Un libro scadente per la grave impreparazione dell’autrice che vuole rivestire i panni della narratrice nonché della critica delle figure mitologiche senza averne le competenze. A dispetto di una limitata ricerca di fonti autorevoli (e che per altro lo sono, come il grande Rolleston, il maggior studioso e storico di miti celtici) che lei sfrutta (e che correttamente cita) per le sue versione dei racconti ma che avrebbero dovuto segnarle la via, la Caldecott maneggia i fatti da loro riportati, modificandoli “ad istinto” convinta, come la stragrande maggioranza delle persone non preparate, che i miti celtici, così misteriosi, vadano interpretati e narrati appunto “ad istinto”, seguendo un proprio percorso personale. In parte può anche essere così, ma va detto e segnalato che esistono fior di studi accademici (una facoltà importante si trova alla Sorbona, per esempio) che analizzano la struttura di questi miti e l’interpretazione dei suoi protagonisti, che pertanto non possono essere modificate a piacere perché in tal modo si stravolge il senso del mito. L’autrice non solo non si fa scrupoli in questo senso, ma non è in grado di distinguere l’importante differenza che corre tra un mito e una favola (come le ultime due che ha inserito) e che quindi, erroneamente, interpreta allo stesso modo, né è in grado di estrapolare la parte mitologica di questi due racconti e di analizzarli conseguentemente (non si è accorta che uno dei due racconti finali non è che la versione favolistica del celebre mito di Amore e Psiche che è stato poi adattato alle fiabe col filone dello sposo-animale).
Anche se nel complesso è gradevole, per chi se ne intende è un po’ una delusione.