Accio Benassi, protagonista del romanzo di Antonio Pennacchi, inizialmente è solo un bambino, un bambino che, per vocazione o necessità famigliare, vive la sua infanzia chiuso in un seminario. Quelli sono gli anni del dopoguerra, gli anni della tensione tra Stati Uniti e URSS, gli anni della guerra fredda, Accio ne ha paura e spesso si punisce e prega dio affinché faccia convertire Kruscev e tutti i comunisti. Quello che Accio sogna di fare è prendere i voti e andare via, in Congo magari, ad aiutare gli ultimi.
Il tempo però passa e, con l'arrivo dell'adolescenza, Accio sente crescere in lui impulsi nuovi e sconosciuti, impulsi che certo non sono quanto richiede la castità sacerdotale, per questo abbandona il seminario e torna a casa, dalla sua famiglia che l'accoglie tra l'indifferenza e l'insoddisfazione. A casa, oltre che con il padre operaio e la madre casalinga, Accio vive con due fratelli maggiori e due sorelle, mentre altre due sono già sposate.
È la pecora nera della famiglia: c'è il padre convinto democristiano e ci sono i suoi fratelli comunisti, lui no, è fascista. Fascista “in buona fede”, quando prende la tessera del MSI è poco più di un bambino e la prende per lo stesso motivo per cui era in seminario: perché vuole aiutare gli ultimi ed è convinto che solo il fascismo ha davvero questo obiettivo. Il suo essere fascista, come dice lui stesso, forse è dovuto al luogo di nascita: Latina, costruita dal Duce. Dice Accio che magari se invece che a Latina fosse nato e cresciuto a Parma, probabilmente avrebbe in mano un'altra tessera.
Accio è un ragazzino pieno di rabbia, voglioso di cambiare il mondo, con un'unica grande passione: il latino. In seminario era il primo in latino, perciò vuole fare il classico, ma chiaramente a casa non l'appoggiano. Suo padre pretende che faccia geometri, così poi quando uscirà troverà subito un lavoro. Quello che a lui viene negato, il liceo classico, è stato però già concesso sia a Manrico che a Violetta, due dei suoi fratelli. E che c'entra? Si sente rispondere dalla madre Accio. Violetta è una donna e poi si sposa e la mantiene il marito e Manrico è così bravo, poi andrà anche all'università. Manrico, bello e bravo, socievole, solare, il figlio perfetto, quello che piace a tutti e a tutte. Accio, tutto il contrario, il solito combina guai, il solito attacca brighe.
Accio Benassi viene così iscritto al geometri, per lui è una palese ingiustizia, la stessa ingiustizia che lo perseguita da sempre in famiglia e che per sempre lo perseguiterà. Lui sì e io no. A Manrico tutto, ad Accio niente.
Visto che la famiglia di sangue non lo ascolta e lo ostacola, con le parole, le decisioni e le botte, Accio cerca e trova un'altra dimensione in cui sfogarsi, la politica. Diventa segretario giovanile del Msi, lotta per le sue idee, organizza scioperi, attacca volantini, riempie i muri di “Viva il duce” e “A morte i comunisti”. Ogni giorno è una nuova lotta, una nuova scazzottata, un nuovo regolamento di conti. Accio non ha paura delle botte, gli fa più paura la vergogna.
Di donne nella sua vita non ce ne sono, a parte una prostituta che fa tutto da sola senza lasciargli il tempo di capire niente; a parte Johan, un'inglese in vacanza, incontrata per caso su un pullman, Johan che gli regalerà una breve, ma intensa, avventura indimenticabile; a parte, soprattutto, Francesca. Francesca è una ragazza bellissima, che Accio incontra durante l'estate nell'albergo in cui lavora da quando è piccino. Se ne innamora subito, ma lei puntualizza sempre che tra loro c'è una bellissima amicizia. E basta. Passano mesi, anni, a scriversi lettere, poi Accio inizia ad andarla a trovare a Milano tutti i fine settimana, facendo l'autostop, pian piano anche lei ammette che prova qualcosa di diverso, Accio è euforico per la notizia, ma la sua è solo una breve, brevissima, illusione, perché lei lo molla dicendogli che non può impegnarsi con lui a causa di un presunto problema sessuale.
Quando arriva il 68, a Latina non succede niente, perciò Accio, che non può restare a guardare gli eventi da fuori, va a Roma, dove all'inizio le facoltà sono occupate da tutti i giovani, sia da quelli di destra sia da quelli di sinistra. È in quel periodo di contestazione generale che Accio, sempre più confuso sulle sue idee, sempre più deluso dai dirigenti del Movimento sociale italiano che non sono altro che democristiani, manifesta insieme a Manrico contro la guerra nel Vietnam. Ovviamente la cosa non passa inosservata e Accio viene espulso dal partito.
In quel momento mette a fuoco che ad aiutare gli ultimi sono i comunisti, perciò inizia a far parte di gruppi di estrema sinistra, insieme a Manrico e alle sue sorelle, fin quando suo fratello inizia a comportarsi in modo strano e si trasferisce a Milano, per fare la rivoluzione. Qui a Milano Manrico e Francesca si incontrano e lei, probabilmente si intuisce, guarirà il presunto problema sessuale che le impediva di stare con Accio. Passano gli anni, Accio frequenta saltuariamente l'università, mentre di Manrico non ha più molte notizie. Dopo Piazza Fontana, dopo che i pugni e i bastoni hanno lasciato il posto alle pistole, Accio si allontana da quel tipo di politica. Manrico invece no, Manrico quelle pistole le maneggia, è diventato un terrorista. E proprio davanti agli occhi di Accio, un giorno a Milano, Manrico viene ucciso dalla polizia, forse dopo una soffiata di Francesca, che Accio aveva contattato.
Lo scriteriato Accio Benassi finalmente torna a casa, dopo essere passato a trovare il prete del seminario, con cui ritrova una certa pace interiore che forse non ha mai avuto.
Leggendo la biografia di Pennacchi è facile immaginare che Accio sia il suo alter ego, un personaggio strano e sopra le righe, arrabbiato e ribelle, che passa da un contesto all'altro (la chiesa, l'Msi, Servire il popolo) senza mai cambiare idea veramente. Ha sempre avuto il pallino degli ultimi, del popolo, e ha sempre agito in nome di un ideale di giustizia sociale e libertà che sembravano promettere tutte le fazioni politiche, questa almeno era la sua impressione. Lo sguardo giovane e ingenuo del protagonista mette in parallelo le realtà politiche di quegli anni e mostra come fascisti e comunisti fossero, in fin dei conti, animati dagli stessi principi e dalle stesse speranze, almeno a livello popolare. I dirigenti, come al solito, erano troppo attenti al tintinnare dei soldi nei loro conti piuttosto che al battito del cuore del popolo.
Accio non è un intellettuale politologo, Accio è uno che segue l'istinto e il cuore e il suo cuore l'ha portato a fare a botte frequentemente, ma gli ha anche fatto capire quando era il momento di fermarsi, ché finché si parla di pugni è una cosa, ma quando si prendono le pistole in mano è un'altra. E Accio pistole non ne ha mai impugnate.