Il gigante e la bambina
Si può parlare di blocco dello scrittore quando un recensore della domenica non sa venire a capo di un racconto di manco cinquanta pagine?
[Ho impiegato quasi un mese per scoprire gli indizi nel racconto che avvalorassero i miei sospetti o meglio, le mie sensazioni].
L’approccio più facile sarebbe stato quello di parlare del conflitto tra il bene e il male giocato sul campo di colui che il male l’ha commesso: il bene vince costringendo l’assassino al suicidio non potendo reggere alla colpa (che poi l’arma del suicidio possa considerarsi vittoria del bene è un ossimoro).
Ma c’è un ma…:
perché la colpa si presenta all’assassino come ectoplasma allucinatorio della vittima che lo tormenta ogni notte, in un rovesciamento di ruoli?
Siamo sicuri che il sindaco Renardet, fresco giovane vedovo - un omaccione grande e grosso, pesante, rosso, forte come un toro, assai benvoluto in paese nonostante il suo carattere straordinariamente violento...- fosse perseguitato dal senso di colpa o piuttosto fosse programmato per il delitto e la piccola Roque solo una vittima del caso, al posto sbagliato nel momento sbagliato?
I personaggi a lui più simili mi sembrano Svidrigajlov e Stavrogin ai quali Dostoevskij non attribuisce nessuna pietà per le loro vittime ma solo una personale disperazione, da cui non sanno risorgere prendendosi carico della colpa: non reggono i loro fantasmi che li tormentano nel sonno. Si sentono appunto perseguitati e non colpevoli.
La pietà per la piccola Roque e il raccapriccio per l’immorale delitto è lasciato a noi lettori e ai cittadini del piccolo centro. Non tocca Renardet ““...La cui natura brutale non era fatta per percepire sfumature di sentimento o timori morali.
Non era R., naturalmente, in grado di intendere e di volere al momento dello stupro ma lo diventa subito dopo: “...si sentiva sospinto verso di lei da una irresistibile forza, da uno slancio bestiale che increspava la carne, gli ottenebrava l’anima e lo faceva tremare da capo a piedi... Perse completamente la testa, scostò i rami, si precipitò su lei, la prese tra le braccia.
In quel momento, infatti, sentì il richiamo della foresta ma subito dopo: mentre la bambina seguitava a dibattersi con la forza esasperata di chi vuole sfuggire alla morte, egli strinse la sua mano di colosso su quella piccola gola gonfia di urla e la sua stretta era così furente che in pochi istanti la strozzò, benché non intendesse ammazzarla, ma soltanto farla tacere.
Maupassant è chiaro a riguardo: non c’è da parte sua nessuna assoluzione per infermità mentale. Piuttosto si sente la paura dello scrittore per i segreti inconfessabili della mente perché nessuno è mai quel che sembra e nessuno è mai quel che appare. E soprattutto non lo sa lui stesso. Renardet non è il folle canonico, quello destinato alla camicia di forza, de-realizzato. È assolutamente lucido e non solo si adopera per depistare i sospetti da sé ma quando decide per il suicidio vuole conservare la sua buona reputazione mettendo in atto stratagemmi che lo facciano apparire morte accidentale.
Dico. Che motivo aveva Maupassant di focalizzare l’attenzione sui moti della mente di Renardet e non sulla situazione scabrosa e amorale che coinvolgeva una piccola vittima?
Perché non capovolgere la situazione e farne l’animale braccato dai suoi paesani infuriati, il male che si dibatte per non soccombere alla giusta pena?
Diciamo una storia alla Zola?
Gli interessa e lo spaventa, invece, ciò che può succedere nella mente di un individuo, giudicato normale. Qualcosa che potrebbe succedere anche a lui stesso.
Sappiamo o dovremmo sapere, infatti, come gestire il bene e il male dal momento in cui siamo usciti, milioni di anni fa, dalla Wilderness. La slaterizzazione del male in Renardet non è un’attenuante, per Maupassant, ma solo la dimostrazione della sua mancanza di freni inibitori. La teoria che Hitler fosse folle è infatti un’offesa alle vittime: il suo suicidio non è attribuibile al ravvedimento ma piuttosto al terrore di comparire come perdente.
Individui istrionici che indossano una maschera che cela a loro e agli altri le autentiche pulsioni che li sconquassano.
Immagine che, infatti, Renard vuole conservare a tutti i costi, pur volendo liberarsi dagli incubi che non connette a una vera e sentita colpa: “...Cercò il modo d’ammazzarsi. Voleva qualcosa di semplice e naturale, che non facesse credere a un suicidio. Ci teneva alla sua reputazione, al nome che gli era stato lasciato dai suoi avi...”) .
Dite che ho spoirelato troppo? Se lo leggete vi accorgerete che c’è dell’altro da scoprire.