Una lettura non semplice da affrontare. Si tratta di un saggio con una struttura a ringkomposition: la prima parte e la quarta parte, più leggere, trattano degli aspetti giuridici e psicologici della tortura; la seconda e la terza parte svelano gli aspetti più bassi e crudeli dell’animo umano.
Ricco di dettagli, sia anatomici che pratici, di dati storici e di excursus etnografici, il centro del saggio (che è anche il fulcro principale dell’opera) apre le porte ad un mondo in cui l’uomo, paradossalmente, non viene diviso da fattori come la razza, il ceto, la religione, ma si trova ad essere un’unica mente e un unico braccio nel momento in cui la condanna si abbatte sull’accusato. Innocente o colpevole che sia. Così ritroviamo questo “Giano Bifronte” ovunque nel mondo intento a mostrare i suoi due volti: quello dell’essere umano e quello della bestia sanguinaria che non risparmia nessuno nella sua furia cieca, nemmeno gli animali. Sì perché un tempo anche gli animali potevano essere accusati, trascinati in tribunale, essere torturati fino a che non avrebbero confessato il loro “crimine” emettendo versi acuti e stridori disperati. Un’opera dall’immenso valore storico, sia per la ricchezza di fonti e di episodi (più o meno celebri) narrati, sia per l’ampio panorama verso cui si estende non tralasciando, oserei dire, nulla. Un’ardua impresa, che merita certo, ma verso la quale ci si deve accostare con un saldo convincimento e un gran fegato! La ricompensa sarà uno spaccato quasi inedito e non sempre approfondito della storia dell’umanità.
N.B.: la prima edizione del testo risale all’anno 1940. La traduzione della corrente edizione (2014) curata da Silvia Bigliazzi, ha voluto lasciare alcune parole che oggi stonerebbero (come ad esempio “negro” presente in buona parte del testo).