché nelle loro pagine ritrovo una certa visione delle cose, quietamente moralista, che è anche un po’ mia. Eppure temo, proprio per questo motivo, che la succitata persona disprezzi nella Ginzburg un eccesso di ciò che – in misura più calmierata, diluita nella finzione – ha trovato almeno comprensibile in Walser: un infantilismo adulto, un non prendere parte che è forse anche una forma di codardia, un’insistenza su un’inadeguatezza vissuta non con la vitalità sincera del fanciullo ma con la mitezza un po’ bovina di una persona invecchiata.
Ancora una volta so che tutte queste sono paturnie, rovelli del tutto personali che distorcono i meriti o anche i possibili difetti (esistenti, ma non certo così titanici) di una figura artistica che ha giocato un ruolo importante nella mia vita di lettore. Certo, di infantilismo la Ginzburg è stata accusata numerose volte, e nei risvolti di “Vita immaginaria” scopriamo che questo era vero già quando scriveva in vita. Salta all’occhio che in questi e altri saggi la Ginzburg si coglie spesso in momenti in cui non capisce, non si fa coinvolgere, o qualcosa la irrita in maniera forse un po’ idiosincratica. Natalia Ginzburg non è politica, sebbene le sue simpatie siano nettamente socialiste. Natalia Ginzburg non è femminista, sebbene simpatizzi con alcune rivendicazioni del movimento. Natalia Ginzburg è tanto amica di Moravia, ma Moravia non le piace quando la sua intelligenza lo fa diventare troppo sardonico, malevolo e cervellotico, e sebbene provi troppo timore riverenziale per dirglielo apertamente di persona, a un articolo stampato può confidare che questo aspetto della sua personalità le fa un po’ ribrezzo sia nel Moravia persona pubblica sia nell’ultimo romanzo del Moravia scrittore. In queste pagine mi sembra quindi ancora una volta di ritrovare quel lato della mia personalità che guarda agli altri e si finge mite, comprensivo e benevolo (ove in realtà la mitezza è puro e codardo meccanismo di difesa); quel lato che proclama umilmente di non capire quando in realtà non ha voglia di capire e si ritiene al di sopra del dover capire; quel lato che guarda all’ambizione altrui con superiorità aristocratica e preziosa, pensando che l’assenza di ambizione sia espressione di dignità anziché – come più spesso accade – mancanza di coraggio.
E, come con Walser, questo mio vedere me stesso nelle pagine altrui è quasi tutto coda di paglia. È vero: la Ginzburg ha una visione del mondo a volte un po’ moralmente granitica, ma è sempre dolorosamente cosciente dei propri limiti, autoconsapevole davanti alle sue convinzioni e coraggiosa nel difenderle. Fa autobiografia in pillole, a volte apertamente, a volte meno, utilizzando un bizzarro “noi” che non è generazionale o rappresentativo, ma crea un ponte tra l’autrice e i lettori che forse sentono come lei e forse no. Nella visione della Ginzburg, nessuno ha diritto a un trattamento speciale perché soffre, e la sofferenza dell’individuo o del gruppo non rende automaticamente speciali e non dispensa giustifiche per il male commesso; questo lo dice parlando della questione ebraica, e lo ripete parlando di quella femminile — in entrambi i casi rivolge questa osservazione anche a sé stessa (ebrea e donna; e, in tempi in cui le politiche identitarie assumono sfumature sempre più barocche e reazionarie a fronte di un’ondata destrorsa contro la quale sono completamente impotenti, sarebbe il caso di rileggerla). La Ginzburg ha un occhio straordinario per la copresenza di affetto e disprezzo nei rapporti tra le generazioni, soprattutto nel momento in cui sono messe di fronte all’imbarazzo della rispettiva fragilità. La Ginzburg (come me, man mano che cresco) disprezza il minimalismo quando è roba smunta e squallida, fatta così per un finto senso di religiosità dell’arte, e allora vi preferisce un massimalismo più generoso anche nell’essere più pasticcione. E nel saggio che dà il titolo al volume la Ginzburg dimostra come la vita immaginaria sia cosa diversa dalla vita creativa, e come entrambe siano diverse a modo loro dalla vita reale, ma da essa non nettamente separate; con lucidità pazzesca mette per iscritto il contrasto assieme fecondo e triste che queste tre vite producono negli individui che trascorrono la propria esistenza con la testa un po’ troppo fra le nuvole.
Ed è allora per un falso timore che mi approccio sempre alla Ginzburg – dopo anni passati senza essere tornato su un suo libro – temendo di ritrovare cenni di un me stesso un po’ adolescente ed incontrando invece l’auspicio di quello che vorrei essere da adulto: idiosincratico, forse un po’ irritabile, e – magari – un filino moralista quando mi gira storto; ma al contempo consapevole, schietto, risolto e fermo nella mia visione delle cose; pronto a scorgere negli altri e in me i dettagli e i meccanismi delle fragilità private e pubbliche, senza per questo giudicarle o disprezzarle. La Ginzburg saggista è a mio avviso colma di queste qualità ancora più della Ginzburg romanziera, che pure amo molto. Tornare ai suoi scritti e scoprirne di nuovi, periodicamente, è come tornare a visitare una vecchia zia che avevo ammirato in passato, pensando di trovarla ancora simpatica ma forse troppo invecchiata per risultarmi ancora interessante; e rimanere stupito che – invecchiando io stesso – possa invece scorgere lati della sua saggezza che prima mi sarebbe stato impossibile notare, perché non avevo ancora vissuto abbastanza.