Un viaggio allucinato ed inquietante fino alla paranoia, in cui ci si immerge nell'universo multiforme del movimento transumanista, i cui sostenitori, dai più razionali ed autorevoli ai più folli, pindarici e deliranti, sono accomunati dall'aspirazione al superamento dei limiti biologici dell'essere umano ed alla risoluzione del problema della morte.
Il transumanesimo che ci fa scoprire Mark O'Connell è una galassia di personaggi tra i più disparati: si va dagli scienziati agli uomini di fede, dai professori universitari ai magnati della tecnologia, dai poveri in canna ai miliardari, dagli outsider strampalati ed eccentrici agli imprenditori perturbanti e carismatici. C'è chi parla con il freddo e razionale linguaggio della scienza, trattando il problema della morte come se fosse un'equazione matematica risolvibile, e chi si esprime, come fosse un profeta o un sacerdote, con gli stessi strumenti della religione, diffondendo un credo, quello del transumanesimo, in grado di salvare l'uomo stesso dalla sua condizione corporea, tragica e dolorosa. Dice l'autore: “A me pare che il transumanesimo esprima un nostro profondo desiderio di trascendere la confusione e le pulsioni e l'impotenza e la vulnerabilità del corpo. Un anelito, storicamente appannaggio della religione, di cui oggi si sta impadronendo la tecnologia”. In effetti, qui veniamo a conoscenza di molti cantori della tecnologia, la quale viene elogiata ed invocata fino alla visione salvifica e liberatoria, unico strumento in grado di redimere l'essere umano.
Troviamo anche diversi futurologi che prevedono un avvenire in cui la fusione tra uomo e macchina, tra naturale e artificiale, tra biologico e inorganico, possa portare all'allungamento della vita prima, all'immortalità poi.
Incontriamo ricchi capitani dell'industria tecnocapitalista che, ossessionati dall'idea di morire e di perdere i propri beni materiali, decidono di farsi ibernare in punto di morte e farsi conservare sotto azoto liquido (interamente o parzialmente, facendosi decapitare), spendendo cifre folli e augurandosi che in futuro possa essere risolto il problema della morte.
Chiacchieriamo con biohacker che stanno escogitando un modo per ricreare un cervello simile a quello umano, un'intelligenza artificiale in grado di pensare ed imparare da sola, superando quella degli esseri umani.
Dialoghiamo con neuroscienziati esperti di cibernetica che, invece, stanno sviluppando metodi per trasferire la mente su supporti non biologici, sostituti artificiali del corpo umano, in modo che la coscienza si sganci definitivamente da un sostrato organico.
Ascoltiamo la descrizione di robot superintelligenti, che sostituiranno molti lavoratori (il sogno dei capitalisti, che oltre a possedere i mezzi di produzione possederanno anche la forza lavoro, rendendosi indipendenti dal proletariato: O'Connell cita Adorno, che nella sua “Dialettica dell'illuminismo” sosteneva che il progresso del razionalismo scientifico è sempre un progresso verso il dominio e la tirannia): dagli operai alle forze dell'ordine, fino ai militari impiegati nelle operazioni di guerra. Macchine pensanti, che possono essere visti come l'evoluzione dell'uomo stesso, e che in futuro forse ci domineranno e ci terranno come animali da compagnia. Androidi in grado di superare i loro stessi creatori, gli uomini, che non hanno resistito alla tentazione prometeica e che forse saranno risparmiati soltanto perché verranno riconosciuti come progenitori o dei decaduti.
Entriamo in comunità di cyborg, che vogliono fondere il loro corpo con parti estranee, protesi artificiali funzionali al miglioramento del corpo stesso, fino a sostituirlo definitivamente; uomini pronti a tutto che, sfidando il limite e decidendo di anticipare i tempi del progresso tecnologico, si autoimpiantano con operazioni tutt'altro che sicure degli apparecchi in grado di potenziare le funzionalità biologiche, a volte con benefici trascurabili, poco utili.
Leggiamo di medici che, contro la comunità scientifica ufficiale, teorizzano la velocità di fuga dalla mortalità, arrivando a sostenere che un'aspettativa di vita a quattro cifre è già sulla via di realizzarsi: tutto dipende dai finanziamenti.
Viaggiamo con utopisti che si candidano alla presidenza degli USA e che incentrano il loro programma politico sull'abolizione della morte (e che paradossalmente, nonostante l'ossessione per ottenere la vita eterna, battono i quattro angoli della nazione americana guidando furgoncini vecchissimi, senza freni né cinture di sicurezza né ventole di raffreddamento del motore, avvicinandosi pericolosamente alla morte in più occasioni).
Approfondiamo il pensiero delle personalità più influenti della Silicon Valley (e del mondo intero), come Elon Musk, guru della tecnocrazia, Steve Wozniak, cofondatore di Apple e, soprattutto, Ray Kurzweil, uno dei cervelli dietro i progetti più avveniristici e visionari di Google. In particolare, quest'ultimo, con una visione del futuro quasi mistica, psichedelica, auspica un avvento, entro i prossimi trent'anni o anche prima, della Singolarità Tecnologica, ovvero di una condizione storica prodotta dalla tecnologia, la quale diventerà il principale agente dell'evoluzione della nostra specie, fino a farci diventare puro intelletto. Parafrasando Kurzweil: “ci emanciperemo definitivamente dalla Caduta e ci disincarneremo, approdando a un tutto in cui la tecnologia prenderà il posto del Dio di Abramo”. Citando, invece, le sue testuali parole: “la Singolarità rappresenterà il culmine della fusione fra il nostro pensiero con la nostra tecnologia, che darà luogo a un mondo ancora umano ma che trascenderà le nostre radici biologiche. Dopo la Singolarità non ci sarà distinzione fra umano e macchina o fra realtà fisica e virtuale”. In questo senso, la Singolarità predetta da Kurzweil è l'ultimo traguardo del progetto umano, la definiva affermazione della sua brama di trascendere i propri limiti fisici.
Il problema della morte ha sempre accompagnato l'essere umano, che a differenza degli altri animali è consapevole della propria condizione. Gli antichi, non è un caso, si nominavano non già “uomini”, ma “mortali”, a sottolineare il proprio destino, tragico ed inesorabile, ma accettandolo come tale, quasi con serenità. Tuttavia, la cultura ed il pensiero umano hanno sempre affrontato questa problematica sin dall'epopea di Gilgamesh, a tal punto dal farne un'ossessione. I filosofi hanno sempre cercato di dare un senso alla morte, e di conseguenza alla vita. Le due opposte visioni possono essere così riassunte: c'è chi, come i transumanisti, crede che la vita sia resa insensata dalla morte (all'interno di questo schieramento, alcuni vedono la morte come inevitabile e accettano l'insensatezza della vita, mentre altri, come i transumanisti, cercano di risolvere la morte come fosse una disfunzione biologica, un problema riducibile a un'equazione matematica); e chi, come O'Connell, ritiene che sia proprio la finitudine a rendere unica la vita, veramente degna di essere vissuta. Considera l'autore: “Non è il fatto stesso che la vita finisca a darle un senso? Non è appunto la brevità del nostro passaggio nel mondo, il rischio di potersene andare in qualunque momento, a rendere la vita così bella e terrificante e strana? (D'altra parte, non è già l'idea stessa di significato un'illusione, una finzione umana, per quanto necessaria? Se un'esistenza finita è futile, l'immortalità non diventa una condizione di infinita futilità?)”.
Umanista di formazione, O'Connell affronta da vicino, ma con un distacco che oscilla tra l'ironia e la preoccupazione, le variegate e controverse posizioni transumaniste; da reporter qual è, lo fa attingendo solo e soltanto dalla realtà, senza inventarsi niente, ma grazie ad una scrittura che cattura l'attenzione e che sembra, nello stile e nei temi trattati, risentire dell'influenza della letteratura fantascientifica, da Dick al cyberpunk, fino a toccare le recenti narrazioni di DeLillo (pubblicato poco prima di “Essere una macchina”, il suo “Zero K” sembra la corrispettiva opera di fiction rispetto al reportage di O'Connell). L'autore ci tiene a far emergere il suo punto di vista discordante, anche a costo di essere considerato un analfabeta tecnologico o addirittura un luddista (alcuni, durante il suo viaggio tra i transumanisti, lo definiscono un “mortista”, in quanto la sua posizione è quella di difendere la condizione mortale dell'essere umano). Ma non c'è mai, nella sua narrazione e nelle sue considerazioni, pregiudizio: semmai curiosità e volontà di non chiudere gli occhi davanti ad una realtà disturbante eppure affascinante, seducente ma pericolosa. E il suo sguardo scettico è, a mio avviso, prezioso, perché funzionale a non sottovalutare i numerosi dilemmi etico-filosofici e gli importanti rischi nascosti dietro i potenziali benefici del progresso tecnologico.
Problematiche, ipotetiche o reali, che, comunque sia, già ora dovrebbero essere indagate ed approfondite con maggiore scrupolo. Perché la strada è già solcata, l'essere umano ha già scelto la sua direzione, il punto di non ritorno molto probabilmente è già oltrepassato; tutto quello che viene raccontato qui è già sul punto di realizzarsi, o è realizzabile in un futuro molto vicino... Anzi, verrebbe anche da chiedersi: e se questa realtà così assurda, contemporaneamente utopica e distopica, fosse già cominciata?