«Sembrava di vedere Matrix»
Qualche settimana fa leggevo il commento della mia amica @millericcioli a "Come diventare se stessi", il libro intervista di David Lipsky a David Foster Wallace, realizzato "on-the-road" alcuni anni prima del suo suicidio.
Avevo lasciato sospeso nell'aria il suo interrogativo finale: "Come può un suicida suggerirmi come diventare me stessa?".
La risposta l'ho appena avuta dalle pagine di "A", il settimanale femminile, l'ex Anna a sua volta ex "Annabella" - incredibile a dirsi ma c'è da imparare da tutto, anche da un settimanale femminile come "A", basta aver occhi per leggere e scoprire - tramite Mario Giordano che, a sua volta, cita Pavese in un breve articolo in cui ricorda Lucio Magri, anch'egli morto, in un certo senso, suicida. Pavese, Magri, Wallace, tre vite, tre diverse scelte di morte, eppure persone che hanno vissuto intensamente.
La risposta, dicevo, eccola qua: «L'unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere, perché vivere è cominciare sempre ad ogni istante».
Cosa c'entra tutto questo con "Roger Federer come esperienza religiosa"? Tutto, e forse anche niente, è solo che ogni volta che leggo qualcosa di David Foster Wallace mi si spalanca un mondo davanti ed inizio a vedere le cose con quello sguardo laterale e completamente trasversale con cui lui guardava e raccontava le cose. Come quando per descrivere l'ascesa all'Olimpo del tennis di Federer scriveva «Ci sono tre spiegazioni valide per l'ascesa di Federer. La prima ha a che vedere con il mistero e la metafisica ed, è a mio avviso, la più vicina alla verità. Le altre sono più tecniche e funzionano meglio come giornalismo.
La spiegazione metafisica è che Roger Federer è uno di quei rari atleti preternaturali che sembrano dispensati, almeno in parte, da certe leggi della fisica. Di questa categoria fanno parte Michael Jordan, che non solo saltava altezze disumane ma riusciva anche a rimanervi sospeso per una o due battute in più di quanto consenta la gravità, e Muhammad Alì, che letteralmente «fluttuava» sul ring e nel lasso di tempo necessario ad assestare un jab riusciva a piazzarne il triplo.
[...] La palla in avvicinamento resta sospesa in aria, per lui, una frazione di secondo in più di quanto dovrebbe. I suoi movimenti sono sciolti invece che possenti.»
E allora mi dico che sì, quest'uomo, nonostante tutto, o forse proprio malgrado quel tutto, può suggerirmi davvero un sacco di cose per diventare me stessa, perché il suo sguardo sul mondo è uno sguardo vivo, curioso, critico, terrorizzato, ma anche innamorato.
Avrei voluto scrivere molte altre cose, della centralità del tennis, simbolo dell'agonismo, nella letteratura di DFW, che sia reportage come in "Roger Federer", romanzo come in "Infinite Jest" o saggio come in "Tennis Tv Trigonometria e Tornado" (le pagine più belle che abbia letto finora sono quelle in cui in questo saggio, a tratti esilarante, descrive la sua esperienza diretta su un campo di tennis durante l'arrivo di un tornado: non posso raccontarla, è da leggere!), della sua innata capacità di lasciare il lettore sospeso tra le parole, proprio come Michael Jordan con il basket, Muhmmad Alì nel ring o lo stesso Federer nel colpire la pallina, proprio come in Matrix, come scrive lui stesso proprio all'inizio di questo articolo «Sembrava di vedere Matrix. Non mi ricordo il genere di suoni emessi, ma mia moglie dice che quando è entrata in stanza il divano era coperto di popcorn e io ero in ginocchio, con i bulbi oculari tipo quelli dei negozi di scherzi».
Non sono arrivata a tanto, ancora no, niente popcorn o bulbi oculari strabuzzati, ma sarei pronta a giurare che quando leggo DFW, spesso, parlo rido e commento da sola. E poi, quasi sempre, mi commuovo al pensiero di tutto quello che abbiamo perso.
Se "qualcuno" non me l'avesse prestato io non l'avrei mai potuto leggere perché questo libercolo (8,50 € per poco meno di sessanta pagine) è ormai introvabile (Edizioni Casagrande e su, ristampatelo, almeno vi arricchite che quando vi ricapita un'occasione così?), quindi il mio senso di gratitudine nei confronti di "qualcuno" è immenso :-)