Dopo il triplo meat-loaf americano che non mi ha del tutto soddisfatto, provo con un ammazzacaffè all'italiana. E questo Strega targato '89, anche se non mi ha proprio emozionato nemmeno lui, è veramente amaro e spietato. O forse è più corretto dire che è molto realistico. Se Haruf descriveva la quotidianità sottolineando lo starsi accanto, la solidarietà e la fratellanza delle persone, qui si sottolinea l'esatto opposto: cinismo, opportunismo, tradimento e sotterfugio e accidia sono caratteristiche ben più tipiche dell'essere umano…
Scrittura molto elegante ma con una certa tendenza ad arrotolarsi su se stessa, giocherellando con etimologie, aforismi, sinonimi e contrari. Ambientazione metropolitana, in un'estate anni '80. Il romanzo ha una struttura circolare con un buco immezzo: al centro di tutto c'è un'assenza, una sparizione inspiegabile, ed intorno ad essa, come una giostra o una girandola, si dispiega il teatrino di amanti, parenti, amici, colleghi e conoscenti dello scomparso di cui non conosceremo mai nemmeno il nome: l'amante Ada, non vedendolo arrivare all'appuntamento, contatta il fratello di lui Mario, il quale per saperne di più andrà dalla moglie dello scomparso Giulia, la quale gli darà il telefono del socio Luca Colleoni, che li porterà a conoscere il finanziere Terragni, poi il dottor Zeri della Credit Bank, poi si intrometterà Andrea figlio di Mario, e poi ancora analisti, investigatori, amanti in seconda, e così via per trenta brevi capitoli. E per ognuno di questi personaggi si apre uno scorcio di città (nemmeno di questa sapremo il nome, presumibilmente Milano o Torino) e di buona società con i reading di poesia nei teatri, i bar, i grattacieli, le palestre con l'avvento dei corsi di yoga, le feste mondane, le sedute dall'analista e il rustico ristrutturato in campagna; ma su ciascuno di questi personaggi si aprono anche e soprattutto squarci di velleità e frustrazioni, tristezze e insoddisfazioni e depressioni e patemi d'animo. Proprio l'insoddisfazione sembra essere il tema principale: l'annoso dilemma di chi vorrebbe abbandonare tutto e tutti, sparire e cambiare vita, oppure in alternativa dovrebbe provare a restare rinnovandosi negli sforzi e nell'impegno nei confronti della vita quotidiana e di tutte le persone con cui si è in stretto contatto da sempre. Il titolo non ha un riferimento ben preciso, ma suppongo si rifaccia alle battute finali del libro, in cui il nipote Andrea ricorda l'ultima volta in cui ha avuto occasione di parlare con lo zio scomparso, una sera in cui questi gli ha lasciato un messaggio finale che poi rivelerà essere come una sorta di testamento. Ed in effetti, con tutte le brutture e le amarezze che i vari personaggi raccontano, l'unico su cui si apre uno spiraglio di sole è proprio il giovane Andrea.
L'intento dell'autore è chiaramente di irridere tutte queste ambientazioni, tutta questa borghesia, questi pseudo-intellettuali e questa intellighenzia: ma lo fa con la massima compostezza e senza nessun vero e proprio motto di ironia, il che aumenta di molto l'amarezza del quadro ivi presentato e rende non sempre cristallino il pensiero che lo scrittore vuole trasmettere al lettore. Però ne esalta maggiormente la bravura.
Alcuni mesi fa, commentando Piperno, mi trovavo ad osservare come non sia per niente facile ricostruire l'atmosfera degli anni '80 in maniera realistica senza usare degli incisi in stile SuperQuark. Beh, qui bisogna dire che Pontiggia c'è riuscito piuttosto bene.
Pur non essendo pienamente soddisfatta nemmeno con questa lettura, e pur non essendo una fanatica a tutti i costi della letteratura patriottica, devo mio malgrado ammettere di essermi rispecchiata e orientata di più nella spocchia e nella insoddisfazione di questa metropoli italiana che non nel buonismo della Holt americana.